Luca Sossella: “Appunti per un dialogo”


Appunti per un dialogo


(già in “Versodove”, n.15, 2010*)

Naufragio con spettatore, in ricordo di Hans Blumenberg e della mostra a Parma di Claudio Parmiggiani, dove si può vedere una barca arenata sui libri.

1. Me lo ricordo bene, come fosse ieri, Valentino Bompiani a Milano (che anno era, millenovecentottantatre?) che ci spiega il motto aldino festina lente e ci racconta i significati del marchio: il flessuoso delfino della mobilità avvolto attorno all’ancora della fermezza.

2. Ci vorrebbe un segno chiaro e forte a indicare un nuovo percorso, come quello che nel 1499 Aldo Manuzio a Venezia ha consegnato ai posteri editando l’Hypnerotomachia Poliphili.
[http://mitpress.mit.edu/e-books/HP/hyp000.htm]

3. Come trovare una via oltre la trovata (trouvaille) di “un’editoria senza editori” di André Schiffrin? Come avviare senza ipocrisie una volontà imprenditoriale sostenuta da una competenza culturale? In Italia, dici? Impossibile.

4. Roberto Calasso sul “Corriere della Sera” il 20 giugno 2009 scrive: “L’unica pubblicazione periodica che abbia oggi una autorevolezza e un’influenza indubitabile è la “New York Review of Books” che si presenta come una rivista di recensioni, perciò non corrispondente a quella forma che forse raggiunge il picco della perfezione intorno al 1930 con i ventinove numeri di “Commerce”, sotto le ali invisibili e protettive di Marguerite Caetani. Se ci si chiede che cosa tenesse insieme così fortemente quei piccoli gruppi di amici agli inizi del Novecento, la risposta non è data tanto da ciò che volevano (spesso piuttosto confuso e indeterminato), ma da ciò che respingevano. Ed era una forma del gusto nel senso che Nietzsche dava alla parola, quindi un “istinto di autodifesa” (“non vedere, non sentire tante cose, non farsene avvicinare – prima accortezza, prima prova che non siamo un caso, ma una necessità”). Doveva trattarsi di una misura davvero accorta, se ha dato prova di essere tanto efficace. Oggi, a distanza di cento anni e di due generazioni dal fondatore, Gallimard è la prima casa editrice di Francia e si distingue tuttora per un certo gusto Gallimard, che permette di percepire con buona approssimazione se un libro può o non può essere Gallimard.”

Spero sia chiaro, una volta per tutte, che il lavoro dell’editore non consiste tanto nel pubblicare, ma nell’impedire che venga pubblicato.

5. Una volta parlavo al telefono con uno che poi si è affrettato a “scrivere e descrivere” quanto gli raccontavo, naturalmente senza citare la fonte, gli dicevo: in fondo tutto il nostro lavoro di persone vuote di sé, piuttosto che piene di sé, è proprio attraversare quel percorso che ci porta dalla competenza alla sparizione, a favore di coloro che senza competenza sono addestrati alla competizione. Senza masochismo, a sfavore di sé. Bisogna capirlo, è una palestra per l’esercizio, il perfezionamento.

5 bis. L’uomo il più dotto, erudito, letterato, del gusto e giudizio il più fino, dell’ingegno il più fecondo ec. ec. ma poco avvezzo a trattare, saprà egregiamente e fecondissimamente scrivere, e non saprà parlare neppur di cose appartenenti a’ suoi studi. E ciò non già per sola soggezione, ma effettivamente gli mancheranno le parole e i concetti. Tutto è esercizio nell’uomo. Ed è ordinario il veder uomini studiosi non saper parlare, appunto perchè avvezzi allo studio, non sono abituati a parlare ma a tacere; oltre ch’essi contraggono sovente e per questa e per altre ragioni un carattere di taciturnità, parimente acquisito. Del resto s’ingannano assai coloro che dal vedere che il tale non sa parlare, concludono ch’egli non sa pensare, non è coltivato ec. Si può parlare come uno scimunito, con freddezza e frivolezza estrema ec. ed essere il primo scienziato, pensatore, scrittore del mondo. (Leopardi, Zib. 1610)

6. Voglio solo progettare, dare spazio e corpo, esperienze positive, traumatiche, magari piccole, ma che possano però mettere in moto delle azioni evolute. Basta libri, non mandatemi più manoscritti, li cercherò io, da rabdomante quale sono. (Questo dovrebbe essere il mio lavoro, appreso a nove anni “per caso”: con un archetto di legno indicare dov’è l’acqua, ma chi ha bisogno di sapere dov’è l’acqua?).

7. Spesso, quando riscrivo brani e correggo e rispetto la lingua che ci abita, gli “autori” mi dicono: ma perché non scrivi? Dovresti scrivere. Perché non le pubbliche queste cose?

Bene, desidero precisare un paio di punti: primo, a me i libri invece piace venderli, anzi trovo abbastanza facile scriverne, infatti riceviamo centinaia di proposte ogni mese, fra le medie e le mediocri proposte un dieci percento si potrebbe anche pubblicare; e quasi sempre, se solo lo volessi, potrei fare di meglio; si scherzava qualche settimana fa con Romano Montroni sulla facilità di scrivere libri (no, la scrittura è altra cosa), (Romano, grande libraio, che ha scritto due libri necessari “Vendere l’anima” e “Libraio per caso”): per venderli invece ci vuole genialità, intuizioni, competenze. Genio. Talento.

8. Si sogna di progettare situazioni ed elaborare nuove ragioni, e quindi nuovi sentimenti, per dubitare di tutto ciò che attorno a noi risulta “evidente”. Credo sia questo il primo motivo per il quale si diventa, o meglio ci si nomina “editori”, secondo le proprie supposte competenze, al fine di consegnare con coerenza il nostro programma, cioè il nostro progetto di vita e lavoro, che non sono collegati, ma sono la medesima cosa. Questo è il vero, autentico privilegio. Il castigo è un altro: ricordare senza rassegnazione due editori che sono stemma e memoria del mio quotidiano: Piero Gobetti, assassinato dai fascisti, morto a Parigi a venticinque anni, che ha combattuto, era un ragazzo, contro l’infamia del dominio con la civile forza dell’intelligenza di una strategia editoriale: i suoi erano libri che diventavano strumenti per agire. Azioni. Gobetti ipotizzava con più di ottanta anni di anticipo nella sua progettazione editoriale, mentre abbandonava l’Italia, ferito a morte, di fondare una casa editrice europea. La immagina come uno strumento per evitare la barbarie, i dialetti del potere. Bene, ancora si lotta, anche oggi, contro l’insulso provincialismo al potere. Non si è studiata, non si è compresa la lezione di Gobetti.

E Antonio Gramsci. La sua tenacia intellettuale è la metafora di tutti i progetti impossibili. Le prigioni non sono fatte soltanto di sbarre, ma anche di vincoli economici, di volgari (quelli che piacciono alla plebe) ostacoli strutturali.

“Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio. Mi sono convinto che bisogna sempre contare solo su se stessi e sulle proprie forze; non attendersi niente da nessuno e quindi non procurarsi delusioni. Che occorre proporsi di fare solo ciò che si sa e si può fare e andare per la propria strada. […] Io non voglio fare né il martire né l’eroe. Credo di essere semplicemente un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde, e che non le baratta per niente al mondo.” Antonio Gramsci scriveva questa lettera nel carcere di San Vittore a Milano il 12 novembre 1927. Provo spesso a pensare a questa lettera fuori dal carattere quasi “romanzesco” in cui viene inevitabilmente letta oggi. Penso a un uomo in prigione, al (mio) corpo imprigionato, tra i pidocchi e il dolore fisico. Al gelo. Un corpo umano che non può vedere la moglie, i figli, nessuno. Un corpo che perde i denti, non riesce a lavorare. Non può scrivere, né leggere. Invoca che gli portino alcuni dei suoi libri. Almeno i libri. Questo corpo che non può fuggire ha davanti a sé ha lo spettacolo immondo del fascismo. Ecco, questo è un gigante da cui trarre forza e ispirazione. Senza tanto piagnucolare.

9. Per quanto mi riguarda, credo che l’evoluzione digitale sia iniziata quando ho compreso che un libro è il suo contenuto (in audio, video, in formato digitale, su un monitor, dentro una chiavetta usb) e non la sua forma. Amo moltissimo l’oggetto di straordinario design che nominiamo “libro”, ma so cogliere quella parola come metafora della sua funzione: la trasmissione del pensiero. Il desiderio di un desiderio: apprendere che si può apprendere.

10. La scrittura, la narrazione, di qualsiasi forma e origine, è confinata nel piombo del libro da solo cinquecento anni, mentre per millenni ha utilizzato un altro mezzo e cioè la voce, la forza dell’espressione orale. È sufficiente ricordare che “pubblicare” un’opera, per i latini, significava declamarla ad alta voce e la scrittura funzionava come semplice “partitura” del testo da interpretare. Ricordo sempre quell’epigramma di Marziale: “I versi che declami sono miei | Fidentino: ma se li dici male | ecco, diventano tuoi”, mi pare sufficiente a sottolineare l’importanza della voce interpretativa.

In un’epoca post-tipografica come quella che viviamo, pervasa dai bit, nel duplice senso di binary unit e binary digit dei media elettronici, pensare alle narrazioni come oggetti estetici e volatili legati alla voce non è assolutamente una maniera di abbandonarsi a un passato trascorso, piuttosto è l’unico rimedio alla marginalità, imposta dal profitto, di ogni forma che non sia immediatamente riconducibile a merce (e moneta) d’intrattenimento spettacolare. Ci si propone, in tempi di sordo consenso, di “fare le orecchie” alla pagina, come ha detto Gabriele Frasca, e si progetta di farlo utilizzando le stesse risorse dei media elettronici e mettendo in crisi il concetto di autore unico.

11. Il tempo è un oltraggio a cui siamo sottoposti in ostaggio: la volontà di uscire dal giogo del tempo si configura come la necessità di “essere umani”, quindi costruire un’impresa della conoscenza significa proprio porre in atto una continua interrogazione sulle nuove esigenze, abbandonando con coraggio i modelli arcaici le forme preconfezionate dall’abitudine.  Poiché è difficile che tale obiettivo, in termini di produzione e di mercato, possa essere perseguito immediatamente, bisogna cercare di costruirlo ancora dentro i vecchi strumenti e modelli della tradizione commerciale, ma contro ogni piagnisteo e ogni forma di accettazione esattoriale.

12. I libri si scelgono così come si sceglie il punto dove trovare l’acqua, si cerca come rabdomanti, talvolta la terra è arida e la nostra intenzione diventa un velo di ghiaccio che si frantuma, talvolta diventa un fiume e pare incredibile riconoscere la nostra sorgente. Non c’è un lettore ideale, come non può esistere una donna, un uomo ideale, ci sono umani reali, vale la pena di pensarci ogni tanto, ricordando però l’indicazione di Marina Cvetaeva: “La mia strada non passa vicino alla tua casa. | La mia strada non passa vicino alla casa di nessuno | E tuttavia io smarrisco il cammino | […] e tuttavia mi struggo per la gente […]”.

I lavori più importanti? Il primo, innanzi tutto, l’antologia di poesia con Vittorio Gassman, è stato il primo lavoro in tutti i sensi, tre anni di incontri per attraversare due secoli di poesia italiana in venti ore di registrazione per selezionare, distillare, solo quattro ore. E poi Carmelo Bene: “Manfred”, “Pinocchio”, “Voce dei Canti” (leopardiani) e “Lectura Dantis”:  il ricordo di una ferita immedicabile, la strage di Bologna del 2 agosto 1980. Sono le opere più acquistate…

13. Il compito dell’editore, non mi stancherò mai di ripeterlo, non è vendere libri, ma creare nuovi lettori. Cos’è successo negli ultimi trent’anni? Il contrario. Si è accentuata una deriva mercantile nel mondo dell’editoria. E, invece di occuparsi di progetti, gli editori cercavano disperatamente i prodotti. La lettura rischia così di essere condannata all’esilio, di essere accantonata come disvalore, in quanto si sottrae alla misurazione, unico criterio di questa economia che pretende di quantificare la qualità. È la tentazione paneconomica: che risponde all’affermazione ubiqua della centralità del profitto.

I conti non tornano, ma i duchi sì, diceva Totò. Chi si occupa di e-ducazione si preoccupa dei duchi. Il trionfo del contare sul raccontare si ripercuote anche all’interno delle case editrici, nell’organizzazione del lavoro, nelle strategie, negli obiettivi. La necessità di valutazione puramente economica dei risultati si traduce nella prepotenza del settore commerciale. La logica dei venditori finisce per imporsi anche dentro le redazioni, con la pessima qualità e l’enorme quantità. I commerciali dettano tempi, temi, metodi. Anche nel lavoro quotidiano dell’editore, i problemi correnti della giornata corrodono la progettualità. Non potrebbe essere altrimenti considerando che lo scenario dell’editoria italiana è caratterizzato dalle concentrazioni progressive che hanno portato quattro o cinque gruppi a controllare tutto il mercato del libro.

I “bravi” (manager) non hanno il coraggio e la volontà di proporre progetti che possano mettere a repentaglio la sicurezza del loro Rodrigo finanziario. E i “bravi” non intendono il libro uno strumento della trasmissione della conoscenza, anzi si sentono obbligati dal loro dispendioso stile di vita a dare risultati economici immediati e quindi “seviziano” il mercato con prodotti di facile consumo. Il nefasto fenomeno della supremazia del marketing nell’editoria comincia a dare i suoi frutti velenosi. Negli anni ottanta il profitto medio di un titolo oscillava attorno al 5%, il modello di gestione industriale richiede oggi un profitto del 10%, è normale pertanto che i libri innovativi, che non hanno un ritorno economico, ma culturale, vengano esclusi dalla prenotazione in libreria. Quindi gli editori di ricerca, e spesso di piccolo fatturato, sopportano gli oneri del laboratorio di ricerca per tutti. E lo fanno gratuitamente. I “bravi” poi copiano. La redditività (tanto per tanti) interrompe fatalmente l’evoluzione qualitativa (poco per pochi). Non interessa il contenuto di un libro, ma il suo potenziale mercenario in relazione ai mezzi di persuasione. A questo si aggiunga la generale discesa della qualità dei libri, perché quanto prodotto in outsourcing non viene controllato con attenzione all’interno delle case editrici. Inoltre i metodi di promozione e d’informazione delle novità e di distribuzione sono obsoleti, veloci, parziali; tuttavia vengono pubblicati fra novità, ristampe e riedizioni quasi 60.000 titoli all’anno. Allora il compito di un editore oggi non è pubblicare, ma impedire che escano libri (che non siano di rara qualità).

La possibilità della resa delle copie non vendute, che in Italia gli editori sono obbligati a concedere ai librai, finisce per ridurre il librario a commesso che apre pacchi di novità in base alle decisioni delle direzioni commerciali delle case editrici industriali. Pertanto è inevitabile l’abbassamento della professionalità del libraio con il progressivo affermarsi delle grandi superfici di vendita. L’informazione culturale aiuta ad accelerare il disastro fondando il proprio lavoro sulla corrotta incompetenza e su motivi extraculturali: scandali, rivelazioni, abbaiare di cani, controversie servili e poi giù a imbrogliare le carte con le classifiche…

Cosa si dovrebbe fare? Prezzo fisso dei libri, abolire l’IVA, detrazione delle spese per i libri dalla dichiarazione dei redditi, sostegno finanziario per l’editoria-laboratorio, favorire cioè la ricerca e la sperimentazione editoriale da parte delle imprese. Considerare che c’è un investimento superiore a quello finanziario, è quello culturale. Bisogna favorire la formazione di scuole di lettura. A casa e a scuola. Lettura ad alta voce di nonni e genitori in età prescolare. Sensibilizzare i genitori attraverso i medici pediatri, che sono i principali referenti (autorevoli) per lo sviluppo cognitivo dei bambini. Qualcuno può avvisare il ministro dell’istruzione del piacere della lettura come insegnamento scolastico? Qualcuno può informare il ministro dei beni culturali che la diffusione del libro è una conseguenza al piacere della lettura?

14- C’è una frase di Bataille, il mio mantra, che dovrebbe essere l’iscrizione permanente di ogni nostra azione editoriale: “Quando gli occhi degli altri erano inchiodati alle terre dei loro padri, alla patria, Zarathustra vedeva la terra dei suoi figli.”


Luca Sossella




[ * grazie a L.S. per aver accolto l’invito a pubblicare su slowforward i suoi appunti su Perché si diventa editori, usciti parzialmente in “Versodove” (n.15, sett. 2010), che ugualmente si ringrazia ]