Christian Raimo: una riflessione sul mercato del libro e sulla lettura

dal profilo fb di
Christian Raimo

Mentre il mondo va in malora in tanti modi diversi, tutti i giorni io penso, a scuola, a casa, in giro, che un modo per contrastare tutto questo sarebbe leggere di più, e invece il mercato del libro in Italia chiude il 2025 male per il secondo anno consecutivo, confermando una contrazione che non è più solo congiunturale, ma strutturale.
I dati dell’Aie dipingono un quadro di profondo rossissimo: le vendite in volume sono calate del 3 per cento, scese sotto la soglia psicologica dei 100 milioni di copie (99,5 milioni rispetto ai 102,6 del 2024), mentre il valore del mercato trade è sceso del 2,1, per cento, ossia a un miliardo e 484 milioni di euro.C’è stato un minimo aumento del prezzo medio di copertina, a 14,91 euro (+0,9 per cento), ma l’industria non riesce a compensare la perdita di copie. La tempesta perfetta, che era stata evocata già nel 2012 dai vertici di RCS, sembra essere diventata la condizione climatica normale di un settore che produce circa 100mila titoli l’anno (quasi 300 al giorno), molti dei quali spariscono dopo poche settimane dalle librerie senza aver mai incontrato un lettore uno.

La situazione sembra abbastanza catastrofica se analizziamo le classifiche di vendita del 2025. In un mercato che se non collassa fatica, i grandi nomi continuano a drenare la maggior parte dell’attenzione e del fatturato. In cima alla top 10 troviamo Dan Brown con L’ultimo segreto, seguito da Aldo Cazzullo con Francesco Il primo italiano e Joël Dicker con La catastrofica visita allo zoo. Altri autori come Ken Follett, Gianluca Gotto e Donato Carrisi dominano stabilmente le prime posizioni: il successo editoriale oggi si basa quasi solo su brand consolidati o su una fortissima esposizione mediatica.

Il dato più allarmante che emerge è il crollo del contributo del catalogo, che ha guidato la chiusura in calo del 2025 con un trend negativo del -1,8 per cento. Le persone leggono meno classici, o libri ” vecchi” di uno o due anni. Questo indica che l’editoria italiana sta perdendo la sua capacità di far vivere i libri nel tempo, anzi è schiacciata da un’ossessione per la novità. Olivier Nora (Grasset/Fayard) la definiva come una risposta paradossale di chi fa libri: rispondere a una diminuzione della domanda con un aumento dell’offerta.

Il nadir del disastro è che il sistema si autosostiene grazie alla sua stessa inefficienza: la sovrapproduzione non è un’anomalia, ma l’esito prevedibile di un modello che ha smesso di selezionare. I grandi gruppi editoriali spesso spostano il potere dai direttori editoriali agli uffici marketing e alla distribuzione.

Il risultato rischia di essere una bolla editoriale gonfiata da anticipi eccessivi e poche vendite effettive, Qualche anno fa Riccardo Cavallero a Mondadori diceva: il lettore se ne frega di quel che dici, è lui che decide. Il problema è che, spesso oggi, il lettore decide di non leggere affatto o di fare altro.

I dati sono implacabili, confermano una frattura sociale e geografica che le politiche pubbliche non sono riuscite a sanare. Nel 2025, il mercato rimane concentrato nel nordovest, che rappresenta più di un terzo del volume totale. Al sud il numero dei lettori rimane una minoranza assoluta: se al nord legge oltre il 50 per cento della popolazione, al sud il dato crolla storicamente sotto il 40 per cento. Leggere in questo caso vuol dire acquistare almeno un libro l’anno.

Il calo più allarmante riguarda però chi ha tra i 15 e i 17 anni, i miei studenti: dieci anni fa eravamo al 55 per cento, oggi almeno dieci punti percentuali in meno.
Il 40 per cento di quelli che legge dice di non farlo mai per divertimento. Perché? Sono i social? È un problema dell’offerta?

Altre tendenze incontrovertibili. Il mercato distributivo mostra una concentrazione sempre più serrata. Le catene librarie e l’e-commerce insieme controllano l’80,3 per cento del mercato nel 2025, in costante crescita dal 76 del 2021. Le librerie indipendenti non esistono quasi più: la loro quota si riduce gradualmente (15,4 per cento nel 2025).

I piccoli editori si trovano stritolati in questo meccanismo. Molti di loro denunciano questo sistema di distribuzione che guadagna paradossalmente più sulle rese e sullo stoccaggio che sulla vendita effettiva del libro. Per un piccolo editore, il margine di profitto è ridotto all’osso: tra agenti, distributori e sconti obbligatori alle catene, resta un gruzzolo di briciole per coprire i costi di produzione e i diritti d’autore.

La crisi italiana del settore librario non è un incidente di percorso, ma l’esito di un sistema che ha preferito l’uovo alla gallina, finendo con un uovo rotto e una gallina cionca. Ha privilegiato il megaseller immediato rispetto al progetto culturale di lungo corso. Sempre più persone che lavorano nell’editoria dicono che questa bolla non è più sostenibile.

Per salvare l’ecosistema del libro non basta fare meglio promozione o sperare nelle detrazioni fiscali. Occorre fare una cosa una: la scuola. Leggere a scuola, in collaborazione con le biblioteche, che sono spesso al collasso e sottofinanziate. Senza lettori formati, consapevoli, motivati, autonomi, l’industria editoriale continuerà a produrre per un pubblico sempre più distratto da altre forme di intrattenimento istantaneo, sperando nella bolla dei lettori forti.

Il futuro del libro in Italia si gioca sulla capacità di svincolare la cultura dalle secche di una modalità di produzione che mostra la corda, e questo si può fare nutrendo una discussione pubblica democratica di livello elevato o almeno decente.
Ci deve essere una collaborazione strutturale tra ministeri, occorrerebbe una legge del libro, come è avvenuto in Spagna (sì la Spagna) vent’anni fa.