Notilla sull’asserire (in poesia)
(già in slow, ma con qualche variazione su Punto critico)
(già in slow, ma con qualche variazione su Punto critico)
diretta da Anna Grazia D’Oria
Anno ventinovesimo, numero 267 gennaio-febbraio 2012
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ma no, che noia gli appuntamenti. ancora non lo dico, il nome del gigante.
domani, anzi il 21, alle 6 in punto. stavolta davvero.
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per QUADERNI DI SCENA
da un brano che si legge sul “manifesto” di oggi, 17 febbraio, un nuovo nano sembra esser salito sulle spalle di un non nuovo gigante.
del nano non dirò. del gigante, solo il nome. ma non adesso.
suspense.
il nome del gigante su questa pagina domani, 18 febbraio, alle 6 in punto.
Sul “manifesto”, oggi, recensione a
Giovanna Frene, Il noto, il nuovo (Transeuropa)
[ nb: venerdì qui ]
La moneta fasulla coniata citando a vanvera, fa splendidamente tuttavia luce su sé (sulla propria sostanza) (che è appunto dell’ordine della falsificazione). In una pagina in rete a cui non si può che augurare lunga permanenza in server e backup (come memoria storica dell’ordine appena detto, e dei suoi attori e cogestori), accade questo:
una persona cita, di un testo che è parte di un mio libro fatto di circa 4100 caratteri (spazi inclusi), una frase di 21 caratteri (spazi inclusi) e ne deduce contorte panzane da me mai dette né pensate. (Fa dunque ciò lavorando su una percentuale dello 0,046 % del libro: praticamente un devoto degli ologrammi).
Non posso essere più preciso, perché non vorrei mai che costui sapesse che cosa esattamente ha detto: è importante lasciare cose come questa nella loro assoluta perfezione. Proprio sperando che abbiano lunghissima permanenza in rete, e che tutti possano leggerle.
La crescita verticale del numero di occorrenze del kitsch e del falso evidente (opaco solo ai falsificatori) potrebbe perfino essere materia di coscienza. Anche se, concedo, meno per gli storici che per (alcuni) artisti.
Si direbbe “ritorna la poesia assertiva”, se non fosse vero che non se n’è mai andata. Non chiede ma impone un’eco o ritorno di attribuzione di senso in verità pienamente già presente nei punti di trama, di sintassi, di racconto, di suono modulato, di attori grammaticalizzati (tu, voi; perfino al vocativo): non ha pause (non si era mai defilata) e allo stesso tempo non sa di essere sfondo e spettacolo, ossia il tutto, su una scena continuamente presa e disordinata da ben altre maceriacce di storia. Non lo sa, perché è linguaggio-strumento.
Ognuno dei tanti utenti che battono sul tasto “strumento”, con coerenza, usa il linguaggio. Dunque – con stretegie più o meno affilate avvertite scaltre – ognuno di loro asserisce. Armeggia e manovra con maggiore o minore fortuna al tavolo verde della retorica. Proietta sulla distanza tra testo e lettore quel che il lettore sa già di dover simulare di godere/intuire.
Se tutti stanno ai patti, ai patti stabiliti, la comunicazione passa; gli strumenti funzionano. La legge è salva. Lo spettacolo non cambia. È la tv educativa, ti mostra come si recitava, per insegnarti come si è ascoltati e seguiti, come e cosa bisogna fare.