une partie antérieure de la partie extérieure de la partie antérieure réelle commune réelle de la partie extérieure de location du thehare du rugissement sans cordon de la partie du cycle énumère la partie antérieure réelle commune réelle de la partie antérieure de la partie extérieure du coeur du rugissement qui de la partie énumère gèle de temps de vol n de l’inondation, une partie antérieure réelle commune réelle de tside des lepri r de fli de l’inondation de timestside du frozhare r n du coeur ou ne pas être lit dans des chronomètres la partie antérieure peu coûteuse de la partie extérieure de code thehare r de réelle commune réelle une partie antérieure economiquement chiffrée de la partie extérieure du coit du rugissement de la partie énumère gèle de temps anteriore della parte esterna del cuore del ruggito che della parte elenca il gelo di tempi di volo n dell’inondazione, parte anteriore reale comune reale di tside delle lepri r di fli dell’inondazione di timestside del frozhare la r n del cuore o non essere letto dentro cronometri la parte anteriore poco costosa della parte esterna di codice di thehare r reale comune reale una parte anteriore economicamente cifrata della parte esterna del coit del ruggito della parte elenca il gelo di tempi di volo n de l’inondation, du congelé, pauvre rugissement de la partie du poing de l’inondation de la flamme du poing il énumère gèle de temps de vol n de l’inondation, congelé, de l’inondation de la flamme du poing fisten, rich du poing relies la partie antérieure en circuit extérieure coldless réelle commune réelle des lepri r de l’inondation de la flamme de la partie antérieure réelle commune réelle de la partie extérieure de location du thehare du rugissement qui sans cordon de la partie du cycle énumère gèle de temps de vol n de l’inondation, congelé, réelle commune réelle de la shahare du poing de l’inondation de la flamme du poing r-molta une partie antérieure extérieure du rugissement de la partie énumère gèle de temps de ich del pugno colleghi la parte anteriore in circuito esterna coldless reale comune reale delle lepri r dell’inondazione della fiamma della parte anteriore reale comune reale della parte esterna di affitto del thehare del ruggito che senza cordone della parte del ciclo elenca il gelo di tempi di volo n dell’inondazione, congelato, reale comune reale dello shahare del pugno dell’inondazione della fiamma del pugno r-molta parte anteriore esterna del ruggito della parte elenca il gelo di tempi di volo n dell’inondazione, congelato, ruggito del fistre dell’inondazione della fiamma del pugno elle énumère les temps de vol n dell’inondation coûtés même
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Da una mail a G* per “Superficie della battaglia” [giu.2006]
caro G***,
la sequenza di poesie Superficie della battaglia viene in qualche modo da un film, in verità. Nel senso che è nata mentre vedevo (o specchiavo in un modo strano, mentalmente) il film. Lo sognavo guardandolo: ne producevo varianti verbali, poi cose totalmente altre. Decisamente le poesie prescindono dalle scene, deviano – in fine. Semmai (me ne sono reso conto mesi dopo) si legano naturalmente a battaglie con avversari reali, non letterari, e con ammassi di oggetti, nevrosi non mie, trasloco, accumulo, dissoluzione; con l’ossessione di esaustione e con l’ossessione di dissipazione che in fondo fanno da radici a tante delle cose che càpita di pensare, fare, ‘vedere’ (ri-produrre: in immagini).
Kafka è il Classico tra i classici. Forse il solo autore moderno che si possa mettere in dialogo con i greci, con Cervantes. Le sue serpentine nel buio sono fuga e prigione (lo shelter, insomma). Una cosa molto ‘ebraica’, anche. (Il ghetto). Avverto questa cosa. Come nella traccia di Derrida/Adorno in http://slowforward.wordpress.com/2014/01/27/dal-2004/ (link precedente: http://www.slow-forward.splinder.com/1098026070#3173418).
La struttura del titolo “Superficie della battaglia” ha colpito anche me, qualche giorno fa, riflettendo proprio sul libro di Sartori; anche se è una prossimità non cercata né pensata […].
L’immagine di copertina è foto (elaborata) di un’installazione assurda che svetta su tutto il disastro delle masserizie, delle stanze. Sta per finire, tra l’altro: il giorno *** è la data ultima decisa per lasciare la casa. Quella sera mio padre non dormirà lì, […].
Finisce una vicenda iniziata nel 1967, circa. Sono quasi quarant’anni. Non è facile per me; immagino per lui. (Ma lui non ha fatto altro che seguire un suo piano meticoloso di disfacimento delle cose attraverso il loro accatastarsi. Me ne rendo conto e so anche che non posso aiutarlo; soltanto limitare i danni concreti che questa prassi ha portato nel tempo …).
Perdona tutte queste parole. Ma è che mi rendo conto che questa Superficie, prima e più ancora delle cose scritte prima del trasloco, dello scasamento, codifica qualche verità che non mi aspettavo.
_
Del sottrarre
vivre, limite immense
(Char)
1.
Proviamo a pensare a una fotografia come ad un’esasperata sottrazione di alternative.
Diciamo: quella è (la) fotografia riuscita, entro quei termini e confini. O: non è le infinite altre – le non riuscite, le non (così) tessute di connotazioni. Questo, volendo, ci spiegherebbe perché sentiamo il mezzo fotografico – in quanto modello – così incline alla registrazione del dolore, altra forma di riduzione a zero di alternative.
[…]
continua qui [file pdf 199 Kb]
Elisabeth Workman’s A CITY_A CLOUD
Elisabeth Workman’s a city_a cloud [pdf file, 576 Kb], *a dusi/e-chap 2006, is a mixed-media collaborative numeric sequence of short poems alongside images which attempt to map, trace and define what is initially secreted, unexpressed, or lays dormant and undefined within the framework of a city.
The texts are not simply a narration of the visual images, nor vice-versa. The whole structure of visual items and sentences shows that the two forms cross the same constructed territory and thus create a unique as well as unified codework — a disposition which deconstructs, redefines and elaborates sharp declarations, formulating brilliant memory spots in way of choice, time, space, displacement, and permutation. The images, by Barbara Campbell, provide a visual texture to the fragments’ journey. The texts and images both work alone and together concurrently, as a whole structure of visual items and text which illustrate the same grainy terrain. The collaborative element of which effectively works in its similar crossings, only to be then elucidated, expanded and then, again, deconstructed.
In this way, the texts and frames of broken narrative elements are, not-so surprisingly, fitting: “she was working / against the idea of a coherent / whole, it was the liquid room / and the new buildings that / already resembled ruins” (Fragm.15) drawing a “fluorescent world / filled with flickering bodies” (6), flickering lines.
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marco giovenale, susana gardner
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Elisabeth Workman, a city_a cloud [pdf file, 576 Kb]. Dusi/e-chap project, http://dusie.org, 2006. Images: Barbara Campbell. Art & design layout master: Erik Brandt.
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dominio del mondo, XXIX
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