Andrea Fabozzi sul ‘manifesto’ (newsletter) a proposito del referendum costituzionale, 23 marzo 2026

Andrea Fabozzi

Le uniche due riforme costituzionali non fermate dal referendum sono quelle di cui ci si è pentiti. La riforma del Titolo quinto con cui venticinque anni fa il centrosinistra è andato incontro agli egoismi leghisti, aprendo la strada ai tentativi di devoluzione e autonomia rafforzata che ancora ci appestano. E il taglio dei parlamentari approvato praticamente da tutti nella scorsa legislatura, con la promessa che avrebbe portato a un parlamento più autorevole e meno costoso: il risultato è che costa lo stesso e conta sempre meno.

Tenere a mente i precedenti, oggi, può evitare il rimorso domani. Nel caso della separazione delle carriere la modifica della Costituzione è ridondante. Non serve a dividere le funzioni del giudice e del pubblico ministero perché sono già divise, come ormai hanno capito persino gli spettatori dei telegiornali Rai (che non lo dicono).

Serve però a frammentare e così indebolire la magistratura, corpo nei confronti del quale è giusto essere diffidenti come verso tutti i titolari dei poteri repressivi – i crimini commessi in nome della legge annichiliscono quelli commessi contro la legge – ma la cui autonomia e indipendenza la Costituzione prevede a tutela dei cittadini e non dei funzionari che vestono la toga.

Certo di questa autonomia non tutti fanno buon uso, preferendo camminare nel solco tracciato dalla maggioranza al potere, e molti pm si comportano già da poliziotti del senso comune, compresi alcuni campioni del no, ma un principio è innanzitutto una possibilità da tenere aperta.

La sinistra e la magistratura progressista per troppo tempo hanno rinunciato a criticare la giurisdizione – proprio negli anni in cui la giustizia è stata accusata di volersi sostituire alla politica – ed eccoci qui ancora una volta a giocare in difesa.

Ma qui è Rodi e qui saltiamo, meglio difendersi che consegnarsi ai nemici dei principi costituzionali. Del resto Meloni non poteva essere più chiara. Che il referendum sia per lei la prova di forza definitiva lo ha spiegato in tutti i modi. Bisognerebbe aver dormito durante tutta la campagna elettorale per non aver capito che il governo punta a mettere la magistratura sotto controllo. Restando svegli non si può che votare no.