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promemoria: OGGI doppia intervista



Doppio dialogo con (e reading di) Marco Giovenale

OGGI, martedì 12 ottobre

alle ore 20:00 / 20:10 circa
su Radio Alma 101.9FM
(http://radioalma.blogspot.com e
http://www.facebook.com/pages/Radio-Alma-1019FM/70435167521)

intervista su Storia dei minuti (Transeuropa) e Shelter (Donzelli)

podcast:
http://itunes.apple.com/podcast/radio-alma-podcast/id273950067
e http://brussellando.blogspot.com/

*

alle ore 23:00 circa
su RadioTre Rai, nell’ambito di Radio3 Suite,

intervista su Shelter (Donzelli)

streaming:
http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/ContentItem-5e934b7c-91ba-4f71-95a6-1d9064be7f1d.html

freq. per Roma:
93.7 – 98.4 Mhz

* * *


chi è a Roma può leggere, sul numero già in distribuzione del mensile gratuito “Metromorfosi”, una selezione di quattro poesie da Shelter:
cfr. http://www.metromorfosi.com/2010/07/14/senza-categoria/sfoglia-metromorfosi.html

 


doppia intervista martedì 12, ore 20 e ore 23



Doppio dialogo con (e reading di) Marco Giovenale

martedì 12 ottobre

alle ore 20:00 / 20:10 circa
su Radio Alma 101.9FM
(http://radioalma.blogspot.com e
http://www.facebook.com/pages/Radio-Alma-1019FM/70435167521)

intervista su Storia dei minuti (Transeuropa) e Shelter (Donzelli)

podcast:
http://itunes.apple.com/podcast/radio-alma-podcast/id273950067
e http://brussellando.blogspot.com/

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alle ore 23:00 circa
su RadioTre Rai, nell’ambito di Radio3 Suite,

intervista su Shelter (Donzelli)

streaming:
http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/ContentItem-5e934b7c-91ba-4f71-95a6-1d9064be7f1d.html

freq. per Roma:
93.7 – 98.4 Mhz

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chi è a Roma può leggere, sul numero già in distribuzione del mensile gratuito “Metromorfosi”, una selezione di quattro poesie da Shelter:
cfr. http://www.metromorfosi.com/2010/07/14/senza-categoria/sfoglia-metromorfosi.html

 


Olivier Favier, “Il guardare universale. Le lezioni di fotografia di Luigi Ghirri”


Gli amanti della fotografia  ricordano Niente di antico sotto il sole, che raccoglieva tutti gli scritti –saggi, prefazioni, articoli – del grande fotografo emiliano Luigi Ghirri. Questo libro, purtroppo esaurito e irreperibile, ha rivelato, qualche anno dopo la  morte precoce del suo autore, un uomo dalla curiosità insaziabile come un’artista rinascimentale che sarebbe sopravissuto all’epoca delle neo-avanguardie. Oltre a un discorso nuovo sul ruolo della fotografia – un rapporto  col reale non sottomesso alle regole del giornalismo –- ci faceva intravedere un lettore, un melomane, uno spettatore felice anche senza camera, circondato da amici scrittori, musicisti, cantanti, interessato sia alla pittura che all’architettura, attento anche alla generazione successiva, la quale, del resto, non l’ha dimenticato. Non a caso, dopo di lui, Reggio Emilia  è divenuta la capitale della fotografia in Italia.

Lo stesso sguardo insaziabile percorre queste Lezioni di fotografia tenute nel 1989 e il 1990 all’Università del Progetto di Reggio Emilia. La scrittura ovviamente è più quotidiana – non si tratta di un testo scritto per essere pubblicato – ma la sua voce ci risulta incredibilmente vicina. È la voce di uno che si è dato lo scopo di far scoprire a una classe di giovani poco sperimentati un mestiere vissuto come rapporto complessivo col mondo, senza nessun intento accademico. Ci si potrà stupire ad esempio che uno come Mario Giacomelli, che potrebbe essere giustamente considerato, insieme a Luigi Ghirri, il maggiore esponente del secondo novecento, anche se molto diverso, non sia citato tra i maestri della fotografia italiana. Ma la stessa irriverenza diviene luminosa quando l’autore,  per tracciare la storia della fotografia, include certi pittori settecenteschi, e spiega come, fotografando, ha rintracciato certi percorsi fatti dal Canaletto a Venezia. Con lui, la fotografia esiste prima del mezzo fotografico, e diviene un modo di percepire il mondo. In un capitolo successivo, ci ritroviamo nella sua collezione di LP. Certo, Luigi Ghirri ha realizzato numerose copertine – ne vediamo alcune nel libro, insieme a una scelta molto curata di fotografie e documenti diversi – sia per l’amico Lucio Dalla che per musicisti classici. A Ghirri però, non piace mettersi troppo in  mostra. Quindi, al di là del suo lavoro, sviluppa soprattutto un discorso intorno alla realizzazione dell’oggetto-disco, del carattere artigianale ormai minacciato del prodotto, che risulta dall’associazione sottile della musica, del testo e dell’immagine. Siamo ancora negli anni d’esordio del CD, e si pensa, per forza, alla rivoluzione digitale, a quello che sarebbe divenuta l’opera di Ghirri  nel nuovo rapporto col colore che induce l’abbandono della pellicola, per lui che considerava la fotografia un “giocattolo magico”. Quelle sono però considerazioni tecniche di cui Ghirri sottolinea chiaramente i limiti, invitando gli studenti a lavorare nella semplicità, senza troppo preoccuparsi della scelta della macchina. Ci rifaremo quindi a quello che diceva di lui un suo amico, il poeta Carlo Bordini: “Dietro a questo suo mostrare il mondo come avrebbe dovuto essere, dietro questo suo essere classico, (c’era) una fortissima polemica, una fortissima posizione politica, una fortissima protesta verso ciò che il mondo è e ciò che lo stiamo facendo diventare; ed è questa (…) la sorgente di questa sua classicità, di questa sua classicità così profondamente ‘italiana’”.

In questo senso, le lezioni di Ghirri sono anche lezioni di vita, e meritano di essere lette sia dai fotografi che dai non-fotografi, se accettiamo, con lui, l’idea che fotografia e poesia non sono nient’altro che uno sguardo semplice e acuto sul nostro mondo.


Olivier Favier



Luigi Ghirri, Lezioni di fotografia, Quodlibet Compagnia Extra, Macerata, 2010. A cura di Giulio Bizzarri e Paolo Barbaro. Con uno scrittto biografico di Gianni Celati.

prossime presentazioni, voce, passaggi

da diverso tempo e in tante occasioni – l’ultima grazie a un post su Nazione indiana – ho notato che il passaggio del senso da testo a lettore (ad alcuni lettori) – in/per alcuni testi sia in versi che in prosa – avviene solo attraverso voce, presenza, e qualche volta annotazione (critica).

altri modi non si danno. il testo in sé ad alcuni interlocutori sembra muto. succede anche per pagine estremamente lineari, dico. (pagine nelle quali la sintassi e decisivi dettagli di disposizione grafica dovrebbero invece esser lì per orientare/esplicitare la geografia delle linee di senso).

è un problema o limite noto della civiltà gutenberghiana, forse amplificato dalla tipografia elettronica in ogni casa. (contesto che fra l’altro mima una familiarità o prossimità con la cultura tipografica e letteraria che invece – per motivi di tempi storici, di età – l’elettronica  in sé non può “con certezza” garantire).

ok. qui su slowforward si daranno di volta in volta, come sempre, indicazioni di presentazioni di libri vari (miei o altrui). in varie città d’Italia. come al solito. chi vuole intervenire, ascoltare, è il benvenuto.

anche per quel tipo di dialogo che – appunto – la pagina scritta sembra non sempre avviare.

6 0ttobre, Milano: “ANCHE GLI INTELLETTUALI LAVORANO”

In occasione dell’uscita in edicola del secondo numero di «alfabeta2»

Anche gli intellettuali lavorano!

C’è futuro per il lavoro cognitivo

Nella città del fare?


Mercoledì 6 ottobre alle 17.00

Università Statale di Milano, Facoltà di Scienze Politiche

via Conservatorio 7 – Milano

aula n.6

Moderatore

Giannino Malossi

Intervengono

Adam Arvidsson, Cristina Morini, Stefano Mirti, Zoe Romano, Bernard Niessen, Tiziano Bonini, Raffaele Mauro Alberto Baccari, Dario Banfi e Anna Soru

Operai cognitivi a Milano nelle industrie della moda, del design, dell’editoria, della formazione. Spina dorsale dell’economia cittadina. Intellettuali, studiosi, esperti, lavoratori della penna e del computer, ricercatori e personale addetto alle macchine cognitive universitarie, esperti e addetti delle nuove industrie culturali ibride, si incontrano e discutono

confrontano le loro esperienze, idee e prospettive nella città che produce e che lavora.

Non è vero che dire non è fare, è il contrario: nella produzione post-industriale i modelli economici si reggono sulla creazione immateriale di valore economico reale. La bolletta energetica è pagata con l’esportazione di moda. Ma allora perché non c’è gusto in Italia a essere intelligenti?

genitivi, Lascaux [da un’annotazione del 2006]

forse i graffiti e le figurazioni di Lascaux come di ogni grotta e luogo non alfabetico non sono che nominazioni possessive.

l’attribuzione del nome è segno di potere/possesso, istituzione di relazione nella forma dell’appartenenza.

apparenza-nominazione-appartenenza.

che io ti generi (figlio) o ti fondi (città) o ti uccida (epica del toponimo della vittoria) o ti abbia sottomesso (rinominazione dopo conquista) o comprato (schiavo), ti lego alla mia esistenza nel segno del possesso-nome. (meglio: non origino “te” ma il tuo apparire significato, la tua apparenza, o meglio ancora “apparizione” al testimone, allo sguardo-linguaggio).

l’oggetto è colpito dal nome.

i segni nelle grotte, le coppie uomo-animale, corpo-corpo, corpo-oggetto, sono forse allora dei genitivi possessivi. che, in epoca prealfabetica, significano quasi più che semplice (legalità di) possesso o (rito di) acquisizione. sono emanazione, cointeressenza tra i raffigurati, loro tessitura ontologica.

le figure non significano, debordano direttamente nell’essere. (Villa).

[ nb: se scrivo «epica del toponimo della vittoria» incolonno due genitivi, ho tre sostantivi. il progresso della lingua guadagna in astrazione, ma certo ‘figuralmente’ nulla cambia ]

Lettura di un testo di “Shelter”

un buon numero di volte è fuori clinica
(che non è chiaro quando, quando no)

di’.
(quello che vede senza commenti)

*

*

Il primo elemento che noto (la prima cosa offerta) è il titolo, Shelter, che significa – in inglese – riparo, rifugio, ospizio, e in qualche modo luogo ospitale, e… ospedale (potenza o impotenza eccessiva della sintesi). Dato questo ventaglio di accezioni, da lettore che non ha incontrato mai né altre poesie di Giovenale né suoi testi teorici o riflessioni su reclusione, separazione, scrittura del dolore, ho in ogni caso un numero di suggerimenti che mi spinge a cercare i dati semantici del testo, le linee e i temi, in alcune direzioni precise, penso: riparo, rifugio, ma forse anche prigione, separazione, distacco. Però trovo tali termini in certi casi contraddittori: se sono rifugiato, riparato, non starò in prigione, mi dico. Se sono segregato e separato, non mi sento al sicuro.

Ma poi, anche, mi dico che forse proprio un rifugiato può – dal paese che lo ospita, dall’ospizio che lo tollera – essere oggetto di intolleranza, di controllo, di sguardo sospettoso. Indirizzerò allora la mia attenzione a questa duplicità. O la terrò per sfondo possibile, in attesa che le poesie mi dicano cosa succede in questo Shelter.

Ora leggo la prima della serie qui esposta e trovo che si parla proprio di una clinica. (Cosa che in qualche modo, ma non con forza eccessiva, può – volendo – rimandarmi a un termine centrale nelle ricostruzioni storiche e nel pensiero sia di Foucault che di Deleuze. Tuttavia questo può non essere essenziale. Anche perché la memoria logicamente non può non correre allora a Campana, Artaud, a una lunga – troppo lunga – teoria di nomi).

Torno al testo. Inizia così: “un buon numero di volte è fuori clinica”.

L’oggetto o soggetto del discorso, un personaggio ignoto, non nominato, qualche volta è “fuori” dalla clinica. Il nome “clinica” qui assume dunque il ruolo del riparo-rifugio: un qualche personaggio è, per “un buon numero di volte”, “fuori clinica”.

Il secondo verso è “(che non è chiaro quando, quando no)”.

Si mette parzialmente in forse una libertà, il “fuori clinica”. E il “che” sintatticamente spiazzante della frase tra parentesi dice che alla fin fine non è chiaro quando questa persona X è ‘dentro’, riparata e pure sorvegliata, e quando accade altrimenti.

Posso pensare così che ci sia un ‘gioco’, un’alternanza, un rapporto lasco, non costrittivo, nell'”entrare o uscire dalla clinica” [n.b.: non è scritto “fuori dalla clinica” bensì “fuori clinica”: come se si dicesse “fuori fase”: ma allora essere “in fase” – e normali – vorrà forse dire essere sottoposti a controllo, ad attenzione clinica? Un input interessante, probabilmente, questo qui, suggerito dal testo con la sola omissione di “dalla”].

Inoltre. Posso pensare che la tale persona “entre e esce” dalla clinica (come si dice spesso di malati gravi, mentali per esempio), perché le sue condizioni migliorano e peggiorano senza ordine, e in base a questo fatto lui viene o no rinchiuso. O infine posso pure pensare  – e le parentesi suggerire – che “non è chiaro” quando il malato si salva dalla clinica, quando ne esce, quando ha facoltà (attribuita o riconosciuta, imposta o rilevata) di salvarsi. E insomma posso perfino giungere a ritenere che la frase tra parentesi sia non un semplice racconto ma un’allegoria, addirittura; e mi trovo quindi ad avere sospetto che si tratti di una frase riferita a un contesto più ampio di quello esposto in una mera occorrenza aneddotica, in una storia minuscola che dice che c’è uno (uno in particolare, anche se la poesia non dice chi) che entra e esce da una clinica.

Il piano allegorico direbbe insomma: non è chiaro, limpido, accertabile, quando per chiunque/qualcuno si è “fuori” clinica, fuori del controllo-riparo-prigione. (Fuori sesto, fuori fase…).

Passo poi all’esortazione “Di’”, che da sola occupa il verso 3 della poesia, e sembra rappresentare un invito della poesia all’autore, o della voce narrante al testimone. Ma cosa deve dire l’invitato, colui che è spinto a far uso della parola, colui che la facoltà di parola ce l’ha? La risposta è di nuovo forse sottovoce, tra parentesi, al verso 4: “(quello che vede senza commenti)”.

Allora i versi 3-4 possono significare: “tu, o interlocutore [lettore, autore, testimone] dimmi, dicci cosa lui, l’internato, il rifugiato, vede, senza aggiungere commenti tuoi” ma anche “tu, o interlocutore [lettore, autore, testimone] dimmi, dicci cosa lui, l’internato, il rifugiato, vede senza poter commentare, senza (tu o lui?) essere in grado di commentare”. (Per via della sofferenza che la visione comporta, per un mancato accesso completo alla parola, per il fatto di uscire e entrare dal dolore del vedere, del controllo, dall’essere spiato, o dal troppo spiare).

Ecco.

Alla chiusura di questo quarto verso, abbiamo il resto della sequenza: le altre poesie. Come se (dunque) il primo testo, i suoi quattro versi, fossero un’esortazione, sulla soglia dello Shelter, all’osservazione.

Le poesie che seguiranno saranno allora forse – per rubare un titolo ad Andrea Inglese – quello che si vede. (Quello che vede il malato? il medico? il testimone? un autore di versi?).

Bon, in ogni caso: questa è una possibile lettura dei quattro versi iniziali della sequenza.

Questo leggo, proprio da lettore, dall’esterno, nel testo che è scritto. O almeno: questo ho libertà di leggere, nel testo dato, in questi quattro versi, applicando uno sguardo libero, credo.

Nei testi ulteriori posso fare lo stesso, oppure no. Posso inoltre trovare delle difficoltà, delle asperità non altrettanto linearmente scioglibili. Posso incontrare qualche arbitrio autoriale, ossia qualche frase che non ingabbia e blocca il verso o i versi a una decifrazione possibile, ma li àncora a una scelta impoderabile, o a una conoscenza pregressa di elementi che possono non essere patrimonio comune.

Però ho il sospetto o il pensiero o insomma nutro la (spero fortemente mai arrogante e impositiva) persuasione che così non sia. Ritengo cioè che il testo produca senso, ma senso che chiede uno sguardo connettivo e indagante al lettore. Dunque che il testo sia non un lavoro su forme condivise, ma una condivisione in atto, che si spende nell’atto della lettura, se si vuole che la lettura venga – con lentezza pari all’attenzione – a distendersi perfino pigra e sorniona nella propria libertà per afferrare il percorso e i dettagli del testo con una certa cura. Quasi con amore, se dire amore non fosse usare una parola grossa.

Una scrittura diversa, una poesia diversa, non di Giovenale, un senso o modus narrativo, esplicitante, immediatamente appariscente sa – lo ammetto – farsi amare più immediatamente. Ma il tipo di affezione / azione ermeneutica che testi come i miei chiedono è proprio – se ci rifletto – un gesto fisico, un incontro. Anche se avviene con quella parte del corpo che è la voce, magari, condotta dall’intelletto, applicato anche sui primissimi lineari elementi della pagina.

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[http://www.nazioneindiana.com/2010/09/22/sette-testi-da-shelter/#comment-140925]