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precisando
precisando quanto scritto qui, aggiungo:
il “sistema generale” in cui tutti paiono dialogare o discutere è quello per cui
lettori = pubblico
e dunque +lettori = +pubblico
di pubblico si parla in un contesto (quasi esclusivamente) spettacolare. o divenuto molto fortemente spettacolare. questo contesto è o è stato vincente tra gli anni ’50 e oggi. dominante.
la carta stampata (giornali, riviste, libri), la “pubblicazione” in forma di pubblicità, il cinema e la televisione sono tutt’ora vincenti.
e dunque la riflessione di Andrea in questo post – e i suoi più che ragionevoli timori sul rischio di lasciare al nemico un terreno simile (il terreno dominante, il contesto dello spettacolo) – valgono in un ambito in cui è il pubblico-massa a dominare (=essere dominato), fare opinione (=farsene vendere o regalare una), decidere, farsi influenzare, votare, mandare i figli in una scuola o in un’altra, far dire le cose ai “comunicatori di massa”, insistere perché parlino e straparlino, votarli, farsi dare indicazioni da loro, far dare dritte e interi flowchart di istruzioni (o riferirle, trasmetterle) ai propri figli, eccetera.
ma. una prospettiva anarchica non irrealizzabile e già effettiva in mezzo pianeta spezza di fatto il panorama della massa e massificazione – e dello spettacolo – in schegge differenti. divergenti. concretamente altra cosa.
un numero molto alto di persone (a mio avviso milioni) fonda o forma o attraversa microcomunità. si può parlare di reti ed eterotopie, di web come di comunità rurali e cittadine singole, di insiemi eterogenei di gruppi non riassorbiti dal sistema spettacolare, ma non soltanto di questi. non solo casolari sperduti in campagna, da cui guardare l’orizzonte con lo schioppo carico.
se sempre più si parla e non si ciarla di agricoltura biologica, tentativi di comunità effettive (laboratori ne sono stati i centri sociali, ma non esistono solo quelli), comunità di artisti fuori dagli schemi (penso a Jim Leftwich e al suo Roanoke Collab Festival, in Virginia, o a Dirk Vekemans e al suo Klebnikov Carnaval, in Belgio) non si parla di puntini isolati sulla mappa del mondo. (adesso mi viene in mente anche John Bennett, e il suo lavoro ultradecennale per la Ohio State University, esemplare).
bon. la Camera verde, a Roma, ha diverse migliaia di frequentatori. e si vedrà meglio, questo, l’11 settembre a Tuscania.
se il sistema della comunicazione va sganciandosi dal generalissimo generalismo che abbiamo conosciuto e che (non nego) qui da noi ancora domina, non è soltanto per via di azioni di disturbo interne al sistema. anche se non intendo in nessun modo negare che anche quelle siano necessarie, e portino effetti (e siano ‘esempi’, anche). ok.
ma. dire il sistema sta cambiando, o meglio metamorfosando, non significa ingenuamente stornellare un derivato tardivo “the times they are a changin”. semmai vuol dire guardarsi intorno e vedere e riconoscere che di microcomunità, di persone che nemmeno hanno il televisore in casa, che vivono quasi tutta la loro esistenza fuori dai confini di una normalità, è pieno il pianeta, e di gente fuori dalle regole del mercato spettacolare fortunatamente è tessuta non solo una nicchia analogica e low-fi, ma tante situazioni tecnologicamente agguerrite, e presenti e attive nel tessuto sociale reale. (che non è quello rappresentato dai quotidiani, di sinistra o meno).
se quotidiani e accademia e regesti patinati non si occupano o non si occuperanno mai di wooster collective (attenzione: parlo di murales, di artisti, qui: non letteratura), o di sten, che non linko, sarà un problema di quotidiani e accademia e regesti, non delle migliaia e migliaia di persone che vivono nelle microcomunità, che poi “micro” non sono affatto.
vorrei che fosse più forte e costante l’attenzione verso queste esperienze. verso luoghi non dominati, e proprio anzi fuori campo. perché non sono dominati dallo spettacolo, ma “hanno campo”: il cellulare prende. c’è connessione. e anzi: proprio perché c’è connessione raccolgono consensi, persone, uniscono, fabbricano cose.
il 2 ottobre: IN PIAZZA
The city of Asterix
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in piazza
4 settembre, roma, social street art
Sabato 4 Settembre il Centro di Cultura Ecologica ospita Social Street Art, un evento vincitore del bando Estate Romana in V Municipio.
In occasione della manifestazione i servizi della Biblioteca “Fabrizio Giovenale” saranno sospesi per l’intera giornata.
Social Street Art e’ un festival di arti urbane che racchiude “arti di strada” e temi sociali.
Spettacoli, performance di breakdance, graffiti e video proiezioni che affrontano tematiche sociali, quali il valore della diversita’ ed i diritti umani interpretandole con un linguaggio contemporaneo;
ospita il B-BOY EVENT, contest di richiamo Internazionale, giunto alla sua 11a edizione che portera’ a Roma ragazzi provenienti da tutta Italia e dall’estero; reinterpreta per l’occasione il concetto di aerosol art e per tutta la durata dell’evento verranno proiettate sull’edificio di Casale A.L.B.A.-3 spot e campagne sociali nazionali ed internazionali;
ha una sezione GRAFFITI interamente curata da Walls. Walls e’ tutto quello che riguarda le forme espressive che usano come scenario la citta’. Un team di professionisti supportati dai migliori artisti e designer italiani; ospita l’istallazione Kilyka’, il corpo che genera musica, progetto trainante della BCCA. Kilyka e’ un’installazione che nasce dall’integrazione di una tecnologia di motion capture markerless e di vari motori di rendering. L’immagine, l’espressione ed il singolo movimento dell’artista si trasformano in musica, immagini e interattivita’. Gli artisti ad improvvisare con “Kilyka’” saranno i Badu
Rhythm e Shea99.
“more money in your pocket” _ l’industria del cibo negli USA
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http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Flash&d_op=getit&id=13546
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Cibo s.p.a. è un documentario che descrive la trasformazione radicale dell’industria alimentare avvenuta negli USA negli ultimi decenni. Vedere da vicino ciò che è successo in America è sicuramente importante per capire quello che rischiamo di veder succedere anche da noi molto presto.
Nonostante il consumatore venga illuso di avere a disposizione una grande varietà di marche e prodotti diversi, in realtà questi fanno tutti capo ad un numero molto ristretto di super-aziende alimentari, che poi li immettono sul mercato con nomi e sotto marche diversi. Ancora più inquietante è il fatto che, indipendentemente dal produttore, uno degli ingredienti principali rimanga il granoturco, nelle sue forme più disparate.
La sua estrema economicità, ottenuta in modo artificiale, grazie a pesanti incentivi pubblici, ha portato ad utilizzarlo anche come mangime per i bovini, al posto dell’erba che dovrebbe essere il loro nutrimento ideale.
Gli allevamenti di bestiame hanno raggiunto dimensioni enormi ed i mattatoi sono diventati catene di montaggio ad altissima efficienza, dove gli animali al massacro sono trattati poco peggio degli stessi dipendenti, che vengono usati come “macchine umane”.
Tale ciclo lavorativo porta con se altre deleterie conseguenze quale un altissimo rischio di infezioni e contaminazioni dei prodotti, che devono quindi essere sottoposti a fasi di lavorazione che includono una forte sterilizzazione.
Non manca infine il capitolo dedicato alla tristemente famosa Monsanto, che a seguito della recente possibilità di brevettare forme di vita (vegetali o animali) sta cambiando radicalmente il settore agricolo, e impedisce di fatto agli agricoltori di svolgere il loro lavoro con le metodologie che da sempre hanno caratterizzato la loro attività.
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