The Glory and Fall of Scientific Poetry
International Symposium
Montreal , September 15-17, 2010
see http://www.epistemocritique.org/spip.php?breve88&lang=fr
International Symposium
Montreal , September 15-17, 2010
see http://www.epistemocritique.org/spip.php?breve88&lang=fr
Sì, d’accordo, può esser detto che esiste – o che potrebbe esistere – una scrittura ‘clus’, di fatto.
Alcuni nomi (quello del sottoscritto incluso) sono stati fatti, in passato o recentemente. Ma invece di limitare o dedicare il campo a un numero di nomi (che contraddicendomi farò qui in calce) è bello nello spazio rapido di un post aggiungere riferimenti – semmai – ad altre categorie ancora.
Fra 2003-2005 e oggi si è parlato di molte modalità di scrittura. Appunto ‘clus’, e ‘fredda’, ‘informale fredda’, ‘installativa’, ‘procedurale’ (di cut-up, o ‘sought poetry’, o ‘concettuale’), si è parlato e si parla di ‘googlism’ e di ‘flarf’, e da un anno circa di ‘prosa in prosa’. Comunque tutte nel perimetro della scrittura ‘di ricerca’. Anche se – in taluni casi – poteva venire incluso perfino qualche elemento mainstream, addirittura un tot di lirica, o esser resuscitato l’io, un distorto confessional, e altro ancora. (Senza contare le varie declinazioni del versante performativo, che qui non chiamo in causa; e tengo fuori altresì il piano del pieno laboratorio linguistico, e dunque dell’eredità, del Gruppo 93).
Ora. Si può agire come in passato: osservare alcuni autori, derivarne una o più di una categoria, cercar di capire come e quanto quegli autori effettivamente vi rientrino, e chiuderli nel recinto di un saggio, a cui (se il critico ur-categorizzante ha occhio) seguiranno altri saggi, di varie penne, solitamente anche polemici.
Per certi aspetti questo è successo, ma in maniera non eclatante, proprio con le categorie ‘clus’ e ‘freddezza’, e nei mesi recenti con la ‘prosa in prosa’.
Ma ci si augura che – oltre a una ipotetica eventuale discussione su dette categorie – gli autori (specie quelli sconfinanti, fuori legge, a cavallo di più aree, o [vocabolo santo e briciola kitsch:] “appartati”) vogliano aggiungere loro riflessioni, note, e testi, soprattutto testi, che mettano precisamente in crisi, e perfino rovescino (o còmplichino), le categorie.
In tema di freddo o installazione o clus, eccetera, un primo appello di presenze si può (alfabeticamente) comunque già qui fare – e ciascuno aggiungerà nomi che per mia insipienza o distrazione sfuggono. Iniziamo (concludiamo, quasi):
Gian Maria Annovi, Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Roberto Cavallera, Riccardo Cavallo, Alessandro De Francesco, Carlo Dentali, Giovanna Frene, Florinda Fusco, Gianluca Gigliozzi, [MG], Ermanno Guantini, Andrea Inglese, Michele Marinelli, Giovanna Marmo, Giulio Marzaioli, Simona Menicocci, Silvia Molesini, Massimo Orgiazzi, Vincenzo Ostuni, Adriano Padua, Gilda Policastro, Laura Pugno, Andrea Raos, Massimo Sannelli, Vanni Santoni, Fabio Teti, Sara Ventroni, Francesca Vitale, Michele Zaffarano.
Con questo campo, come interagiscono i lavori (diversi, spesso generosi di ipotassi, non ‘freddi’, direi, o anzi proprio ‘performativi’, o non ‘di ricerca’ nel senso specificato sopra) di Vincenzo Bagnoli, Maria Grazia Calandrone, Chiara Daino, Elisa Davoglio, Sara Davidovics, Federico Federici, Francesca Genti, Fabrizio Lombardo, Francesca Matteoni, Angelo Petrelli, Andrea Ponso, Lidia Riviello, Greta Rosso, Sergio Rotino, Luigi Severi, Luigi Socci, Italo Testa, Giovanni Turra?
Me lo domando precisamente in vista di una sovraesposizione e sovrapposizione e magari infine crisi di categorie. A cui si deve però mirare – io credo – solo cancellando prestissimo le generalizzazioni, per ritrovare e affrontare i testi-testi, con gli strumenti dell’analisi critica noti. Senza l’analisi non ci sono delimitazioni (e sconfinamenti) di aree categoriali, non ci sono rovesciamenti dello stato di cose (e di lettere), e l’indistinto ‘corale’ domina, echeggiando le proprie costanti di fondo: vuoto conoscitivo e quietude.
precisando quanto scritto qui, aggiungo:
il “sistema generale” in cui tutti paiono dialogare o discutere è quello per cui
lettori = pubblico
e dunque +lettori = +pubblico
di pubblico si parla in un contesto (quasi esclusivamente) spettacolare. o divenuto molto fortemente spettacolare. questo contesto è o è stato vincente tra gli anni ’50 e oggi. dominante.
la carta stampata (giornali, riviste, libri), la “pubblicazione” in forma di pubblicità, il cinema e la televisione sono tutt’ora vincenti.
e dunque la riflessione di Andrea in questo post – e i suoi più che ragionevoli timori sul rischio di lasciare al nemico un terreno simile (il terreno dominante, il contesto dello spettacolo) – valgono in un ambito in cui è il pubblico-massa a dominare (=essere dominato), fare opinione (=farsene vendere o regalare una), decidere, farsi influenzare, votare, mandare i figli in una scuola o in un’altra, far dire le cose ai “comunicatori di massa”, insistere perché parlino e straparlino, votarli, farsi dare indicazioni da loro, far dare dritte e interi flowchart di istruzioni (o riferirle, trasmetterle) ai propri figli, eccetera.
ma. una prospettiva anarchica non irrealizzabile e già effettiva in mezzo pianeta spezza di fatto il panorama della massa e massificazione – e dello spettacolo – in schegge differenti. divergenti. concretamente altra cosa.
un numero molto alto di persone (a mio avviso milioni) fonda o forma o attraversa microcomunità. si può parlare di reti ed eterotopie, di web come di comunità rurali e cittadine singole, di insiemi eterogenei di gruppi non riassorbiti dal sistema spettacolare, ma non soltanto di questi. non solo casolari sperduti in campagna, da cui guardare l’orizzonte con lo schioppo carico.
se sempre più si parla e non si ciarla di agricoltura biologica, tentativi di comunità effettive (laboratori ne sono stati i centri sociali, ma non esistono solo quelli), comunità di artisti fuori dagli schemi (penso a Jim Leftwich e al suo Roanoke Collab Festival, in Virginia, o a Dirk Vekemans e al suo Klebnikov Carnaval, in Belgio) non si parla di puntini isolati sulla mappa del mondo. (adesso mi viene in mente anche John Bennett, e il suo lavoro ultradecennale per la Ohio State University, esemplare).
bon. la Camera verde, a Roma, ha diverse migliaia di frequentatori. e si vedrà meglio, questo, l’11 settembre a Tuscania.
se il sistema della comunicazione va sganciandosi dal generalissimo generalismo che abbiamo conosciuto e che (non nego) qui da noi ancora domina, non è soltanto per via di azioni di disturbo interne al sistema. anche se non intendo in nessun modo negare che anche quelle siano necessarie, e portino effetti (e siano ‘esempi’, anche). ok.
ma. dire il sistema sta cambiando, o meglio metamorfosando, non significa ingenuamente stornellare un derivato tardivo “the times they are a changin”. semmai vuol dire guardarsi intorno e vedere e riconoscere che di microcomunità, di persone che nemmeno hanno il televisore in casa, che vivono quasi tutta la loro esistenza fuori dai confini di una normalità, è pieno il pianeta, e di gente fuori dalle regole del mercato spettacolare fortunatamente è tessuta non solo una nicchia analogica e low-fi, ma tante situazioni tecnologicamente agguerrite, e presenti e attive nel tessuto sociale reale. (che non è quello rappresentato dai quotidiani, di sinistra o meno).
se quotidiani e accademia e regesti patinati non si occupano o non si occuperanno mai di wooster collective (attenzione: parlo di murales, di artisti, qui: non letteratura), o di sten, che non linko, sarà un problema di quotidiani e accademia e regesti, non delle migliaia e migliaia di persone che vivono nelle microcomunità, che poi “micro” non sono affatto.
vorrei che fosse più forte e costante l’attenzione verso queste esperienze. verso luoghi non dominati, e proprio anzi fuori campo. perché non sono dominati dallo spettacolo, ma “hanno campo”: il cellulare prende. c’è connessione. e anzi: proprio perché c’è connessione raccolgono consensi, persone, uniscono, fabbricano cose.
da Senza paragone, su Poetarum Silva :
Intervista, in La poesia e lo spirito :
come commenterei questa nota di Cordelli http://www.nazioneindiana.com/2010/08/31/il-feticcio-del-romanzo ??
direi così: http://gammm.org/index.php/2007/05/02/opera-disfatta/