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sul “manifesto”: recensione alla plaquette di Laura Pugno
Con il titolo Il Gilgamesh rivisitato in versi da Laura Pugno si può leggere sul «manifesto» di oggi, giovedì 1 aprile 2010, a pag. 12, una mia recensione alla recente plaquette di L. P. (il cui titolo è appunto gilgames’ — anche se “rivisitato” è parola non esatta) pubblicata da Transeuropa nella nuova collana Inaudita.
Recensione a breve anche leggibile sul sito del quotidiano.
!! nuovo sito della Camera verde !! (in progress)
commento su NI / dislocato qui
a
http://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-responsabilita-dellautore-tommaso-pincio/#comment
r.:
il ‘tasso di dissipazione’ (=disintegrazione) delle assemblee, già al tempo del movimento della Pantera, era — se non ricordo male — piuttosto forte.
finiti i dibattiti, via tutti chiusi in microgruppi o in sé. via subito. via dal luogo. (mentre ancora a metà anni ’80 qualcosa succedeva — praticamente — sempre). (non ci si sganciava da un senso, talvolta soffocante, di collettivo).
è successo qualcosa allora, vagamente collocabile nel decennio che stava portando al 1990 appunto. ma forse qualcosa di diverso era possibile inventare, organizzare, a contrasto. nel senso delle lotte in corso (certo non solo quelle degli universitari). dico: qualcosa oltre (e insieme) alle occupazioni.
hélas, troppe chiavi non giravano più. molta gente che ‘derivava’ dai ’70 se l’è bevuta la droga, molta il potere (altra droga). molti hanno fatto comunque molto, ma non ha funzionato.
[pronome di prima persona] purtroppo, a partire da quegli stessi anni ’80, non ho più potuto seguire alcune vie politiche iniziate. me ne sono capitate di tutti i colori. e, per farla breve, presa (in straritardo) uno straccio di laurea, ho poi iniziato a lavorare.
non da indipendente (avrei dovuto seguire l’esempio di Roversi). e non nella letteratura, anche se (tantalicamente) “con i libri”.
l’alternativa era non mangiare (e non riguardava solo me) (ché a me dimagrire anche drasticissimamente farebbe sempre bene).
questo per dire: e mo?
nel senso: sento che mi riguarda ogni lotta. e — come posso — la seguo, la appoggio. anche se non si tratta della “mia”. (ma ci sono stati tempi in cui gli studenti volantinavano fuori dalle fabbriche, e diversissime età e identità a colori manifestavano insieme).
la domanda è, ora: scrittori, intellettuali, …: cosa fate/facciamo? cosa fare? come inventare un ‘alt’ alla produzione che non si traduca in una emarginazione di chi lotta? quali strumenti (di comunicazione) ci sono? chi alza le prime bandiere? e dove e cosa si fa in concreto?
recensAshbery
per Amelia Rosselli: Firenze, 29 marzo
alcuni elementi di descrizione – (replica)
ricevo molti inviti a reading di persone che stimo e per libri che posso non amare ma che sinceramene rispetto.
vorrei sottolineare in ogni caso che da diverso tempo la gran parte dei miei interessi è decisamente laterale e ‘decentrata’ rispetto a moltissima parte della produzione testuale italiana.
per un’idea di quel che sto dicendo si possono visitare le diverse pagine web che curo o a cui collaboro.
il mio interesse, voglio dire, si concentra sulla scrittura di ricerca, la poesia visiva, le installazioni verbali o le interazioni tra testo ‘freddo’ e arte.
non sono interessato al mainstream confessionale, lirico, neoralistico, o altro. specie se italiano.
non sto in nessun modo tentando di “convincere” qualcuno a leggere o interessarsi di visual poetry, asemic writing, conceptual poetry o googlism. do solo alcuni parametri e margini di definizione di ciò che ‘a me’ personalmente interessa. (dando per implicito e comprensibile che non mi ritrovo, quindi, nel mainstream suddetto).
i vecchi “cinque paragrafi”
(replica) – Del sognare il mondo
1.
lo sguardo asemantico che il mondo lancia agli occhi è ricambiato da tanta parte del loro sognarlo.
del sognare il mondo. il fatto di immaginarlo si sottrae al facile gesto del significato. produrlo, formarlo; così organizzarlo come diverso. (nei codici, che anticipano prassi).
2.
nella vita, nel percorso quotidiano, non tutto è dato. la massa di segnali che investe o attrae la coscienza ogni giorno, la complessità delle macchine, dei linguaggi, delle immagini, l’accumulo di voci, l’indecidibilità di parti del paesaggio, gli urti delle percezioni, non sono sempre e in tutto minutamente esaustivamente affrontati e spiegati, messi in forma e messi in riga per una cosiddetta ragionevole comprensione lineare: A, B, C, ergo D. (non sono letteralmente mai affrontati così).
un pensiero dualista direbbe: “ciò nonostante, viviamo comunque: perciò il buio ovvero l’oblio permette di esercitare le modulazioni della luce di cui disponiamo”. falso.
è possibile modulare luce (che non esiste da sola) precisamente perché e in quanto a formarla sono le sue doppie reinsistite assenze, le latenze e oscillazioni di gradi di nero o vuoto. e viceversa. i due campi si necessitano e implicano, si generano: non sono due (né coincidono). precisamente nel loro paradossale reciproco scriversi elidersi originarsi sottraendo sé risiede una chiave del movimento che è percepire.
è esattamente perché non vediamo tutto, che vediamo qualcosa.
3.
lo stesso si può dire degli oggetti linguistici. per i segni in generale.
un’installazione, un oggetto d’arte, una linea comune e ritornante del panorama, un’espressione su un volto, una storia traudita e non compresa eppure iterata ogni giorno, una strada di passaggio, possono essere – pur indecifrati – segmenti recursivi della vita. materiale percettivo, sentito come invariante nel tempo, negli anni, riverberato. ciò non solo non impedisce di vivere, ma al contrario lo permette.
così molti testi possono essere (se e dove sensatamente costruiti – da autori) elementi ancora indecifrati e tuttavia familiari e amici del commercio quotidiano con il senso-non-senso, con le cose, le persone, le parole.
4.
la complessità dei linguaggi, dei sistemi di segni, specie verbali, è tale da sopravanzare – per variabilità e combinazioni e potenzialità – gli oggetti e le storie.
l’impressione è che ci siano molte più combinazioni tra parole e concetti e sillabe e ritmi e sfumature e frasi e opere che tra molecole in natura.
è possibile, per un lettore, abbandonarsi alla necessità inspiegabile di un testo e di un gruppo di versi prima di averne inquadrato non solo il significato, ma perfino il senso, i confini della persuasione in atto.
non diversamente, ci si innamora di una persona prima di averla descritta alla coscienza. a volte prima ancora di averne afferrato i tratti somatici, l’aspetto.
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[ precedente versione: 27-7-2006 ]


