Da oggi su Universopoesia, un breve articolo su Poesie e prose di Roberto Roversi: qui:
http://www.universopoesia.splinder.com/post/19352811
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Intervengo con alcune annotazioni che vogliono disordinatamente (come mi è possibile) replicare a vari commenti comparsi negli scorsi giorni a proposito dello Sciopero dell’autore. I commenti a cui di volta in volta rispondo sono dati in corsivo grassetto piccolo, con link di riferimento a lato).
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(1)
Esordisco con una ulteriore notilla (dopo questa) sul tacere. E sul fare.
Da diversi anni organizzo, da solo o con altri, molte serie di letture e iniziative e più in generale prassi decisamente opposte a qualsiasi idea debole di silenzio. (“Da anni si va in questa direzione”, dicevo nel primo intervento Sul tacere).
Bon. Ci sono state e ci saranno sedi in cui non trovo sintonia, e altre da cui la distanza politica deve essere (per quanto mi riguarda) marcata. Questo non significa tacere, è semmai il contrario. Perché, ovviamente, le stesse cose che uno faceva in X e Z poi le sposta in Y e Z.
E pace.
Se a contare è la qualità dei testi o delle cose pensate e promosse, la situazione — è un augurio — migliora, selezionando.
Se non migliora, si condanna da sé. Se viene ignorata perché gli amici o sodali che si avevano in X spariscono col trasferimento in Y, verrà ignorata dai frequentatori nel luogo X, non da quelli nel luogo Y.
Se l’eco che aveva X è maggiore dell’eco che avrà Y (cosa da dimostrare), ciò potrà essere più o meno puerilmente chiamato: “prezzo da pagare”. Très bien.
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(2)
Quando leggo (o sento) che “la destra è cattiva ma anche la sinistra eh, perbacco” (ecc.) rispondo che è giusto e che io arrivo colpevolmente in ritardo con le critiche. Ma una critica a sx, una critica a dx, e/o una critica a sx e a dx insieme, penso non possano convivere con accondiscendenze e concessioni agli oggetti delle critiche medesime. Se critico tizio, do una conseguenza alla parola anche fuori dalla parola.
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(3)
Invece nei dibattiti televisivi, nei maxieventi col maxischermo, alla radio e sulle belle tribune, non ci si fa mai le seghe a vicenda. È cosa nota. Claro.
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(4)
È proprio per rendere sensata/sensibile questa differenza che uno pensa di non solo “scioperare”, ma semmai cambiare una prassi propria. Agire diversamente dal passato, dove e come (e quando) si può. Operare secondo un segno diverso.
Rientrando in ciò un versante economico, si spiegheranno (umanamente) i limiti che ne derivano, se e quando ne derivano. (Come si loderanno i superamenti autogestiti di quei limiti, quando si riuscirà a metterli in atto).
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(5)
Ci possono essere azioni frontali da mettere in pratica “prima” di “dover” prendere l’aereo. (E per scongiurare, appunto, la necessità del volo).
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(6)
Alla mail collettiva ho risposto con mail collettiva (26 novembre). Non ho niente in contrario nel renderla pubblica, quando e se i co-destinatari tutti mi danno l’ok scritto. Mi sembra chiarissima. Replica punto per punto.
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(7)
Quante presentazioni (2, mi si dice: ma:) quanta pubblicità e segnalazioni e mail circolari sono state fatte da parte dei redattori autori collaboratori a questo numero della rivista? Io non ne ho ricevute. Ho però ricevuto il numero della rivista, che ho ovviamente segnalato qui (segnalare, quando non si può intervenire, è il minimo; ma non è nulla).
Sulle “possibilità concrete di una cultura d’alternativa” sono appunto circa 20 anni che mi spendo. La dépense citabile stranota. Non aspettandomi rientri (eppure avendone), non vedo cosa aggiungere. Se non continuare per altri tot anni, in rete (e senza rete). Chi vuole vedere e leggere, vede e legge. Gli altri no. Così va.
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(8)
L’iniziativa dello Sciopero vuole precisamente dire che — stante la “scelta secondo coscienza” (da rispettare) — c’è modo di aggiungere (significativamente) alle opzioni di opposizione anche un rifiuto del segno o contesto che (indipendentemente da chi vi agisce) riconnota o può riconnotare il testo e i suoi attori per il semplice fatto di ospitarli.
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(9)
Quella dello Sciopero non è stata un’iniziativa “contro” RomaPoesia. È nata dal contesto di un rifiuto individuale (di persone separate che nemmeno si erano consultate in questo) e si è — in un tempo lungo — articolata come lettera di più ampio e differente respiro. (Offresi cronologia a richiesta). (E a pagamento, visto che comporterebbe ore di lavoro al pc per districarsi tra mail e sms).
Volendo tenere insieme persone diverse e con atteggiamenti diversi e legami diversi, ha assunto una prima forma o bozza collettiva (questa), che poi è stata meglio precisata con il comunicato ora pubblicato.
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(10)
Ri-cito il lavoro di questi anni? Per poi sentirmi dire che non sta bene dire “ho fatto questo ho fatto quello”? Se ho fatto, sbaglio a dirlo. Se non lo dico, sbaglio perché “evidentemente” non ho fatto nulla. (Eh, non dice = non ha agito). Eccetera.
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(11)
No comment.
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(12)
Ergo, l’alternativa sarebbe: O stare male con la propria coscienza (fare porcate? quante?) O starci bene però così chiudendosi nei guanciali? Curiosa histoire d’O.
E interessante aut-autismo (link).
Come dire che esistono solo due entità: il coerente che si tarpa e s’imbottiglia le palle, O lo zozzo infingardo che esce vittorioso dal guanciale. (Amatriciana modificata? Ai posteri).
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(13)
Ognuno sceglie quali.
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(14)
Giusto: «non è un termine di paragone». Ci sono state letture in Camera verde con masse e genti fuori della porta e letture alla CdL con 4 gatti. Ma: decisamente: i luoghi nominati sono grandezze (matematiche) incomparabili.
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(15)
Idem io.
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(16)
Leggo questo come 150° commento del thread. Si parla ancora di silenzio. Ancora. Incredibile. Osservo un minuto di silenzio. Merita.
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(17)
Invito / invece: sgruppiamoci. Ognuno prenda l’idea dello Sciopero e pensi — con questo microfiltro — di osservare le cose a cui andrà incontro in futuro. A ognuno le sue scelte.
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(18)
Concordo.
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(19)
Imminente. Me la sento già. Come si sente la febbre. (Parlo della mia attività lavorativa). (OT, dunque chiudo).
(Nota di teatro:)
(Il lavoro, l’identità, la “persona che parla” sono sempre OT. Si dice IT solo la posizione sulla carta, la geometria del profilo pubblico comunicato, proiezione del non-osceno, ossia del non strutturale, sullo schermo condiviso, che è di volta in volta bianco. E che ridiventa bianco all’uscita degli avatar dei dialoganti dalla scena).
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(20)
Questo mi incuriosisce molto. Vivo veramente fuori dal mondo, mi rendo conto, a volte. Chi collabora “serenamente” a queste due lodevoli tribune di libertà?
Giovedì 27 novembre, alle ore 18:30
presso il centro culturale La camera verde
(Roma, via G. Miani 20)
presentazione del libro
AL GIORNO D’OGGI
(sulla rassegnazione)
di
Giuliano Mesa
* * * * * * *
La camera verde è in Via Giovanni Miani 20 – 00154 Roma
tel. 340-5263877
e-mail: lacameraverde [at] tiscali [dot] it
in occidente il tempo storico è di distruzione senza residui del tempo individuale. ogni giorno si consuma l’incendio integrale delle energie fisiche e così mentali dei lavoratori. chi lavora non può più in nessun modo accedere seriamente e rigorosamente al ruolo di intellettuale. chi ha conosciuto un simile ruolo in periodi più fortunati, retrocede ora metro a metro perdendo margine, pagine, nozioni e alfabeto.
il cosiddetto analfabetismo di ritorno, che allegri sociologi illustrano dai grafici fluorescenti nelle ore brillanti delle tv, riguarda in definitiva tutti i parlanti.
in meno di cento anni si è rovesciato il discorso della Room of one’s own della Woolf.
precisamente a chi lavora sono sottratte indipendenza e libertà, dunque stanza nella scrittura.
è la chiarissima osservazione di Debord nel Panegirico: «ormai la schiavitù vuole realmente essere amata per se stessa» (non in vista di qualcos’altro). la diagnosi situazionista sulla società non registra aggiornamenti degni di nota.
la scrittura o è agìta da altoborghesi provvisti di strepitose ma anche strepitanti garanzie, o costa decisamente sangue/lacrime, o più facilmente non ha luogo affatto. (e: la nozione di “poeta operaio” nemmeno è più etichetta derisoria). fiumi interi, una volta almeno sotterranei, sembrano destinati a meno che polvere. requiescant. nulla di nuovo: è plausibile perfino pensare immorale la permanenza di una ‘intellettualità’ dove un intero pianeta di suicidi tollera e agisce il massacro di massa, il declino dell’ecosistema, la guerra perpetua.
la disgregazione di uno o molti sistemi letterari non è — rispetto ad altro — il male.
questa non è posizione nichilista. sono parole scritte in piedi negli spazi non garantiti del lavoro non letterario. che lo stesso lavoro letterario, ‘intellettuale’, abbia perso garanzie è un’aggiunta poco interessante. dovevamo pensarci prima, adesso non si salva quasi più nessuno. (chi meriterebbe salvezza? per quali azioni?)
*
[ breve intervento già comparso in “Atelier”, a. XI, n. 42, giugno 2006, p. 45 ]
[ non necessariamente condivido ancora il mio tono apocalittico: l’impegno nonostante lo stato di cose descritto ricomincia ogni giorno; così è ]
Quel che scrive Fortini a proposito delle due posizioni del critico illumina mica poco. Parla del critico 1, in editoria, e 2, in accademia.
Editoria e università. Tertium eccetera.
La conseguenza è che il mondo vario e intiero per quanto è tondo, notoriamente non editoriale e accademico full-time, scappa e sguscia come gelatina da tutte le parti. Sfugge. Dentro questo bilocale proprio non ci cape, non ci vuole stare. Mica nascondi Cthulhu sotto il tappeto, eh no.
Intendiamoci: Fortini è per tante (magari altre) ragioni un mio “autore di riferimento”. E — anche in questo caso — prendo a pretesto e prestito la dicotomia di cui sopra; nada mas; certo non ci chiudo dentro tutto Fortini. Ci mancherebbe. (Del resto cito anzi linko una citazione).
Ma la stupefazione, maraviglia, resta e cresce. Specie sapendo e vedendo che “i migliori cervelli della mia generazione” dall’università (massime dalla italiana) scappano a gambe levate. E anche vedendo che di editoria spazzatura sempre più (e con ragione da scialare) si parla e straparla.
Susurro: esiste altro, a partire dalla rete. Esiste quanto precisamente vive e fa testo senza e contro le istituzioni, senza e contro l’editoria infame infima infida.
Ma virando bruscamente su un altro elemento del dialogo affrontato nei giorni passati su N.I., che poi è magari il primum, ossia la variamente articolata declinata endiadi realtà / testo (stili di), noto da commenti a vari post assai visitati e vissuti che la bio è gittata tuttodì nel silenzio.
Geenna (con macchinici pianti e stridori) per chi già all’inferno è domiciliato. Per chi ha il trauma. O un lavoro decostruente. O niente lavoro.
Esempio: nei commenti indiani degli scorsi giorni si leggeva di “adolescenze tumefatte” che lagnandosi online violerebbero incaute il proprio sperato riserbo, e così sfascerebbero i dilicati apparati genitali de’ leggenti (con facile effetto domino su milioni di anime, le tapine).
Non critico ciò. Solamente e desolatamente osservo: è vero. Vero è che tanta impudicizia non è perdonabile (-ata). Come la realtà.
Mi rendo conto, tutte le volte che cito anche per miseri 3″ netti nu guaio che m’è occorso, o che riguarda alcuno di comune conoscenza, issofatto il profilo oculare dell’udente si arcua e duole come vedi negli angioli di Giotto per la morte del Cristo. S’ha presente la dipintura? Spicchi piangenti! E il tutto di che tu se’ uomo ti s’arriccia di contrizione.
L’udente compiange, ti osserva, co-patisce, fa muro, e dura l’ascolto con un solo orecchio, mentre con graffi fuoricampo va disperato unghiando e tentacolando sul mouse alla cerca di uno “skip” cliccabile.
Deh, come a ciò giugnemmo, frati? Pare che davvero se uno ha la mafia al fegato se la deve tenere e crepare e zitto. E allora uno ha un presidente del c******** e se lo deve tenere? Teneramente? Ecché? E come?
Ma è così. “Non sta bene” dire che mi sto scordando l’alfabeto perché porcoqqua e porcollà (raddoppiamento fonosintattico illegale) mi tocca stare 12 ore al giorno a fare pacchetti con dentro una muffa.
“Non sta bene” dire che perfino nella civile Francia uno studioso di valore non trova dopo anni e anni uno sbocco se non di bile. “Non sta bene” far notare che uno dei maggiori filologi e traduttori dalle lingue antiche è disoccupato da 10 anni e passa. “Non sta bene” inviperirsi perché la persona che ha voltato in italiano più autori contemporanei francesi di tutti i traduttori italiani di romanzi di cacca (che però vendono) campa con uno stipendio di commesso. “Non sta bene” rilevare che è assurdo che un altro traduttore eccezionale, che di statunitensi si occupa, per sopravvivere faccia l’archivista inchiodato per ore al video.
Ho appena “sottinteso” quattro dei migliori autori che conosco. Ma sono migliori — guarda tu il caso — in un contesto che NON è accademia e non è editoria maior (=di merda, surtout). Come la mettiamo con il bilocale di Fortini?
Come la mettiamo con la realtà-realtà? (Non con il rapporto del testo con quest’ultima). (Su cui, da autore clus, farei discorso potentemente noioso).
Concordo con Alcor (http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/quid-credas-allegoria/#comment-99721) che scrive
O non sarà che questa idea di narratività piena, fluviale, “realistica” che ci viene dalla maggior parte dei romanzieri stranieri che leggiamo, nati in paesi di tradizione diversa, e a volte ancora in piena storia, mentre noi siamo ai margini, ci ha colonizzato?
E rimando a http://gammm.org/index.php/2007/05/02/opera-disfatta/
La Camera verde pubblica Tiresia, di Giuliano Mesa, in un’edizione in cui il testo italiano è accompagnato dalle traduzioni in inglese, francese, tedesco e spagnolo; dalle opere visive di Matias Guerra; e da un cd in cui Mesa legge non il solo poemetto ma anche una serie di altri testi precedentemente pubblicati.
Tiresia è opera uscita in riviste più volte, e presentata in festival in Italia e all’estero. Questo libro, multilingue, costituisce così un’edizione di riferimento.
*
1.
Il primo verso del poema dedicato all’indovino cieco inizia con «Vedi», non per paradosso. L’indovino cieco sa, vede e di fatto intende meglio che attraverso una percezione puramente ‘retinica’. La sua è conoscenza del male della città: «La città è malata» (Antigone).
I sovrani sono cause o concause del guasto, e hanno logicamente in odio la verità. Così l’esortazione di Tiresia cieco allo sguardo diretto è senza mezzi termini anche un incitamento politico – a difesa della polis – alla voce: «tu, se sai dire, dillo, dillo a qualcuno» (ultimo verso del secondo testo). Riferire (dire + ferire ancora): vedere/dire o vedere=dire: un verbevoir che Emilio Villa avrebbe salutato con favore.
2.
Il poemetto procede per brani intitolati oracoli e riflessi. Gli oracoli sono cinque: “ornitomanzia”, “piromanzia”, “iatromanzia”, “oniromanzia”, “necromanzia”. Vi si affrontano eventi come la frana in una discarica di Manila; l’incendio di una fabbrica di bambole a Bangkok dove ragazzine lavorano in stato di schiavitù; gli esperimenti con materiali radioattivi svolti su civili ignari; l’espianto di organi dai bambini; e il tema dei campi di morte, delle fosse comuni.
Non si ‘divina’ nulla ‘attraverso’ tali ‘strumenti’. Perché strumenti non sono; non riportano un futuro; invadono semmai in pieno il presente e il passato, e la parola. Sono i contenuti della visione. Il cieco Tiresia non preconizza, testimonia. L’ornitomanzia fa leggere – nel volo degli uccelli affamati di spazzatura e di cibo, che devastano una baraccopoli e aggrediscono gli abitanti a loro volta travolti da una frana – il risvolto della società dello spreco. Può esistere scialo di ricchezze solo perché e in quanto esistono milioni di poveri. Attivamente il nostro stile di vita fabbrica la discarica di Manila. Siamo noi a generare la devastazione. È la nostra vita – “vedi” – quella che determina questo presente.
«Prova a guardare, prova a coprirti gli occhi» (conclusione del primo oracolo) significa allora: fa’ un tentativo, osserva, e – poi – prova a coprirti gli occhi, se ne sei capace.
3.
Pensiamo a un altro Tiresia, quello di Eliot. L’epigrafe da Petronio che apre La terra desolata dice: «Del resto la Sibilla, a Cuma, l’ho vista anch’io coi miei occhi pendere dentro un’ampolla, e quando i fanciulli le chiedevano: “Sibilla, che vuoi?”, lei rispondeva: “Voglio morire”».
I fanciulli scherniscono Sibilla, così come – sulla scena del poema eliotiano – i vari borghesi sfaccendati, o Mr. Eugenides e le dattilografe e le sweet ladies che vi compaiono scherniscono l’occidente che si disfa e rovina. Ma è un ghigno amaro quello che ne viene, e tragico. Sibilla, veggente, vuole davvero la propria morte, di fronte al disastro. Il poeta-Sibilla-Tiresia, affannato e vecchio, cieco distrutto ma vedente, vuole – vorrebbe – attivamente scomparire, morire, non per estetismo ma materialmente. Non tollera la visione, come la vita, come la voce. Questo, in Eliot.
Il testo di Mesa – al contrario – capovolge ciò che comunque è svantaggio, «discapito» indesiderato, in segno etico, positivo, in dovere di visione/voce come vita. In responsabilità, cura: impegno. (Per quanto arduo).
Si diceva che la prima parola di Tiresia è «Vedi». Non è esatto.
A specchio e rovescio della Sibilla eliotiana, che vuole morire, la primissima riga che si incontra aprendo il libro, l’epigrafe del poemetto di Mesa, recita: «Devi tenerti in vita, Tiresia, / è il tuo discapito». La prima parola del Tiresia è dunque «Devi», anagramma di «Vedi».
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Articolo pubblicato con il titolo Le cinque tragedie previste dal Tiresia di Giuliano Mesa in «il manifesto», 12 ott. 2008, p.14.
(La presente versione è riveduta. E anticipa un intervento più ampio in uscita online)
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per contattare la Camera verde:
Via Giovanni Miani, 20 – 00154 Roma
tel. 340-5263877
e-mail: lacameraverde @ tiscali . it