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Il nuovo romanzo di Mariano Bàino

Ha molti significati il titolo del recente libro di Mariano Bàino, il romanzo o racconto lungo L’uomo avanzato, uscito nella collana FuoriFormato dell’editrice Le Lettere (con postfazione di Remo Ceserani).

Il protagonista del libro è figura allegorica di una civiltà (occidentale) definibile certo ironicamente “avanzata”; è poi un uomo in sovrappiù (avanzato = eccedente) rispetto allo scorrere normale della storia: un naufrago; e infine si aggiunga che si è davvero mosso, avanzando, arrancando, fino ad approdare al piccolo e semi-inospitale arcipelago di quattro isolotti saldati che lo accolgono a disastro avvenuto. Il suo punto di vista è fuori della storia ma proprio per questo molto avanti/avanzato nel planetario di sordità e vuoto senza limiti rappresentato dalle forze naturali, indocili. Che lo incastonano, e lo cambiano, inevitabilmente.

Il suo in ogni caso non è – propriamente – naufragio. Il colto Roberto Crusca, in serena crociera con consorte sull’Oceano Pacifico, non vede colare a picco nulla: nessun crollo del sistema-nave, nessun tramonto di quell’occidente da cui viene. È suo semmai, è individuale, l’errore. È lui che, semiubriaco e scioccamente spavaldo, deridendo tempesta e notte finisce in acqua per un colpo di malasorte irreversibile.

Dalla perdita di sé e del contatto con il mondo sedicente avanzato, all’esplorazione dell’isola dove la sorte bizzarra gli dà spazio e tempo di salvezza togliendogli però tutto il resto, il passo delle pagine è dilatato e riflessivo ma pienamente narrante. Il clima è di racconto. Poi, non appena il disperso anti-Crusoe, che nulla costruisce e nulla trasforma, si insedia o meglio inizia a vagare ciclicamente tra le falde o pietre o sabbie nei venti della piccola isola, ecco che diventano falde e arcipelaghi rarefatti le stesse prose che portano avanti il testo.

La storia si sfrangia in una raggiera di sguardi rivolti in prevalenza verso l’interno. La riflessione si fa centrale. Ed è sempre portata da un evento, però, o epifania, un micro o macro-accadimento (come possono essercene nell’isolamento totale): sia la scoperta di un soldato morto decenni prima, prigioniero nel folto della vegetazione, sia il tentativo puerile di addomesticare un pappagallo; sia la malaria che strema, siano gli incubi o sogni minutamente ricostruiti, siano i tentativi di scrivere – allineando rocce in terra – frasi e messaggi per aerei che passano e spariscono.

Uno dei punti di forza del libro, oltre all’incedere veloce-variante della prosa, consiste – si direbbe – proprio nella capacità di Bàino di tenersi equidistante per non dire estraneo sia rispetto a un incantamento panico di fusione con elementi e paesaggio (con cui il personaggio Roberto viene a patti semmai per tramite di ironia e senso di alterità), sia rispetto a un qualsiasi cedimento alla nostalgia per il mondo sedicente civilizzato. Tanto è lontano da questo mondo, Roberto, da fuggire come la peste un inspiegabile drappello che sbarca sull’isolotto in conclusione di libro. Il finale aperto non permette di individuare con certezza quale segno o presagio di evento – pur negativo – si possa intuire nell’ultima scena. Ma certo si tratta di una non conciliazione con la società degli umani, improvvisamente e invasivamente tornata alla ribalta nelle ultime pagine.

Questo, anche, mette il romanzo in utile e novecentesca prospettiva rispetto agli stessi cardini leopardiani (il riferimento è alle Operette, al ruolo della Natura, ovviamente), che pure si percepiscono forti in Bàino, nella rigorosa disillusione che il flusso di coscienza dell’io affida alle pagine di frammenti, alle memorie per scatti e pause del naufrago.

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art. comparso su “il manifesto”, 24 sett. 2008

un articolo del 2005: “Alcuni appunti sulla prosa breve”

ripropongo (da http://www.italianisticaonline.it/2005/prosa-breve/):

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Forse non c’è una ‘misura’ stabile, stabilita, pensabile per le esperienze di prosa breve, per ciò che non nascendo come prosa d’arte e lirica non vuole essere però racconto in senso stretto.

È noto che una certa tradizione ondivaga e complessa può venir individuata come originariamente ‘bifronte’: o principalmente narrativa o principalmente sperimentale/metalinguistica e onirica. Si parte così già con la differenza tra i tableaux dello Spleen de Paris e logicamente le Illuminations.

Ma prescindendo da dualismi, tentiamo qui un elenco d’avvio, di puri appunti di lettura, riferimenti e suggerimenti non ordinati, senza mettere in gioco altre analisi critiche che sarebbero e saranno sempre benvenute: spostiamoci dunque liberamente da Trakl, e dagli stessi Kafka e Beckett, Saint-John Perse, Fargue, Michaux, Ponge, Char; a certi frammenti indecifrabilmente perfetti di Handke, alle Carte segrete di Scipione (da cui Amelia Rosselli sente e marca differenza e distanza – ma con affetto e ascolto), ai quadri/microracconti onirici del Bernhard di Eventi (SE, a cura di Luigi Reitani), o a quel che di Simic si legge ne Il mondo non finisce (Donzelli, a cura di Damiano Abeni) o ne Il cacciatore di immagini (Adelphi, a cura di Arturo Cattaneo), a Éric Suchère, Ryoko Sekiguchi… O al lavoro di Giampiero Neri, agli esperimenti di Nanni Cagnone (p.es. le cose pubblicate negli USA, come il lucidissimo libretto Enter Balthazar).

Riflettendo su altri autori italiani recenti, diciamo che nei frammenti e moduli in prosa di libri come Ritorno a Planaval di Dal Bianco (Mondadori), o Giorni in prova di Rentocchini (Donzelli), o L’esperienza della neve di Scarabicchi (ancora Donzelli), si può osservare una interessante permanenza latamente referenziale, ‘osservativa’, direi debitrice in alcuni casi dello sguardo messo in campo dagli Esercizi di tiptologia di Valerio Magrelli (dove si dà impulso a una mappatura metaforica-metamorfica in prosa delle cose che meriterà poi un intero volume: Nel condominio di carne).

Si tratta in sostanza di un tipo di scrittura e struttura che non si lascia tentare dalla prosa lirica, e però se mantiene una freddezza lo fa con flessioni comunque quasi-narrative. Recente è la ripubblicazione, per Einaudi, de Le metamorfosi, di Lalla Romano (a cura di Antonio Ria, con un saggio ricco di rimandi, densissimo, di Andrea Cortellessa). Forse proprio nella ‘trascrizione di sogni’, come intesa da Romano in questo suo primo libro di prosa, si può trovare in nuce una parte di schema applicativo di parecchi materiali letterari ‘freddi’ successivi: oggettiva scansione di una sequenza sognata, suo racconto, esclusione di qualsiasi analisi o interpretazione, e di qualsiasi ‘morale’ o sovraimpressione ‘emotiva’. Un libro così non poteva avere – e infatti non ebbe – grande successo in Italia, tantomeno nel clima letterario dell’immediato dopoguerra (1951). Torna ora come un distante-vicino ‘archetipo’ possibile di un modus scribendi, nella formazione e strutturazione di immagini, meglio compreso in Italia a partire dagli anni Sessanta. (Parliamo della stessa Italia che traduce Bernard Noël solo dal 1972, e le prose degli Extraits du corps, del 1954, in rivista nel ‘78 e in volume addirittura dopo cinquant’anni, nel 2001 per Mondadori).

Accennando – senza la più pallida pretesa di esaurire l’argomento – a esperienze recenti o recentissime di scrittura fredda, in prosa – di sperimentazione parallela alla ricodifica di cose e luoghi – va senz’altro letto il piccolo e prezioso libro di Paola Zallio, Lingua acqua (edito da Anterem nel 2002), e vanno lette le quasi-prose di Come a beato confine di Stefano Guglielmin (Book, 2003), gli aggiornamenti (tra autobiografia e astrazione) della pagina di Sequenze di Massimo Sannelli, e pressoché tutto il lavoro di Tommaso Ottonieri (per sintesi segnaliamo solo Contatto, Cronopio, 2002; e Coro da l’acqua, edizioni D’if, 2003), le schegge ampie di prosa in Pinocchio (moviole), di Mariano Bàino (Manni, 2000), o il notevolissimo Aperto a inverni, di Ermanno Guantini (sempre edizioni D’if, 2004), o Lettere nere, di Andrea Raos (uscito nel tempo su varie riviste). Autori da leggere e seguire con attenzione fin da ora sono poi Alessandro Broggi (vedi su Nazione Indiana la pagina dei suoi Quaderni aperti) e Gherardo Bortolotti (Tracce: di vita).

Alcuni luoghi da frequentare assiduamente, dove questi e altri prosatori sono e saranno ospitati, sono la rivista «Sud», èdita da Dante & Descartes per cura di Francesco Forlani; la lettera a/periodica «bina»; la rivista online «Poesia da fare» e la collana di e-book Poesia italiana online, entrambe curate da Biagio Cepollaro.

Ancora sull’alfabeto

sbirciando qua e là in rete talvolta direi perfettamente confermato — anche al livello dei “mediamente alfabetizzati” — quel che scrive De Mauro.

autori con due o tre libri alle spalle, interventi in riviste, solide curatele e incarichi redazionali anche prestigiosi, hanno problemi di ortografia e sintassi, di organizzazione del pensiero.

parlo di severe difficoltà nell’affrontare anche elementari strategie d’uso della lingua italiana. difficoltà che si superano in linea di massima verso la fine delle scuole inferiori.

tuttavia la preoccupazione di De Mauro non riguarda precisamente (mi sembra di intuire) i sedicenti letterati. il problema è dell’intera società italiana.

cito solo l’incipit dell’articolo: “Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile”.

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competenze linguistiche di base o avanzate, e corretta (o non troppo scorretta) organizzazione del pensiero in segni trasmissibili, sono poi intrecciate ad altri processi mentali, legati ovviamente a questioni e decisioni di tipo politico, etico, e più ampiamente “comportamentale”, sociale.

una società dove la comunicazione è fortemente in crisi (per rumore e sovraesposizione al rumore sì, ma soprattutto per sovraesposizione a quella folle banalizzazione necessaria ai semianalfabeti per condividere senso) è una società francamente nei guai.

(non cito la stranota battuta di Nanni Moretti).

che poi anche i letterati o alcuni o molti o perfino moltissimi tra questi si rivelino preda di un tot di (non riconosciuto, non intenzionale) caos, di una qualche pericolosa caduta di competenze linguistiche, è meno grave ma altrettanto impensierisce.

e può spingere a sospettare che in un contesto dove i livelli di alfabetizzazione e di percezione e uso delle complessità della lingua sono medio-bassi o in caduta libera, il problema della poesia (di molti che la scrivono e di quei drappelli di eroi che la leggono) possa dirsi — senza grande esagerazione -– legato a filo doppio a quello di una intera società.

non c’è altra scelta

non c’è in assoluto altra scelta che sottrarsi a ogni connivenza e anche lontana collaborazione con le amministrazioni pubbliche di destra che hanno il potere in (consistente parte di) questo paese.

chi ha qualcosa a che fare con la scrittura seria in questo straccio di paese ha — credo — il dovere, senza retorica, proprio il dovere di sottrarre il proprio lavoro intellettuale a ogni anche minima adiacenza con quella classe politica.

da adesso, e per anni (pochi, si spera), sappiamo TUTTI molto bene che leggere, conversare, esporsi pubblicamente, da uno spazio “garantito” o addirittura “curato” da (e magari con “introduzione” di) un qualsiasi esponente di quella classe politica, si condanna da sé.

e sarà ricordato domani.

(come oggi ricordiamo le azioni e la storia della stragrande maggioranza dei letterati italiani sotto il fascismo).

festival e funzionari di festival, bevitori di fondi pubblici, collaboratori e stipendiati in varia fascia e posizione … li vediamo bene (e benissimo a Roma): non si vergognano di continuare a funzionare, a vento girato. non sentono l’odore che quel vento trasporta.

ma gli autori, scrittori o critici che siano, possono e devono (e ne parla giustamente Fofi) sottrarsi a questo sistema e consenso.

hanno — più precisamente e seriamente — il compito storico di opporsi, separati o in gruppo.

e hanno o devono darsi in fretta — dove e come possono — il compito addirittura ossessivo e senza sconti di organizzare LE alternative all’esistente. in rete, nei contatti, nella realtà: in reading, incontri, controfestival, riviste, radio: ovunque e comunque.

la nave infetta va abbandonata, non c’è possibile mediazione con la malattia.

non se ne esce sani.

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la costruzione di un tessuto culturale resistente, integro e diverso da (e contrario a) quel che vediamo intorno è non solo possibile ma già una realtà.

e (più che mai):

non è questo il momento della rassegnazione, in nessun caso. non ce lo possiamo proprio permettere. è perfino lapalissiano che la responsabilità di cui sono investiti adesso precisamente tutti gli autori e gli intellettuali dotati di un minimo di dignità, di senso civico e anche solo di quattro nozioni di storia della Repubblica, è di COSTRUIRE la resistenza e le strutture alternative e avverse allo stato di cose presente.

no way out. non se ne esce: si deve resistere+costruire (finché esistono gli spazi per farlo, e poi anche e soprattutto dopo eventuali sconfitte) principalmente con e per chi NON possiede tali strumenti.

la resistenza non si fa da sé. va pensata e realizzata, in prima persona e senza accordi col nemico.

insisto: la responsabilità che si deve saper portare non è solo verso i contemporanei ma direi soprattutto nei confronti di chi non ha ancora coscienza dell’accaduto, né del disastro imminente.

ci sono alcune generazioni che stanno crescendo e cresceranno nel (alcune sono già del tutto catturate dagli inizi del) regime. verso queste è criminale non sentire responsabilità, e non agire di conseguenza.

(*)

immagini da Dawn of the dead (dir. Zack Snyder, 2004)

Su “Il Segnale”, n.80, giugno 2008

Con consistente ritardo segnalo l’uscita del n.80 (giugno 2008) de «Il Segnale», contenente tra l’altro una sezione (nella rubrica Letture critiche) dedicata a La poesia in forma di prosa / Nuove linee di tendenza. A cura di Lelio Scanavini e con un saggio di Paolo Giovannetti (Qualche giustificazione storica per il non-verso).

Una microantologia di testi comprende Tiziano Rossi, Flavio Ermini, Rosa Pierno e il sottoscritto, che è assolutamente lieto si possa parlare e dialogare, anche grazie a questa iniziativa della rivista, di forme della prosa. (O — come direbbe Gherardo Bortolotti citando Jean-Marie Gleize — della “prosa in prosa”).