Oggi sul “manifesto” (p.15): una recensione di Massimo Gezzi a La casa esposta.
Oggi sul “manifesto” (p.15): una recensione di Massimo Gezzi a La casa esposta.
Oggi sul “manifesto” (p.15): una recensione di Massimo Gezzi a La casa esposta.
Siena, mercoledì 13 febbraio, ore 15
Meeting Room / Graduate College “Santa Chiara”
Via Valdimontone 1, p.t.
[ Università degli Studi di Siena – Facoltà di Lettere e Filosofia
Dipartimento di Filologia e Critica della Letteratura ]
PER AMELIA ROSSELLI: incontro e letture
con
Laura Barile, Chiara Carpita, Stefano Dal Bianco, Ugo Fracassa, Romano Luperini,
Antonio Prete, Daniela Brogi, Andrea Cortellessa, Stefano Giovannuzzi,
Giacomo Magrini, Guido Mazzoni, Monica Venturini, Floriana d’Amely
www.unisi.it/ricerca/dip/dip_fcl/DottoratiWeb/ScuolaDottInterpretazione/ScuolaDottInterpretazione.html
arriva la segnalazione di un lungo testo (di autore italiano neanche giovanissimo) uscito ora in rete. si va a leggere – ed ecco: iterazioni (imbarazzanti) legate ad ambiguitas trita, inversioni a dozzine (“nel deposito arrivano”, “di un bambino il vero”, “perduto luogo”), aggettivazione lussureggiante, immagini veterosurrealiste a bassissima temperatura, io lirico legato a passato remoto, formule fisse (“nessuno vede”, “glorioso passato”, “bellezza sfiorita”), l’impersonale onnipresente nel “si” squartato (“s’apre”, “s’arrende”), vocabolario di cento parole, errori di ortografia, corsivi inopportuni, il “come” sostituito dal “quale” e magari accoppiato a inversione (“agisce quale aspro vino”: e via una citazione), uso di iperboli pacchiane a sostituire espressioni giudicate (a torto o a ragione) scontate. è poi evidente che all’origine dei testi stanno occasioni molto banali, ben semplici. vi viene sovrapposta una griglia formale grezza e vagamente retorica.
queste poche righe non sono scritte senza dispiacere. soprattutto perché qui si constata che:
siti e riviste accolgono colpevolmente i testi poetici senza suggerire nemmeno una traccia di editing. passi per chi sbaglia in prima persona e gioca le proprie carte sul proprio blog. ma una redazione che non si assume il compito di dialogare con gli autori che interpella, entrando anche in conflitto su alcune scelte testuali, è la conferma di uno stato di fatto (pessimo): assenza assoluta di critica, e soprattutto di trasmissione della critica. è un compito che le redazioni hanno sempre avuto, fin qui. e a cui stanno rinunciando, sembra.
Segnalo una recensione di Domenico Pinto a Le api migratori, di Andrea Raos :
Esce oggi su “Alias”, inserto del “manifesto”: a pag. 18.
Società Italiana d’Estetica
Osservatorio di Storia dell’arte
Dottorato di ricerca in Estetica e Teoria delle Arti dell’Università di Palermo
IV seminario
8-9 febbraio 2008
Oggetto artistico e oggetto comune
Università degli Studi di Roma “La Sapienza”
Dipartimento di Studi Filosofici ed Epistemologici
Villa Mirafiori – Via Carlo Fea, 2
Aula I
Contributi di Andrea Cortellessa e Carla Subrizi
Nel nostro sin troppo ordinato Parnaso novecentesco, nessuna presenza si manifesta con la spettrale e sfrecciante, segreta, sempre squassante vitalità di Emilio Villa. Il cui maggiore studioso, Aldo Tagliaferri, ripropone l’unico suo testo che mai sia approdato a un grande editore. Fu nella collana «Materiali» di Feltrinelli che uscì nel 1970, infatti, Attributi dell’arte odierna: in forma, però, mutila. Quasi quarant’anni dopo, ecco finalmente completa quella “mitica” pubblicazione: nel primo dei due tomi sono fedelmente riprodotti gli indimenticabili testi sulle più grandi esperienze artistiche del secolo (da Fontana a Burri, da Pollock a Rothko e Twombly), nel secondo si recuperano quelli che Villa avrebbe voluto aggiungervi (su esperienze del calibro di Rotella, Schifano, Scialoja e Parmiggiani).
[A.C.]
da “L’Ulisse” 7/8 – gennaio 2007
Esperienze dei linguaggi
TRE PARAGRAFI SU SCRITTURE RECENTI
1. INSTALLAZIONE vs PERFORMANCE
Uno schema per organizzare molti dei testi proposti oggi può essere preso dalle arti figurative, costruendo un’opposizione tra installazione e performance, Continua a leggere
La seconda uscita della collana kritik di gammm è un saggio di Christophe Hanna: Poesia azione diretta. Contro una poetica del gingillo, tratto da Poésie action directe, uscito per le Éditions Al Dante nel 2003. Il saggio presenta un’analisi del fatto poetico che si distacca dalla tradizione formalista e parte dalle ultime proposte testuali dei nuovi autori francesi. Potete scaricare il file .pdf (192 KB) qui o qui. Buona lettura.
Visto pochi istanti fa un video di una giovane autrice italiana. La voce di lettura è roca e “molto accattivante” (intenzionata ad accattivare), le immagini di semidistruzione. La storia senza trama. Sembrano essere frammenti accostati che sanno di darsi come tali e giocano sul non dire. MA LO FANNO IN MODO ASSERTIVO, asseverano. Si affermano come tali. E, prosa o versi che siano, corteggiano continuamente quanto ingenuamente la parola “poesia”, “poeta”, “poeti”. Eccetera.
Davvero sembra che un secolo di scrittura e di esperienze e di ricerca non sia passato affatto. Un qualsiasi clip (alcuni della BMW, ricordo, notevoli) è oggi dieci o venti anni avanti rispetto a questa produzione puerile, di autori che hanno tutti gli elementi linguisitici per non cadere nell’ennesima lirica, e tutti gli elementi di regia per non svendere l’ennesimo minifilm cliché, e però non li hanno introiettati. Non li vogliono. Sono elementi elusi. Così gli autori falliscono nel preciso arco e confine di quello che scientemente producono.
Non sanno rinunciare al narcisismo del mezzo (proiezione di un narcisismo di fondo). Non hanno un’opera. Hanno sé. Pensano a come sarà l’effetto.
Quindi usano un linguaggio. Non è il linguaggio a esser cresciuto in loro / con loro (a volte contro di loro, contro le loro “bellezze”, contro le convenienze o le effrazioni ereditate, contro la stessa “poesia” in quanto cosa già definita, che tutti pare debbano sapere cos’è, quando ne appare il nome).
Pensano a (pensano di) impugnare strumenti; non pensano che questi siano parte del loro corpo. (Non vogliono ferite, non vogliono morire, rischiare).
In un combattimento la sconfitta viene da questo. Da questa insincerità verso se stessi e verso le armi che si manovrano.
La vera arma non è un oggetto esterno al corpo; è la lotta stessa. (Che inizia nel corpo, esisteva prima di essere linguaggio).
Tuttavia anche il parlarne è sciocco, ha un alto grado di fatuità e quasi di ridicolo (che rischia perfino di sembrare autoritario: ridicolo al quadrato). Semmai l’esperienza si trasmette fisicamente, nel gesto:
La scrittura, che il lettore introduce in sé con gli occhi, non si trasmette dallo scrittore ad altri con la carta, ma ancora e sempre con gli occhi.
La scrittura si apprende – onestamente e tuttavia senza alcuna garanzia di “arte” – comunque con la frequentazione del corpo, con la disposizione del sé scrivente all’ascolto e osservazione dell’esperienza di chi è scrittore. (Non di chi “fa” scritture).
Immagini di Alfredo Anzellini, traduzioni da Baudelaire e testi di Marco Giovenale
La camera verde, Roma 2007
*
la macchinazione per fiori è la melanconia del meccanismo.
è anche la scrittura di scena dei fiori? la scena primaria del linguaggio, legge-florilegio? antologia? deflorazione della?
più che scrittura di scena è la melanconia della sua inevitabilità.
(l’accadere necessitato – uno dopo l’altro – come fanno i giorni – degli spezzoni, delle montature).
questi non sono testi scritti. deve esserne data traccia su carta e allora ecco il libro. ma:
questi testi tracciano una azione vocale del buio, del negativo.
sono l’installazione di un segno di inevitabilità delle frasi.
hanno perfino un “contenuto”. (così càpita). certo; ma base del libro (in tutte le parti della sequenza) è il suo essere legatura.
o volendo: nodo che non si sa (che non si fa) sciogliere. né scegliere. non c’è modo.
quel che del testo parla di più è questo. è il vincolo. folla-falla di senso.
tutto (ne) sfugge perché la trama-tarma è tarmata a sua volta.