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“assertivo”

l’unico “umanesimo dichiarativo” (il poetare assertivo!) che sia sensato, che non sfondi con le sue retoriche infangate di bontà o lallazione i timpani di chi l’orecchio ahilui l’ha coltivato, è quello ammalato di Zanzotto, complesso.

o è il lavoro poetico di Sannelli, anche. quello dei versi diffratti in spezzature. dichiara e – perfino – “confessa”. ma lo fa immettendo un tale numero di deviazioni e fratture del/nel percorso, da attestare e far valere e vincere la necessità del clima opaco, umbratile, del luogo che crea.

in quel luogo si passa, si va, si abita — per scoprire; per rischiare, senza pre/vedere, il guadagno e la perdita. non ci si sta comodi. quel che vi viene affermato non è fermo, dato, noto. ha senso conoscerlo, allora; osservare.

Ancora una nota per Il segno meno

L'”opera-di-opere” che si intitola Delle restrizioni, a cui ho dato avvio diversi anni fa e che viaggia lentamente/variamente sparsa o disintegrata in periodici e riviste, va figliando via via nuclei dotati di un comunicabile senno tematico. La serie Il segno meno fa tessitura con l’argomento dello sfaldarsi, dell’ombra, della perdita e cenere e sparizione dei legami, dei rapporti, della memoria; e soprattutto: con il tema dello spossessamento delle case, la fine dei luoghi (cari).

È parte di un progetto testuale più ambizioso, sul discorso/decorso della dissipazione. Ma costituisce sezione già indipendente. [Se ne veda qui l’esito più recente].

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Ancora, può esser detto, più in generale, che:

(Specie) adesso: quasi ogni parola e luminescenza video è o rischia l’isomorfismo, di isteria, di retorica. Si può scegliere al contrario anzi del tutto altrove – e perfino pronunciare – una parola niente affatto ermetica, però cifrante, normalmente versata in torsione, tensione che la porta fuori dal detto consueto (mansueto). E la muove verso un punto dove non si salva dal contestarsi per prima, da sé. (È il Pensiero del fuori, ovvero è Foucault).

Questo ha qualcosa a che vedere con l’allegoria, con la sottrazione e i calchi cavi che parlare comporta.

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Un moto cellulare costante nel corpo di Delle restrizioni è il flettere metri noti in unità ritmiche “inferiori”, e – soprattutto – volentieri segmentare sintassi, quasi pensandola stiletto deviato allo sguardo da immersione in acqua. Nella scrittura tutto ha a che fare con la percezione, e con il doppio che ogni evento e oggetto è. L’uso addirittura ossessivo delle spezzature, o di corsivi e parentesi, e molte inarcature forti, nelle poesie, non segnalano un registro laconico né suggeriscono indicazioni performative, “di lettura”, semmai distribuiscono a raggiera le varianti di libertà/ostacolo al passaggio di senso, mantenendo un certo numero di attriti semantici rilanciati – invece che attenuati – dalle frammentazioni, dagli urti. (Visti).

Questa ricerca desidera in tutta umiltà dialogare con le (e quasi rispecchiarsi nelle) osservazioni che Emilio Garroni, nel suo Estetica. Uno sguardo-attraverso, ha dedicato alla terza Critica kantiana in direzione di un «risalimento» – sui casi esemplari di Bernhard e Beckett – delle interrogazioni sul senso-non-senso poste dal secolo che si è chiuso.

 


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poscritto:

Il significato, i significati, e anche certi loro movimenti (d)elusivi, umbratili, raggiano senso non quando viene istituita una parola “riconoscibile”, bensì quando in ogni spezzatura e frase e dispositivo o deposito formale echeggia la necessità di quel vincolare immagini, parole, suoni. “Come se” questi facessero allegoria (già data, nota). (E, invece, nell’istante di nascere la originano: è nuova).

La costruzione della necessità in poesia assomiglia al meccanismo di fondo dell’allegorizzare in generale. E forse al “dar senso” in generale. Che si attiva in occasione di ogni atto percettivo, di ogni frammento del banale esistere – umano.

 

Two questions to Jukka-Pekka Kervinen

 

Q.: I think that your nickname “asemic” (in http://selfsimilarwriting.blogspot.com) is perfect to explain your strategy of accumulation=disintegration of signs (not “meanings”) through multiple exposures, textblocks, and multiple blogs/opus. I believe you hit the spot of the dissipation/multiplicity we are crossing. (Where “to cross” is something like a radioactive kind of “to stay”).

A.: You’re right with accumulation=disintegration strategy, it is very much of that, not meanings, at least on my side. I leave them to reader/viewer/listener. I’ve many strategies with my works, most often I’m involved with ‘controlled indeterminacy’ (a term coined from American composer John Myhill), it is not any specific technique, for me it is the way to control chance, aleatoric control, if it is possible to control at all. But it is everywhere in my life, if not intentional, then subconscious. And if I find it lacks, I add it. With or without computers.

Q.: What about GAMMM’s opebs, “one page e-books”? And what about your opeb’s title, ow oom?

A.: I like this idea of one page works, I’m interested of things which contain restrictions… ow oom is just sounds, but as we always do, we see it as words, each of us differently. Mine was first ‘owl room’, then ‘cow doom’, ‘own boom’ etc …

 

mg, from gammm

 

cantiere: “beckett, proust”

La memoria involontaria è esplosiva, “una deflagrazione immediata, totale e deliziosa”. Essa risuscita, e non soltanto l’oggetto passato, ma anche qualche cosa di più, perché qualche cosa di meno; di più perché isola l’utile, l’opportuno, l’accidentale, perché nella sua fiamma ha distrutto l’Abitudine e tutte le sue opere, e nella sua luce ha rivelato ciò che la falsa realtà dell’esperienza non potrebbe mai rivelare e non rivelerà mai – il reale.

Samuel Beckett, Proust (1931)

tr. it. di C.Gallone: S.B., Proust, Sugar, Milano 1962 (rist. Sugarco 1978, 1994: p.44)

parte di riflessione (essendo inesistente l’intero)

cambiato il modo di inserire in (ed estrarre da) web.
si creano grossi accumuli, giacimenti di dati, stock, mappature e schedature di opere.

libri ma soprattutto monumenti online. archivi interi.

rischia di sembrare tutto inutile. a parte l’enorme fatica di fare queste cose, restano lettera morta, non solo e non tanto per l’ignavia del lettore medio italiano, ma per i limiti impliciti della mente — in linea di massima.

mettere in parallelo tutti i dati che andiamo accumulando è impossibile quanto ‘processarli’ serialmente.

piccoli post e piccoli blog sono l’unica soluzione. ma a loro volta frammentano il paesaggio di cui si fanno reporter.

grandi giacimenti restano non letti. non attinti.

sto rivedendo, per riflessione mia, del resto non lontana dalle annotazioni di Biagio Cepollaro, la mia rete di collaborazioni e materiali in rete.

il concetto stesso di testo installativo viene incontro a un dato di fatto della rete in sé. (web è un gomitolo di installazioni. quando viene il tecnico a montare una linea telefonica, o un modem, si dice che “installa”).

moltiplicare i testi-installazione è importante quanto vuoto, atto vuoto. necessario come l’aria, e senza peso (nel sistema di pesi dato dalla letteratura come visibilità, esperienza, fruizione).

l’installazione c’è, esiste, senza che vi sia necessità di fruizione.

questo è un dato di fatto, una caratteristica non negativa, e un problema allo stesso tempo.

ed è un problema — per quanto individuale — nel momento in cui si perde nel rumore di fondo, della massa globulare opaca di materiali che la rete ospita e fa ruotare isolati o connessi nel tempo.

su, retorica, coraggio, trova il paragone.

far fare scintille all’accendino, abitando nel sole (dato dalla somma di tutte le scintille di tutti gli accendini).

“Mappe”?

Si è fatto e si fa (anche da parte mia: eccome) un gran parlare e perfino un vispo parlare di mappe. Mappare la poesia contemporanea, mappare gli autori, cartografare i territori, segnare le strade, rintracciare i percorsi, ritracciarli, invocare Cantor, smascherare le antologie, ampliare il canone, incrociare i dati, trovare e scovare, fare la piantina, il planetario, dell’atto o fatto poetico, dei fatti, degli antefatti, fare un piano, piano A, che va fallito, e allora il B, come nei film, tentare, abbozzare cartina, piantina: della poesia di ricerca, classica, mainstream, sottoboschiva, regionale, locale, iperlocale, dialettale, focale, fecale, comunale, cantonale, di quartiere, di vicolo, in scala, millesimale, nomadica, straniera, cosa c’è nei cassetti, cosa c’è nell’aria, dove sta il tizio, rassegna degli autori mancini di Busto Cogolario di Sotto dal civico 3 al civico 7 di via degli Sventolati con proiezione ortogonale dei tinelli e mappa google delle scuole ove implumi ebbero nido e pappa e lor prime sillabe forgiaro.

Basta con le mappe. Basta con il Cinquecento, le cinquecentine, le cinquecento che pretendono di tirare dentro il mondo. Descrivere cosa e a chi? Apriamo un ennesimo blog. Mettiamoci dentro i blog dei blog che linkano i siti dei siti che mappano. Altra mappazza, altra pezza sul nulla. Carta senza carta. Please, take some rest. Qualche buon libro in più, qualche pessima inutile mappa di meno. (Ovviamente è anche un’autocritica, questa).

cantiere: benjamin

“Lambiccarsi pedantescamente il cervello per creare prodotti – materiali visivi, giocattoli o libri – adatti ai bambini è sciocco. Sin dall’illuminismo è questa una delle fissazioni più stantie dei pedagoghi. La loro infatuazione per la psicologia gli impedisce di accorgersi che il mondo è pieno dei più incomparabili oggetti dell’attenzione e del cimento infantili. Dei più azzeccati. È che i bambini sono portati in misura notevole a frequentare qualsiasi luogo di lavoro in cui si opera visibilmente sulle cose. Si sentono attratti in modo irresistibile dai materiali di scarto che si producono nelle officine, nei lavori domestici o di giardinaggio, in quelli di sartoria o di falegnameria. Nei prodotti di scarto riconoscono la faccia che il mondo delle cose rivolge proprio a loro, a loro soli. In questi essi non riproducono tanto le opere degli adulti quanto piuttosto pongono i più svariati materiali, mediante ciò che giocando ne ricavano, in un rapporto reciproco nuovo, discontinuo”.

Walter Benjamin, Einbahnstrasse (1928)

tr. it.: Strada a senso unico, Einaudi, Torino 1983 (ed. 2006: pp. 11-12)

Non diversa potrebbe essere un’osservazione relativa non soltanto ai materiali della poesia (che ad avviso di chi scrive sono poi sostanzialmente di origine onirica: perché anche quando si sceglie ‘per cut-up’ lo si fa all’interno di un’esigenza preorientata dalla propria identità – in larga parte inconscia); ma alle stessi prassi compositive, fotografiche, artistiche, e perfino alla critica letteraria; e diciamo – in senso ampio – a tutta quella serie di deviazioni e mancanze e colpi a segno che ruotano attorno agli enigmi che chiamiamo “oggetti estetici”.

L’oggetto-soggetto di senso si ferma e forma nel fondo dello sguardo catturato da quanto di più banale si dà attorno. La scrittura di ricerca, l’esperimento, è materia di tutti i giorni. Davvero experiments = daily codes.

I codici che comunemente balzano agli occhi, per frammenti più o meno irrelati (e non necessariamente variabili in questa loro non relazione reciproca), nascono dalle esperienze più ordinarie. Un angolo formato da due oggetti, un segmento inatteso di luci all’interno della raggiera che quotidianamente si forma nella stanza, l’epifania di tre quattro frasi casuali (e per niente ‘poetiche’) còlte camminando, dettagli nel moto complessivo di una massa di persone in una via, eccetera.

La capacità di riorganizzare questi materiali (a volte autosufficienti: solo ‘in attesa’ [non ontologica; semmai data da noi] di qualcuno che li fermi e afferri) è l’attività artistica. O ne costituisce gran parte.

In un contesto complesso

Recentemente è stata citata online una piccola polemica dell’estate 2006, rimbalzata a suo tempo molto velocemente tra giornali, terminata presto. Tra gli interventi citati non si menziona quello comparso a mia firma sul “manifesto” (8 agosto 2006, p.13), che qui riproduco con il suo titolo ‘vero’. (Quello redazionale era del tutto differente).

 

Come cambia il paesaggio delle città e dei rapporti, così variano i segni che li tessono e affollano. La scrittura poetica – e non potrebbe essere altrimenti – se ne accorge. E se ne accorge il composito ambiente che – in carta o altrove – pubblica la poesia, la osserva, la diffonde, la sparge, come il linguaggio=virus di William Burroughs. Non esiste più ‘una’ sede per i versi: davvero moltissimi media possono esserne i portatori sani.

Di questo parla Nanni Balestrini in una bella intervista rilasciata a Florinda Fusco, su poesia, arte e media (“Liberazione”, 3 agosto): Balestrini registra una crisi dell’editoria di poesia, valutando positivamente le opportunità che internet offre alla diffusione dei testi e al loro connettersi alle altre arti. Fa eco all’intervista un articolo di Paolo Di Stefano circoscritto alla poesia in rete (“Corriere della sera”, 5 agosto), in cui si sottolinea – citando lo stesso Balestrini – il rischio dell’indistinzione e dell’accumulo di materiali portato da web, e si afferma, attraverso le parole di Valerio Magrelli, l’importanza delle case editrici come luoghi di selezione dei testi: non le sole grandi editrici, perché “c’è ancora un’editoria poetica importante, magari distribuita in canali paralleli o sotterranei, ma molto resistente”. Niente affatto ottimista è Giuseppe Conte, stando almeno a quanto riporta Di Stefano: per Conte la rete sarebbe in gran parte “materiale inerte”, “esternazioni emozionali” e esibizionismo. È ovviamente un giudizio parziale e irricevibile: semplicemente estraneo a un’analisi attenta della situazione.

Il contesto internazionale (specie in area anglofona e francofona) da anni è lo specchio della complessità dello stato dell’arte, presentando un’editoria che letteralmente e felicemente deborda in tutte le direzioni: in libri+cd, performance con bootleg, edizioni dvd, registrazioni audio o video depositate su web, innumerevoli blog e siti (cfr. la piccola lista in http://gammm.blogsome.com/link), archivi, collane di chapbook… Due rapidi esempi possono essere: la casa editrice (e sito) Inventaire-Invention, www.inventaire-invention.com/, che lo scorso hanno ha pubblicato un’antologia di nuovi poeti, Panoptique, legata a una lettura del 2004 diventata registrazione-video e libretto; e il festival di poesia Flarf (“inappropriate exploration in 21st century art”), tenutosi a New York nell’aprile scorso: numerose letture, di poeti come K.Silem Mohammad, Nada Gordon, Jim Behrle, Rodney Koeneke, sono ora segmenti di clip ospitati da www.youtube.com. Le tracce che in rete fanno incrociare supporti diversi sono infinite. Altra iniziativa da segnalare: il sito/rivista www.dusie.org ha da poco avviato un progetto che si avvicina alla mail art: 42 poeti vedono pubblicato sul sito il proprio e-book, e allo stesso tempo ogni opera viene realizzata in formato cartaceo dall’autore, in tiratura limitata, e inviata ad altri autori e a chi sia interessato per farne recensione.

In Italia esistono diversi luoghi e loghi editoriali dove, con vario coinvolgimento di internet, il flusso di sovrascritture e collaborazioni tra codici trova ospitalità. E sono destinati a crescere. Già nel 2000 Lello Voce scriveva online il romanzo Cucarachas, sul sito www.raisatzoom.it/romanzoom: l’opera usciva poi come libro, con DeriveApprodi. Nello stesso periodo Elettra, di Nanni Balestrini (con musiche di L.Cinque), diventa presso Luca Sossella un testo+cd. Sempre Balestrini mette a disposizione numerosi suoi libri in rete (www.nannibalestrini.it). L’esperienza di legare lettura su cd e testo era stata esplorata già dal ’98 dalla collana InVersi diretta da Aldo Nove per Bompiani. Sono in cd+libro due opere/percorsi di Valerio Magrelli: Sopralluoghi (Fazi) e Che cos’è la poesia (Sossella). Quest’ultimo è testo che l’autore e l’editore hanno legato a una lettura del 2005 presso l’Auditorium di Roma, pensata come prima esecuzione del lavoro e insieme come sua sede di registrazione.

Se sono molti gli autori che scelgono di avere anche uno spazio in rete (M.Sannelli: www.sequenze.splinder.com, L.Pugno: www.laurapugno.it, Sparajurij: www.sparajurij.com), non sono pochi quelli che collaborano a siti o blog collettivi dove la proposta di materiali nuovi – in connessione con un versante più nettamente ‘militante’ – offre una buona mappatura dei lavori in corso: pensiamo a www.absolutepoetry.org, o all’impegno di A.Inglese, A.Raos e F.Forlani e di tutta la redazione di www.nazioneindiana.com. Per non parlare dell’esempio di Biagio Cepollaro, che da due anni ha dato vita – su www.cepollaro.it – a un mensile online in formato pdf (“Poesia da fare”) e a una collana (Poesia italiana online) che conta già 22 titoli di e-book di opere inedite oppure fuori catalogo. Tra queste ultime ricordiamo Le streghe s’arrotano le dentiere (1966), di L.Di Ruscio; Camera iperbarica (1983), di M.Bàino; Luoghi comuni (1985), di B.Cascella; Schedario (1978), di G.Mesa; Poema & Oggetto (1974), di G.Niccolai.

Di fronte a questa molteplicità di proposte, e agli strumenti che la rete offre, l’editoria ‘classica’ sembra non tirarsi indietro dalla sfida. Non sono poche le case editrici che mantengono aperte (selettivamente) le proprie collane di poesia. La situazione non è più ‘difficile’ di qualche anno fa; è forse solo più complessa, anche grazie a internet. E deve tener presente il fatto che in Italia la poesia è – nella letteratura – un’enclave in un’enclave. Questo complica il gioco, sì, ma forse lo arricchisce, ne ridiscute le regole.

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da “il manifesto”, 8 ago 2006, p.13

alla via così

1.

ok, padroni di pensare che non esiste scrittura, ma solo un genere, una forma battezzata.

solo generi, solo forme battezzate, note. (maiuscole così, metri così, innovazioni così).

(e mi raccomando: la parola “poesia”. con le sue fibbie, i manici al suo posto. ergonomia, ehi).

 

2.

etichette: essenziali: del resto, come si fa a trovare una merce se non si sa in che ripiano cercarla? in quale corridoio spingere il carrello?

 

3.

ora.

ok, padroni di dire che non esiste una ricerca letteraria, dato che non siete in grado di vedere cosa di nuovo o valido si nomina con un non nuovo termine.

all’opposto. c’è tanto spazio di manovra, all’indietro! tanti di quegli ettari di spazio vuoto in cui tornare: romanzo, sturm, barocco, coro, cuneo, bulla, cervo ocra.

coraggio, coraggio.

 

4.

e sta aumentando la scrittura saggistica. molti fanno molti saggi. hanno molto tempo, anche pagato, o no, e giustamente ne fanno uso.

bene, buon uso. spesso. si vedono bei saggi. la produzione cresce, è incontrovertibile. una specie di PIL.

allora siamo in una tradizione viva, in un momento aureo. proprio tutto il contrario della politica, siamo miracolati.

“molti”, “molto”, “giustamente”, “bene”, “buon”, “bei”, “viva”, “aureo”.

legioni di scrittori, e bravi scrittori, scultori. impossibile leggerli, sono troppi.

d’altro canto (mes chers) chi lavora legge poco, pochissimo, è costretto a scegliere.

(sceglie sì, eccome se sceglie)

 

5.

il vuoto e la cenere sono senza misura, alla fine della prospettiva, e negli occhi, e nelle bocche.

abitano lì. bon, la morte non manca mai il bersaglio.

intorno è però – collettivo, non individuale soltanto – il disastro di un assetto storico intero, il suo crollo visibile.

e allora a che fine leggere non queste meraviglie, ma tutto?

 

Un’annotazione su letteratura e web: in “Carte nel vento”

 

Esce il nuovo numero di “Carte nel vento” (n.8, anno IV, novembre 2007).

Assieme a vari interventi ce n’è anche uno mio, intitolato I vicini (quasi non) ci guardano, su lettura, poesia, web, scrittura di ricerca.

Ne riporto qui le prime tre righe. Cliccando su “continua” si può leggere integralmente:

 

1.

il campo definito di volta in volta dalle tecnologie e dagli oggetti e soggetti di informazione [che sono sempre a mio avviso dei moltiplicatori/demoltiplicatori di una tendenza, avviata nel ‘700, a materiare in meccanismo i movimenti del pensiero e della riflessione estetica] è un campo così cangiante, metariflessivo, sfuggente, a volte irrazionale, da sottrarsi a tutte o quasi tutte le nostre velleità di definizione – come di lamentela e perfino … [continua]

 

 

“Per una critica futura”: esce il n.4

È on line sul sito di Biagio Cepollaro (www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/critica.htm) il numero 4 di

Per una critica futura (www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/crit004.pdf)

a cura di Andrea Inglese

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Indice

Andrea Inglese, Editoriale

Giuliano Mesa, Biografie perdute (2° parte)

Stelvio Di Spigno, La credibilità del contrabbando: poeti contemporanei e lo «spirito del tempo».

Biagio Cepollaro, Intervista di Sergio La Chiusa su Poesia Integrata. Le parole che trasformano

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Fabio Moliterni, «Il vero che è passato.» Poesia e tempo in Franco Fortini

Erminia Passannanti, Teorizzazione della contraddizione nella poesia di Franco Fortini

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Dialogo a più voci

(Interventi di Luigi Severi e Giampiero Marano)