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Leevi Lehto about Facebook

 

October 17, 2007 4:15 PM Update – or confession – time: If I’ve been away from here for several weeks now, this is partly due to my new interest in (some of you guessed it) the Facebook. Some of you might even have been able to predict it: I believe it is the evolution of my thinking about the socal groundedness of poetry that draws me to – not Facebook as such, but the new realities of what has come to be known as social media. Let’s face it: they are here to stay, and are already – and rapidly – changing everything we used to know about (the end of) writing, identity, authorship, ideology, in short: poetry and poetics. I will have reasons (and hopefully time) to come back to all this, for now, suffice it to paraphraze my friend Kenny: I used to be a writer, then I became a text processor. Then I realized I could leave the processing out – for most purposies, simple pasting was more efficent, and creative. Now pasting itself is quickly becoming obsolent: we are entering the time of reading-as-clicking-as-writing. As for poetry, it’s not – as ever – exactly a question of “using” the (once again) new possibilities the new realities offer for its “advancement” (these are tremendous: but there is no such “thing” as poetry): the challenge is to explore the (new) poetry of those more than real realities (as opposed to the old, virtual ones). For me, it’s going to equal, among other things, a restructuring of my entire web “presence”, soon. Meanwhile, you may always “add me as friend” on Facebook at http://profile.to/leevilehto.

Leevi Lehto

www.leevilehto.net

 

Su Jukka-Pekka Kervinen

 

 

ripropongo qui un saggio sul lavoro di J.-P. Kervinen uscito su gammm alcuni mesi fa

 

1.

È significativo il nickname che Jukka-Pekka Kervinen usa nel blog http://selfsimilarwriting.blogspot.com/: asemic. Il sottotitolo del blog è “asemic texts in fractal dimensions”.

“Asemic” (in dimensioni di moltiplicazione indefinita: frattali) è un termine che positivamente sintetizza un buon numero delle strade stilistiche che l’artista ha intrapreso e organizza e costruisce/disfa: un percorso asemico, prima che asemantico. Attraverso accumuli orientati di ’soluzioni’, demolisce e complica e dunque rimette in gioco la stessa più ampia categoria del ‘risolvere’.

(Non troppo diversa è la prassi di accostamento e accumulo di variabili seguita da Jim Leftwich, che non a caso ha fittamente collaborato con Kervinen: cfr. http://telephonepoles.blogspot.com/, http://jimleftwichtextimagepoem.blogspot.com/ e i vari link legati).

I testi ‘quasi’ intraducibili di Kervinen raccolti in ow oom [pdf 64 Kb] per gammm vanno in questa direzione. In ow oom le lacune suggeriscono e ritraggono senso. Spostano e deviano e dislocano e slogano segni alfabetici e nessi semantici sulla pagina ogni volta un istante prima del riconoscimento, generando in questo modo molte false/possibili tracce, in accumulo così fitto da portare a quel conclusivo effetto-eco da “nessuna traccia” (e “nessun segno”, asemìa) che persuade il lettore ad affinare la ricerca, a ricostruire/tentare e sciogliere daccapo i legami spezzati.

Molte frasi e segmenti di senso sono ricostruibili colmando (o sentendo di dover colmare) le lacune, i tratti bianchi, le ambiguità, le sospensioni e anfibologie. Inoltre – elemento non secondario – proprio quell’eco finale vuota sottintende la necessità di una indagine non superficiale sulle più ampie promesse e sugli irraggiamenti di significato che una prassi asemica paradossalmente innesca, può innescare.

 

2.

A chi visiti le numerosissime opere-blog di Kervinen (spesso e significativamente nate senza intenzione di trasformarsi in ‘libro’: veri oggetti elettronici dunque) appare chiaro come si generi una sorta di energia complessiva dalle sue strutture e sculture – risultante da un poliedro di linee e forze date da immagini videopoemi testi sovrapposizioni interazioni e collaborazioni con altri autori.

Questo, di fatto, non avviene in virtù della singola pagina o del singolo lavoro grafico, ma direi all’interno della prassi ampia, del ventaglio aperto di tutte le sue operazioni, nell’accumulo parossistico delle stesse, in innumerevoli post, anche solo grafici o con labili tracce alfabetiche (cfr. http://codes-writing.blogspot.com/).

E il carattere del lavoro complessivo si rintraccia a sua volta in singoli esperimenti.

Pensiamo ai monumentali blocchi di sequenze coese in http://tc44.livejournal.com/: ci si rende conto che nessuna competenza linguistica umana potrebbe tener dietro alla piramide di rapporti aggettivali e nominali che lì viene attivata. Dopo due-tre righe fitte di nomi che fungono da apposizioni di altri nomi in sequenza interminabile, il filo è perso. Il dato e dado “asemico” è lanciato: le sue facce si moltiplicano, il poliedro tende alla sfera.

Anche questo è un modo di fare scrittura – e più in generale arte – installativa. Il lavoro di Kervinen dimostra di poter essere – in definitiva ed essenzialmente – VISTO. Sondato, scorso, non ‘letto’, non linearmente scansionato. (Cfr: http://nonlinearpoetry.blogspot.com/: “bifurcations, state machines and nonlinear dynamics”).

Il discorso installativo (non sempre: ma in alcuni casi) letteralmente disintegra e disperde attese semplificate e sguardo, aggredisce le decodifiche facili man mano che queste si tendono sulla pagina, e così obbliga il lettore a riletture e diversioni, a una filologia accanita nell’invenzione/ritrovamento di nessi semantici. (Che non ‘mancano’: piuttosto, sono esplosi in latenze, moltiplicati in ’segni meno’, negazioni).

Sfido chiunque a rimanere legato a un’idea di lettura lineare di questi blocchi, di queste vere e proprie sculture nominali.

 

 

La scoperta dell’America / Gherardo Bortolotti

Fino all’aprile del 2004, la mia conoscenza della poesia degli Stati Uniti era meno che scolastica e consisteva, negli effetti, in una frammentaria lettura dell’antologia della New American Poetry, in un corso seguito al primo anno di lingue su The Waste Land ed in poche citazioni da Whitman e da Dickinson.

Nell’aprile del 2004, però, iniziai a lavorare come documentalista presso un piccolo centro di documentazione di Brescia. La mia mansione consisteva per lo più nella redazione di abstract e, a conti fatti, riusciva ad occupare solo una parte delle ore che trascorrevo in ufficio. Per il resto, avendo a disposizione un accesso ad internet a banda larga e nessuna limitazione nell’uso, passavo il tempo navigando in rete.

Ho iniziato così a visitare i siti ed i blog di poesia statunitensi. L’impatto è stato da subito spiazzante: sul web, la quantità di testi letterari in lingua inglese scritti da autori degli Stati Uniti è enorme. Gli autori reperibili sono nell’ordine delle centinaia, ed i siti, le riviste, i blog nell’ordine delle decine. Si aggiunga che una gran parte di essi è legata da una fitta rete di link, che rimanda gli uni agli altri in una vera e propria poetrynet, e si può capire come davvero ho avuto l’impressione di essere arrivato in Continua a leggere

Il lavoro di Luca Bufano sui racconti di Beppe Fenoglio

di
Fiammetta Cirilli

 

Scomparso, poco più che quarantenne, nel febbraio del 1963, Beppe Fenoglio ha lasciato una impressionante quantità di pagine scritte, in grandissima parte inedite: romanzi e tronconi di romanzi, ma anche racconti, testi teatrali, epigrammi, favole. Se la progressiva pubblicazione delle opere ha restituito – non senza limiti o soluzioni parziali – tutto o quasi di quel corpus, è però rimasto aperto il problema di cosa Fenoglio avrebbe realmente pubblicato, se ne avesse avuta la possibilità, e, soprattutto, come. A fronte della discussione sui testi più impegnativi – in primo luogo Il partigiano Johnny, – si è tuttavia rivelata non meno scivolosa la sistemazione dei racconti; al punto che la sofferta uscita, nel 1952, della raccolta I ventitre giorni della città di Alba è sembrata anticipare la generale problematicità dell’opera di Fenoglio.

Va da sé che lo scrittore di Alba ha praticato fin da subito e con assiduità il genere del racconto, non di rado ricorrendo al prelievo e alla riduzione della forma narrativa da lunga a breve (è accaduto, per esempio, con il romanzo La paga del sabato, da cui ha tratto Nove lune ed Ettore va al lavoro). Nel tempo, ne sono risultate due raccolte, Racconti della guerra civile e Racconti del parentado, destinate entrambe, però, a essere stampate con altro ordinamento e con altro titolo. Di qui l’importanza di ricreare, a distanza di tanti anni, la struttura che l’autore avrebbe originariamente voluto per i suoi libri di racconti: struttura di cui, per altro, dà testimonianza una lettera indirizzata ad Attilio Bertolucci, il 29 novembre 1961, nella quale delinea un volume complessivo diviso in tre sezioni (Racconti della guerra civile, Racconti del dopoguerra, Racconti del parentado) più un racconto lungo (La malora).

La ricerca di Luca Bufano si muove dunque nella consapevolezza di questi elementi, sforzandosi di valorizzare gli aspetti tecnici e formali della narrazione breve di Fenoglio, aspetti che, in linea con la migliore produzione moderna, fanno soprattutto leva su tre fattori: intensità, sintesi, omissione.

Con la cura di Tutti i racconti (Einaudi, 2007), Bufano ha infatti puntato a restituire l’intero corpus dei testi, da un lato riproponendo – accanto ai più noti e apprezzati – quelli meno diffusi o tardivamente riconosciuti come narrazioni compiute; dall’altro, interrogandosi sulla volontà dell’autore di riunire in modo organico i suoi racconti. Riprendendo e, in qualche misura, sviluppando le linee indicate da Fenoglio nella lettera a Bertolucci, lo studioso ha di conseguenza organizzato il libro in quattro sezioni: le prime tre occupate rispettivamente dai racconti della guerra, del parentado, e del dopoguerra; e una quarta in cui sono confluiti i Racconti fantastici, usciti in volume, per Einaudi sotto il titolo Una crociera agli antipodi. Certo, risalire alle intenzioni dello scrittore resta impresa impossibile, e tuttavia il lavoro di Bufano si è sforzato di interpretarle e, allo stesso tempo, di rispondere a una esigenza di esaustività che risulterà gratificante per tutti i lettori di Fenoglio.

 

Fiammetta Cirilli
su “il manifesto” del 2 settembre 2007, pag.13

 

lost and found

1

non c’è niente di ‘normativo’ o autoritario nel chiedere attenzione per alcuni linguaggi, niente di prescrittivo. niente di insensato nel fare uso di più linee di ricerca. di sperimentazione. (attestate o meno, frequentate o meno).

in certi casi si tratta di linguaggi o direzioni o fronti semplicemente avviati dalle avanguardie. e solidi ormai in lingue e culture. (specie poi nell’immaginario visivo).

Marcel Duchamp, circa cento anni or sono, non ha fatto – in qualche modo – che dare statuto di “opera” e “iterazione” a Continua a leggere

Dubbio e narrazione: la coscienza del narrare

Ripropongo un articolo di qualche tempo fa. Lo spunto veniva da Giro di lune tra terra e mare, film di Giuseppe Gaudino. Il brano è offerto in ’simple text’. Per le formattazioni, cfr. questo file pdf [32 Kb]

 

§

Dubbio e narrazione: la coscienza del narrare

(alcune annotazioni su Giro di lune tra terra e mare, 1997 – film di Giuseppe M. Gaudino)

 

By the waters of Leman I sat down and wept…

T.S.Eliot, The Waste Land, III

 

da/a Emilio Garroni

 

I

 

Sulla riva del fiume-sisma, l’io narrante del film Giro di lune tra terra e mare si siede a riflettere e tuttavia non si abbandona al pianto, né interamente al racconto. Eppure ci comunica entrambi: la malinconia insieme alla storia.

Il padre di questo Ego, il padre pescatore, re di nulla, caparbiamente attaccato a un lavoro che non esiste più, conduce la famiglia da un trasloco all’altro, per sfuggire ai sismi di Pozzuoli che minacciano le case.

Così sembrerebbe essere lo stesso film: Continua a leggere

Recensione di Laura Pugno al Nono quaderno di poesia Marcos y Marcos

 

A distanza di circa tre anni dal precedente, arriva in libreria per i tipi di Marcos y Marcos il Nono quaderno italiano di poesia contemporanea, a cura di Franco Buffoni. L’impresa è fedele alla formula che si ripete ormai da sedici anni, ossia la presentazione di un gruppo di autori tendenzialmente eterogenei, attraverso una silloge che abbia carattere di completezza e con la prefazione di un critico di riferimento. La formula ha al suo attivo una lunga storia di successi (sono numerosi gli autori, e non solo poeti, ormai affermati della generazione tra i Cinquanta e i Sessanta che hanno all’attivo un passaggio nei Quaderni, da Dal Bianco a Villalta e Riccardi, passando per Picca, Trevi, Nove e così via) e qualche, forse inevitabile, smarrimento.

Al nono appuntamento della serie troviamo Alessandro Broggi, Maria Grazia Calandrone, Mario Desiati – la sua prefazione firmata Enzo Siciliano è l’ultimo testo da questi scritto prima della scomparsa – Massimo Gezzi, Marco Giovenale, Luciano Neri e Giovanni Turra. Sette poeti, troppi per dar conto di tutti dettagliatamente, ma sufficienti per cercare un filo conduttore che a dispetto della loro stessa evidenziata differenza li attraversi. Così, per inciso, varrà sottolineare come sia Maria Grazia Calandrone, unica voce femminile, ad affermare, ne La macchina responsabile, una così grande fiducia nei mezzi della poesia da poterne bere fino in fondo «l’ultravioletto calice» senza temerne la potenza tossica, ma anzi neutralizzandone il veleno segreto, che risana e riporta in uso parole e oggetti che sembravano perduti per tuffarli di nuovo, immediatamente, nella materia fangosa del dolore, dalla cronaca degli incidenti stradali e delle stragi del sabato sera, alla storia nera dell’Olocausto e di Hiroshima.

Il dolore è la cifra che percorre la silloge di Marco Giovenale, Cose chiuse fuori. In questi versi è come se un angelo della sete – motivo che nella prefazione Cecilia Bello Minciacchi sottolinea emblematico – laica benjaminiana figura munita di torcia, abbandonasse una casa in disfacimento, compiendo l’inventario di un passato proprio e di altre generazioni. E come gli oggetti anche i testi vengono «traslocati» da una raccolta all’altra e si fanno «cosa chiusa» aumentando in spessore.

Dalle storie personali e pubbliche alla natura come storia che coinvolge il pianeta, compie il salto La spedizione del controtempo di Luciano Neri, lavorazione interiore di tragici accadimenti marini del presente: l’esplosione nel 1991 al largo del Ponente genovese, della petroliera Haven, uno dei peggiori ecodisastri del Mediterraneo e l’inabissamento del sottomarino russo Kursk, «nel mare di Barents nell’agosto del 2000 insieme ai suoi centodiciotto marinai» sono le sostanze depositate sui fondali di queste pagine.

La misura del dolore diventa concreta fatica di costruzione, ne L’attimo dopo di Massimo Gezzi, poeta volutamente lirico, che alle influenze di Fortini, Saba o Cattafi – segnalate da Guido Mazzoni – aggiunge forse una traccia di Raymond Carver. In questa poesia umanistica, o sottilmente animistica, in cui l’uomo non è più misura di tutte le cose, l’epifania è svuotata del sacro, ma ugualmente accade, e può non essere infrequente.

Chiudendo la sua premessa al Quaderno, il curatore anticipa che questo Nono sarà il penultimo e l’impresa si avvia a conclusione, ma accenna allo stesso tempo alla nascita di una nuova serie «impostata con più innovativa formula per altri più giovani autori».

 

Laura Pugno,

articolo in «il manifesto», 5 lug. 2007, p.15

(titolo red.: Nei versi sensibili della giovane poesia)

 

 

interview on random texts

– can random texts — for superimposed images or graphic use — be also considered texts-texts or not?

– yes. why not. you may use them with/in several superimposed images. and they spread their meanings all over the page. thay actually change the whole meaning of the frame. but you can also consider them as simple texts and publish their linear aspect or post it anywhere you want. all the practices with signs are allowed, in art. the results are always depending on the beauty [and sometimes consciousness] of the project.

– do those texts-for-art “signify” anything?

– freedom is amazing, isn’t it? you may loose yourself. ANY text may have meanings, or not. “scrittura di scena” or meaningful writings. the important thing XX century has focused is that a pure “graphic mode” is always switched on in our brains; so we catch sense and meanings ‘using’ unpredictable codes coming from a text source code. but we may enjoy the text-text just as it is – as a text and nothing more. the important thing is: is it somehow good? does it bring some click or flickering sense-nonsense?

Linh Dinh on Italian blogs

Thanks to Linh Dinh, who writes a quick but sharp portrait of the situation of lit blogs in Italy: here in International Exchange for Poetic Invention.

It’s a “cursory view” – he says. But it also suggests an interesting comparison between .it blogs and .us ones, focused on the dominant role of criticism in American sites, whereas the Italian webpages seem to be basically laboratories, and places of/for creative attempts.

[ I add a footnote to say that serious criticism is quite absent from l(.it)blogs; and it seems to me that when it sometimes  appears it punctually lacks either method and brilliance and wit = taste for (and power of) comparison –and this also reflects a sad general crisis in the academic world, maybe ]