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Linh Dinh on Italian blogs

Thanks to Linh Dinh, who writes a quick but sharp portrait of the situation of lit blogs in Italy: here in International Exchange for Poetic Invention.

It’s a “cursory view” – he says. But it also suggests an interesting comparison between .it blogs and .us ones, focused on the dominant role of criticism in American sites, whereas the Italian webpages seem to be basically laboratories, and places of/for creative attempts.

[ I add a footnote to say that serious criticism is quite absent from l(.it)blogs; and it seems to me that when it sometimes  appears it punctually lacks either method and brilliance and wit = taste for (and power of) comparison –and this also reflects a sad general crisis in the academic world, maybe ]

Appassionarsi a quale romanzo

come posso o potrei appassionarmi a un romanzo che dalle primissime pagine funziona proprio precisamente come un romanzo e solo come un romanzo? eccolo: il personaggio. eccolo: il passato remoto, o il presente (presentissimo). non scappa niente. il filo sa dove e come obbedire. la vicenda. tutto un tramare, a vista. è fitto il plot… come mi sta seminando (o no? nemmeno questo), lo scrittore, bene.

se so già come procede, quali sono i suoi meccanismi retorici, se capisco e vedo così nitidamente come una frase finisce già dal primo avvistamento, solo saggiandone lo spin d’inizio, perché dovrei continuare a leggere? secondo quale linea di curiosità? cos’è che dovrebbe catturarmi?

quel linguaggio mi può dire qualcosa che già non so? dov’è che mi diverto o mi sorprendo? perché? dove e cosa apprendo? dov’è la sfida, il tassello che non avevo? dovrei farmi “catturare” dalla “storia”? e cosa dovrebbe indurmi a farlo, se per venirle incontro devo dimenticare tutto quello che so di retorica, ritmo, sintassi, cliché di trama, trattamento del tempo, sceneggiatura, temi e fondali? dovrei tagliare via anni; abolire tutta una parte di letture, di mia identità e formazione, fare come se non esistessero [*]. sentiamo. chi me lo fa fare?

il narratore mi prende per sprovveduto: scrive “Era un’afoso pomeriggio” e sa che io so che continuerà: “di fine luglio”. e tuttavia scrive proprio “di fine luglio”. come si permette? e dunque: se lo sa (e se lo so, e se lui sa che io so) perché dovrei continuare a leggere? perché deve scrivere “afoso” e poi “pomeriggio”, anche? che gli ho fatto di male?

stop.

per altre cose, per altri meccanismi, vale la stessa medesima osservazione o serie di osservazioni. per la poesia, mettiamo.

agosto 07

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[*]

e allo stesso tempo: alcune opere anche molto nude e lineari e (apparentemente) ‘prevedibili’ sanno costringere il lettore all’azzeramento, al non (voler) resistere. all’abbandono. ma sono i classici. i classici agiscono così. Kafka, per esempio, come Sofocle, ecco. sono i casi – le scritture – in cui è necessario sapere e ogni volta insieme “voler non sapere”. sono i casi in cui si viene scritti dai testi. perché (in modo non previsto né razionalizzato – ancora) ogni volta il loro motore aggiunge un segmento di senso e di revoca di senso al disegno imprevisto e nuovo di ciò che si è.

A note by Carmen Racovitza


a gunless tea…

dissidenze…mainframe of situationist transgressions from absolute poetry to relative prose…
una parole plurale, marco…the brave is object.nonsubject [of +(f)]….
marco in a writing lab, revitalizing the necrotizzandola language…punctuation rear engine
in a poliscritture that creates a unita di crisi diversi…..crises …..
a confrontation with the absence of things utterable, with dissolution of objects readable, with loss of spoken layers… marco vocabulary as an installative , productive, objective, democratic, free structure….
a confrontation with the wundercatalogue of diagram letters, design words, witness installations, sign operations…the center is held by maddening cracks….the witness and the images become languages, says marco….the connections come and go floating as biunivoche correspondences (you’ve got a bad fever, said the fever) , sweet isomorfismi/criptomorfismi carry out operations on signs…plants and flowers deliver food, moral canned flesh, repeat at will, a growing zen effect ]]]….
nervous nervous minimalism …..poetry show…..installation concept….. nervous nervous minimalism…..poetry show….installation concept…..ervousnconcpet…isntllatiaon hsow…..

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Carmen Racovitza, fluxishare

“Quello che si vede” e “Numeri primi”: Recensione di Laura Pugno

Giovani poeti italiani fra Pitagora e Montale

L’ossessione del visibile nelle raccolte di Marco Giovenale e Andrea Inglese uscite per le edizioni Arcipelago

di Laura Pugno

Sono usciti nella collana «Chapbook» della milanese Arcipelago Edizioni, curata da Michele Zaffarano e Gherardo Bortolotti, due brevi testi poetici di Andrea Inglese e Marco Giovenale: quello che si vede, e numeri primi. Due poeti quasi coetanei, del ’67 e del ’69 rispettivamente, uniti da esperienze comuni, fra cui, rilevante, la partecipazione alla rete poetica lanciata da Giuliano Mesa, «Àkusma» che intende riattivare una dimensione di ascolto tra voci contemporanee; ideale contraltare, in entrambi, di una attiva presenza sulla Rete, che ha fatto di Andrea Inglese uno dei fondatori del blog multiautore Nazione Indiana (ora giunto, per complesse vicende di scismi e scissioni, alla versione 2.0), e di Marco Giovenale uno degli animatori di numerosi luoghi poetici digitali (da gammm.org al blog slowforward.wordpress.com).

Tanto numeri primi quanto quello che si vede sembrano indicare come costante la ricerca di un ultimo irriducibile, l’esito finale di un lavoro di scavo, materiale o immateriale. Nel caso di Inglese, quello che si vede sembra evocare i celebri versi di Eugenio Montale in Satura del ’71 «le trappole, gli scorni di chi crede/che la realtà sia quella che si vede», per sfidarli? Del montaliano «inganno consueto» del mondo messo in scena già dai tempi di Ossi di seppia, Inglese è acutamente consapevole, e traccia un arco che è propriamente di decifrazione. Se «quello che si vede, poco,/ è sempre di nuovo sotto gli occhi,/come ripetendosi, ma non è/lo stesso, non tornerà mai/così, radente, evasivo,/come ora, non sarà quindi/mai visto, anche se/ci metterai anni a leggerlo,/anni per capirlo», unico strumento per navigare questo eracliteo fiume delle immagini è, in una chiusa che corrisponde a questo incipit, «un’interna/sensibilità: la poca, residua/pietà dell’occhio». E in questo contesto di consapevolezza Inglese può permettersi anche di rifotografare i montaliani limoni: «Di qua stanno i limoni. Un mucchio, nel piatto afgano,/pronti a cader fuori. Deformi,/grandi come patate, con l’adesivo/Duck e il marchio registrato/sulla scorza rugosa».

Da Montale a Pitagora, ai numeri primi di Marco Giovenale, intesi come i nuclei duri e irradianti incuneati nell’opacità della massa, opacità del grasso, del reale, che l’impossibilità di sottrarre una qualsiasi immagine «al regno dell’accumulazione e circolazione materiale», come recita la citazione del poeta e artista visivo Tom Raworth in epigrafe, trasforma in un’esperienza cinematografica che paradossalmente si sovrappone alla realtà, più vera del vero. «Alla fine lo ritirano dalle sale. Non lo proiettano più, è vietato, e era troppo violento, e con scene di distruzione di grado insopportabile. Costernazione per numerosi. Per protesta, gruppi interi e in diverse parti del paese, indipendentemente, mettono in atto delle scene del film. Se non possiamo vederlo lo riproduciamo, fanno…. Quando decidono di revocare il bando e tornare a proiettarlo nei cinema, non ci sono più spettatori, in certi casi nemmeno le sale o addirittura le città. La geografia è così cambiata». L’ossessione del visibile, in Giovenale, è insita in noi e non concede scampo. Non ci si può allontanare dalla propria posizione (di lavoro, di combattimento), se non si hanno le immagini successive: «Sulla pellicola la seconda immagine dell’incendio si sovrappone alla prima e la brucia».

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Laura Pugno, recensione comparsa su “il manifesto”, 24 luglio 2007, p.13

Il dopoguerra della «sonnambula» nelle lettere a Pasquale Prunas

di Fiammetta Cirilli

*

Autrice di racconti, romanzi, scritti di viaggio di singolare bellezza, Anna Maria Ortese andrebbe ricordata anche per quella componente non indifferente dei suoi scritti che è costituita dall’epistolario con amici, interlocutori anche occasionali, conoscenti: lettere spesso dense di particolari sulla vita privata come sulla scrittura e che restituiscono – accanto alla personalità tormentata e sfuggente dell’autrice – il clima di un ambiente e di una stagione letteraria.

In questa prospettiva, le missive che Ortese indirizzò a Pasquale Prunas, fondatore e direttore della rivista «Sud», contribuiscono a delineare meglio i tratti di un rapporto d’amicizia intenso e destinato a incidere sensibilmente nella biografia di entrambi, segnando – in modo anche problematico – gli anni della giovinezza e della prima maturità della scrittrice. Il pensiero va, naturalmente, alla discussione innescata al tempo in cui venne pubblicato lo scritto che Anna Maria Ortese dedicò ai giovani intellettuali partenopei in chiusura del Mare non bagna Napoli, un libro che, dando voce alla disillusione della scrittrice verso un contesto saturo di energie e aspettative poi disattese, è stato all’origine della traumatica frattura con molti dei coetanei frequentati negli anni del dopoguerra.

L’uscita del Mare per Einaudi (ma Prunas aveva in precedenza pensato di stampare di persona la raccolta) e lo scalpore provocato dal capitolo Il silenzio della ragione gettano, retrospettivamente, una luce particolare sulle lettere curate da Renata Prunas e Giuseppe di Costanzo per le edizioni Archinto: Alla luce del sud. Lettere a Pasquale Prunas (Collana Lettere, Edizioni Archinto, Milano 2006).

Mancano, in realtà, richiami alla polemica: le lettere riguardano, infatti, soprattutto l’arco di tempo tra il 1947 e il 1953; mentre le poche successive alla pubblicazione del libro – l’ultima è del maggio 1959 – toccano questioni generiche, non ultimi gli affanni e le necessità materiali in cui si dibatteva la scrittrice. Il silenzio in qualche modo eloquente sulla polemica convive, quindi, con elementi che testiminiano la continuità di una amicizia nata ai tempi di «Sud»; un’amicizia che, stando alla stessa Ortese, costituisce l’«autentico ricordo di Napoli». «Mi sembra di soffocare, mi ritorna incontro la luce di Napoli, i miei pomeriggi alla Nunziatella l’anno scorso, il calore della veranda e tutti, tutti i cari amici di Sud» – scrive la giovane autrice nel febbraio del ’47 da Roma, dove risiede per qualche mese. E poi, scusandosi per l’«emozione» che le ha dettato «cose così disordinate, e forse strane», esorta Prunas: «Scrivimi, qualche volta e dimmi tutto di Sud, cosa fate, come va. È anche il mio giornale».

Nonostante la distanza da Napoli, quindi, Anna Maria Ortese continuava a rispondere alla vitalità «irrefrenabile» del «ragazzo Prunas», per confessare magari, la fatica di tenere dietro all’impegno della scrittura: «Non posso avere nessuna emozione, (e scrivere è un’emozione), perché Dio solo sa cosa soffro»; o, ancora, per dichiarare la propria inadeguatezza di fronte alla realtà di una città come Milano, dove «la vita è dura, in un certo senso» perché «non c’è nessuno che ti venga incontro con una lode, tutti, o quasi, aspettano che tu cada», e «diventare qualcuno» sembra impossibile: «bisogna essere cattivissimi, per riuscire. Ho l’impressione che tu ti sia sbagliato sulla carica di cattiveria che portavo in me, e che io sarò bocciata.»

*

[ Fiammetta Cirilli. Articolo su «il manifesto», 27 dicembre 2006, p.12 ]

Scheda: Alessandro Baldacci, “Amelia Rosselli”

Amelia RosselliAlessandro Baldacci, Amelia Rosselli. Una disarmonia perfetta
Laterza, Bari 2007, pp. 194, € 12,00
Collana Universale Laterza [884]
Serie Scrittori contemporanei
ISBN 9788842083726

In breve

«Un perturbante classico, una declinazione per certi versi unica, senza pari nel panorama della poesia italiana del secondo Novecento»: così Alessandro Baldacci definisce la scrittura di Amelia Rosselli, tracciandone la prima interpretazione critica completa, dai primi esperimenti degli anni Cinquanta sino alla fine della sua ricerca poetica ed esistenziale.

Indice

Il laboratorio degli inizi – Una disarmonia perfetta – L’ultima adolescenza – Cronologia della vita e delle opere – Bibliografia – Indice dei nomi

Dell’opera disfatta

[ righe, ingenue e iniziali, contro serialità e romanzo-tipo ]

“due computer si incontrano e si sprogrammano”

Carmelo Bene

1.

lettura e scrittura lineari costituiscono un problema che lo sguardo del XX(I) secolo non avverte sempre come problema.

è anzi vero l’opposto. la percezione del problema è occasionale, è indesiderata.

ora, nel tempo ben consolidato in cui la realtà si sottrae alle retoriche solo lineari e teleologiche, queste organizzano difese puerili, dunque vincenti.

sono ‘naturalissime’, coincidono con il perdurare di trama e intreccio e scioglimento, spettacolo poematico, scrittura ‘rappresentazionale’ (realismi, iperrealismi, feuilleton), e insomma con tutte quelle forme morte che – proprio in quanto tali – hanno gioco facile in una società alacremente cimiteriale.

il romanzo-tipo è Continua a leggere

Mario Fresa su “Amanuense”, di M.Sannelli

Il gioco terribile e amoroso della poesia.
Un libro di Massimo Sannelli sull’insegnamento della poesia nelle scuole

Si può insegnare la scrittura poetica? Sì, se superando la logica perturbante del concetto di “scuola formativa” si è capaci di impostare una guida alla visione della poesia nell’ardore di un gioco sospeso tra l’ordine e l’abbandono, tra la regola e il sogno.

Ma, in vero, le scuole di scrittura sono basate, quasi esclusivamente, sul metodo di una “costruzione” tecnica, grammaticale, e non, purtroppo, sul modo, sui modi, che permettano l’aprirsi di quella tensione sacrificale, impronunciabile e inconcepibile se non nella sua calda esperienza, che lascia il varco all’accendersi della parola poetica, vera figlia dell’atto immediato, non del progetto (dunque intestimoniabile; dunque irriferibile, non mai riconducibile al limite di un esterno insegnamento). L’unica via risolutiva dovrebbe, potrebbe essere: concentrare l’attenzione (la “tecnica”, la volontà) e poi essere scoperti da una mancanza; cadere nell’interdizione di un difetto e lì tacere; e lì ascoltare. Bisogna lottare contro il proprio disperato confine: ed è allora che le parole assumono «a volte un contegno più che irrispettoso» (Amelia Rosselli).

Che significa ciò? Vuol dire stabilire l’incontrastata felicità di un preciso itinerario e cancellarlo, per amore del disinteresse; per amore dell’amore. Se si volesse “insegnare” la scrittura poetica bisognerebbe, insomma, parlare al buio; riformulare il senso della falsa “utilità” della parola e sganciare ogni frase ogni verso ogni suono dalla volgare prospettiva privata, liberando la poesia del peso consolatorio-ricompositivo dei molti poeti-diaristi che siamo abituati a leggere: poiché essi, quasi sempre, sono sùbito pronti a confondere la loro personale visione con una urgente e universale necessità; ma è l’io piccino, sciagurato, che parla in loro: e parla volendo esserci, sempre; volendo far rumore col proprio peso. L’attenzione “mancata” di un poeta, invece, chiede l’opposto: vuole l’immensa ferita di una luce che si spegne d’improvviso; desidera, insomma, far tremare l’orizzontale sicurezza del percorso e sbriciolare ogni egoistico e vanitoso sentimento, mostrando l’accadere di un comune sentire, un vero stordimento che dà gioia e sconcerto a chi, per ventura, provi, insieme con lui, la medesima esperienza. Pure, una “scuola” è data per organizzare, non per sottrarre; e nasce per spiegare e far emergere (“educare”), non per rimuovere. Da ciò, i risultati nefasti e inutili di una pedagogia della scrittura poetica.

Un caso felicemente contrario a tali esiti è ciò che ha fatto Massimo Sannelli, capace di insegnare lo sguardo poetico agli alunni di una scuola media: legga, chi vuole, i notevolissimi e preziosi esperimenti didattici che il poeta ha raccolto in un volume pubblicato di recente, Amanuense (Edizioni di Cantarena, Genova; cantarena [at] libero [dot] it).

Si ha, finalmente, l’impressione che la scuola sia riuscita a comprendere la necessità di fornire, agli alunni e ai docenti, la dolcezza di un sapere che ritorna, alchemicamente, al non sapere: e ciò è, finalmente, una felice moltiplicazione della vita stessa; e tale inaspettata sorte è, in vero, il più desiderabile dono che sempre dovrebbe offrire, appunto, il gioco terribile e amoroso della poesia.

Mario Fresa

Del sognare il mondo

1.

lo sguardo asemantico che il mondo lancia agli occhi è ricambiato da tanta parte del loro sognarlo.

del sognare il mondo. il fatto di immaginarlo si sottrae al facile gesto del significato. produrlo, formarlo; così organizzarlo come diverso. (nei codici, che anticipano prassi).

2.

nella vita, nel percorso quotidiano, non tutto è dato. la massa di segnali che investe o attrae la coscienza ogni giorno, la complessità delle macchine, dei linguaggi, delle immagini, l’accumulo di voci, l’indecidibilità di parti del paesaggio, gli urti delle percezioni, non sono sempre e in tutto minutamente esaustivamente affrontati e spiegati, messi in forma e messi in riga per una cosiddetta ragionevole comprensione lineare: A, B, C, ergo D. (non sono letteralmente mai affrontati così).

un pensiero dualista direbbe: “ciò nonostante, viviamo comunque: perciò il buio ovvero l’oblio permette di esercitare le modulazioni della luce di cui disponiamo”. falso.

è possibile modulare luce (che non esiste da sola) precisamente perché e in quanto a formarla sono le sue doppie reinsistite assenze, le latenze e oscillazioni di gradi di nero o vuoto. e viceversa. i due campi si necessitano e implicano, si generano: non sono due (né coincidono). precisamente nel loro paradossale reciproco scriversi elidersi originarsi sottraendo sé risiede una chiave del movimento che è percepire.

è esattamente perché non vediamo tutto, che vediamo qualcosa.

3.

lo stesso si può dire degli oggetti linguistici. per i segni in generale.

un’installazione, un oggetto d’arte, una linea comune e ritornante del panorama, un’espressione su un volto, una storia traudita e non compresa eppure iterata ogni giorno, una strada di passaggio, possono essere – pur indecifrati – segmenti recursivi della vita. materiale percettivo, sentito come invariante nel tempo, negli anni, riverberato. ciò non solo non impedisce di vivere, ma al contrario lo permette.

così molti testi possono essere (se e dove sensatamente costruiti – da autori) elementi ancora indecifrati e tuttavia familiari e amici del commercio quotidiano con il senso-non-senso, con le cose, le persone, le parole.

4.

la complessità dei linguaggi, dei sistemi di segni, specie verbali, è tale da sopravanzare – per variabilità e combinazioni e potenzialità – gli oggetti e le storie.

l’impressione è che ci siano molte più combinazioni tra parole e concetti e sillabe e ritmi e sfumature e frasi e opere che tra molecole in natura.

è possibile, per un lettore, abbandonarsi alla necessità inspiegabile di un testo e di un gruppo di versi prima di averne inquadrato non solo il significato, ma perfino il senso, i confini della persuasione in atto.

non diversamente, ci si innamora di una persona prima di averla descritta alla coscienza. a volte prima ancora di averne afferrato i tratti somatici, l’aspetto.

*

 

[ precedente versione: 27-7-2006 ]