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dislocazione dell’inconscio (1)

01. ammesso che sia l’inconscio (socializzabile, non autistico) a parlare e immaginare e strutturare testi e materiali,

02. va detto che è estremamente pericoloso lasciarlo nella gabbia dell’io, dargli spago, far parlare lui;

03. tanto più oggi, quando una massa di segnali esterni amplia la coscienza di tutti e fa tutti cinici (lettori smaliziati, ma senza capacità in sé).

04. così una buona prassi è spostare l’inconscio fuori di sé, ma

05. senza che per questo ricada in territorio di mercato.

06. spostare la scrittura anche nei territori della meccanica, senza entrare nel meccanismo.

07. parlare attraverso strutture esterne, senza essere parlato da queste.

07. staccare l’io da buona parte dei materiali iniziali e dagli interventi su di essi è una strategia plausibile.

08. “da sola non vale”. ossia:

09. un cattivo autore, scarsamente dotato di strumenti di conoscenza e di talento, produrrà pessime pagine sia che usi il suo inconscio sia che sposti quest’ultimo in qualsiasi punto esterno a sé.

avis / avviso

gentile *,

devo confessare di non riconoscermi nelle indicazioni ‘sociologiche’ offerte in http://www.poliscritture.it/article.php3?id_article=82

sono un commesso di libreria di 5° livello (=soglia di sopravvivenza), dunque non mi sento osservato o nominato se – tra gli autori inclusi nell’antologia – <<un occhio sociologico nota una cresta di docenti universitari, una corona di dottorandi e collaboratori dell’editoria, uno spruzzo d’insegnanti di scuole medie e una rara avis “proletaria” (la Grisoni)>>.

le segnalo inoltre che in quell’antologia ci sono anche (e almeno) un disoccupato e un precario. dico questo senza polemica.

cordialmente

Marco

Una nota di lavoro (su “Double click”)

[ annotazione scritta per un sito nel giugno 2004, ma inedita ]

Ho scritto Double click tra 2001 e 2002, ma solo negli ultimi due anni ho potuto mettere a fuoco con precisione alcuni testi che lo formano, e ragionare meglio sulle linee del libretto, sentirlo chiuso, concluso. L’esperimento ampio che vado seguendo grosso modo dal 1996 è quello di Delle restrizioni: una sorta di opera-di-opere, tutt’ora (e per anni ancora) in scrittura. Lateralmente rispetto a questo percorso maggiore, si creano talvolta degli spazi e testi-identità a cui mi affeziono, e che posso facilmente sentire in grado – più di qualsiasi altra pagina – di portare e trasmettere il segno della ricerca generale che in altre opere vado svolgendo. Continua a leggere

gts

feeling more and more distant from italy.

and.

really & sincerely glad to see that some experiments at http://translatedtext.blogspot.com seem to be near and friends to my differx ones.

it is possible to use simple scramblers, for example, or cutup programs, or multilanguage translators/scramblers. working on any kind of start page.

machines can do good texts. (with a little patience). (with a little help).

in art, there’s a need of some sort of displacement of art’s tools & works.

as if many artists were all at once suggesting to get out of the SELF. abolish the “I”, the Writer, his omniscient Ego.

if the Unconscious wins, in art, you are free to put the Unconscious’ tools & voices anywhere out of yr self.

using voices and stuff coming from elsewhere, distorted and mixed in any way …

Senza fondare e senza narrare. La scrittura ‘fredda’ di Giovanna Frene

Ha doti di icasticità e limpidezza innegabili la recente raccolta di poesie di Giovanna Frene, Sara Laughs (Edizioni d’if, collana i miosotìs, pp.32, Premio Giancarlo Mazzacurati e Vittorio Russo 2006).

Quella di Frene – autrice da sempre vicina alle scritture di ricerca più eversive della tradizione del Novecento – è una ‘semplicità’ saldamente conquistata e attestata: chiarezza perfino sovraesposta del dettato che non cede a semplificazioni (di stile, di pensiero) ed è anzi traccia di una complessità raggiunta per sentieri sottili: il lessico è freddo, piano, non ‘accessibile’. L’orditura sintattica rigorosa, non ‘esplicativa’. L’icasticità è giustezza e giustizia, non cedimento alla felicità facile dell’aforisma. Continua a leggere

Giuliano Mesa: “Domande. Da Samuel Beckett”

qu’est-ce que je suis en train de dire maintenant, je suis en train de me le demander.

Samuel Beckett, L’innommable

*

 

 

Ascoltare, domandare. Nell’ascoltare Beckett si ascolta il suo ascoltare ed ascoltarsi domandando. Non per la letteratura – con la letteratura. Né mezzo né fine. La letteratura interroga la vita. “Quando ci si ascolta, non è certo letteratura quella che si sente” (1968, conversazione con Charles Juliet). Nelle parole della letteratura, a cercarvi soltanto parole, non si sente il silenzio, la domanda ulteriore, ciò che non è stato detto, che non si è potuto dire. Non ancora. Non ancora il silenzio e non ancora la parola ultima. La parola che dice, dice di continuare a domandare. Come dire, per dire le domande?

Saint-Lô. Nell’interrogazione, il come precede il cosa, poiché il cosa è già da sempre detto. Come ripetere? Il già da sempre detto non è detto per sempre. Ogni accadere, ogni esistere, chiede di ridirlo. Cercando il come che dica quell’accadere, quel dopo prima di un altro dopo.
Scrivere, dire, dopo gli accadimenti del primo Novecento non era come farlo dopo ciò che accadde prima, o dopo ciò che oggi sta accadendo. La storia non si ripete. Se davvero si ripetesse, davvero le parole sarebbero vane, si potrebbe tacere. Come ripetere le vecchie domande? Dopo Auschwitz, dopo Hiroshima – dopo Saint-Lô, come ripetere le vecchie domande?
Nel 1945, dalla Francia, dove aveva partecipato alla Resistenza, Beckett riesce a raggiungere l’Irlanda. Rientra in Francia come volontario della Irish Red Cross a Saint-Lô, distrutta dai bombardamenti alleati. Sulla “capitale delle rovine”, scriverà un resoconto per la radio irlandese: “Certains de ceux qui furent à Saint-Lô reviendront au pays en se rendant compte qu’ils ont reçu au moins autant qu’ils ont donné, qu’ils ont en réalité reçu ce qu’ils n’étaient pas en mesure de donner, la vision, le sens immémorial d’une conception de l’humanité en ruines, et peut-être même auront-ils pu entrevoir les termes dans lesquels il convient de repenser notre condition humaine.” (1946) In rovina è anche “la vecchia mente”: “Vire will wind in other shadows / unborn through the bright ways tremble / and the old mind ghost-forsaken / sink into its havoc” (Saint-Lô, 1945; la Vire è un fiume della Normandia). Rovine, massacri e condizione umana ritornano nello scritto del 1945 dedicato alla pittura di Abraham e di Gerardus van Velde, Le monde et le pantalon: “C’est qu’au fond la peinture ne les intéresse pas. Ce qui les intéresse, c’est la condition humaine”; “l’humain. C’est là un vocable, et sans doute un concept aussi, qu’on réserve pour les temps des grands massacres”.
Nel 1946 Beckett ritorna in Irlanda, dov’è sconvolto da una crisi radicale: “Fino ad allora, avevo creduto di poter fare assegnamento sulla conoscenza. Di dovermi equipaggiare sul piano intellettuale. Quel giorno, tutto è crollato” (1973, conversazione con Juliet). “The vision at last”, come si legge in Krapp’s Last Tape (1959), “clear to me at last that the dark I have always struggled to keep under is in reality my most –“. (my most… what is the word?)

1946. Nella letteratura europea, i progetti letterari totalizzanti cessano con la seconda guerra mondiale. Impliciti in essi l’exegi monumentum aere perennius, l’arte come finalità del mondo, l’autonomia autotèlica. In un carcere nazista Hermann Broch scrive Der Tod des Virgil. Nel monologo di Virgilio morente si spegne definitivamente e finalmente la “funzione politica” dell’arte, la menzogna della funzionalità a un sistema di potere, dell’organicità a un’ideologia di potere o di contropotere. Non così ovvio. Ancora organiche erano, ad esempio, quelle che Beckett chiamava le “bambochades du surréel” (Le monde et le pantalon). Lo saranno le neoavanguardie che liquideranno Beckett come “esistenzialista”. Autotelìa ed eterotelìa sono correlate, complici. Entrambe presuppongono un artista demiurgo. Che costruisce a partire da una presunzione di sapere, che cerca di sussumere il mondo nell’opera d’arte o di esercitare un potere suasorio. Che pone tra sé e i lettori lo schermo di un sistema da interpretare o attraverso cui fagocitare, instaurando comunque una relazione di potere. Beckett si emancipa definitivamente da Joyce e da ciò che Joyce rappresenta quando accetta, accoglie, l’oscurità. Quando la necessità della scrittura frantuma gli schermi della volontà di essere scrittore. Rovine della storia, della condizione umana e rovine della mente non sono più disgiunte.

“Il me semblait que tout langage est un écart de langage” (Molloy, 1947). Scrivendo la Trilogia, Beckett deve rovinare anche la tradizione letteraria e filosofica, fare tabula rasa. Lavoro a togliere. Cominciando col togliere da sé la lingua madre. L’oscurità ha bisogno di luce, di essere svelata dal velo mistificante delle innumerevoli incrostazioni che l’hanno occultata – quella luce livida che illumina le rovine delle città bombardate, dei lager. (E in un lager venne rinchiuso Alfred Péron, grande amico di Beckett e suo compagno nella Resistenza, arrestato dalla Gestapo nel 1942 durante una retata alla quale Beckett e Suzanne Dusmenil-Deschevaux sfuggirono miracolosamente. Péron morì nel 1945, sùbito dopo essere stato liberato dalla prigionia.)

L’impietoso massacro del lascito culturale, nella Trilogia, non è mai disgiunto dalla pietà per i massacrati. Sono sempre i vinti che parlano, i fuori casta. Ma la voce, a loro, non è data. Viene loro tolta dando voce alla brama di silenzio. Non è voce altrui, né voce data ad altri da un autore autorevole, sapiente, autoritario. Beckett è le sue voci, tutte. Se così non fosse, vi sarebbe una distinzione tra mezzo e fine, ancora una postura dall’alto in basso. Vi sarebbero risposte, non domande. (Anche questo non così ovvio, non abbastanza in tanti che hanno voluto leggere in Beckett un programma, a cui si sarebbe attenuto e a cui, dicendo di seguirlo, attenersi.)

Le opere di Beckett sono sempre state al di sotto delle tematiche à la page, di quella faccenda miserrima chiamata ‘conflitto delle poetiche’, dove l’opera viene letta secondo la collocazione, lo schieramento ideologico, dove l’ascolto è sostituito dal desiderio di trovare conferme ai propri pregiudizi. La corporazione letteraria espunge da sé come corpi estranei le opere non autotèliche, per poi fagocitarle, se si impongono malgrado essa, riconducendole all’innocua autotelìa. Pur non essendo eterotèlica, pur non avendo “secondi fini” – di predicazione, di propaganda, di persuasione -, l’opera di Beckett, metacritica se altre mai, non si chiude dentro la “casa del linguaggio” – dalla prigione del linguaggio, parla rivolgendosi, dal basso, a ogni altro suo simile. In questo, lo scrittore Beckett si avvicina al filosofo di Schopenhauer: “Ciò che ci rende filosofi non è che lo sforzo di sottrarci all’assillo di un dubbio. […] Ma ciò che distingue in proposito il filosofo vero dal falso, è questo: nel primo il dubbio si risveglia fin dalla prima vista del mondo reale, nell’altro invece non sorge che dalla lettura di un libro, di un sistema già bell’e fatto.”

“Ce qu’il faut éviter, je ne sais pourquoi, c’est l’esprit de système”, si legge ne L’innommable (1950). I sistemi, lo spirito sistematico. Ricavare un ordine possibile da ciò che esiste, supponendo di conoscere tutto ciò che esiste (che è esistito, che esisterà) e supponendo che ciò che esiste sia governato da un sistema. Organizzare ciò che esiste nella velleità violenta di tutto spiegare, ricondurre, ordinare, affinché i dubbi, le incertezze, scompaiano, a costo di far scomparire ciò che esiste. Delirio egotico. Lo spirito di sistema agisce attraverso affermazioni e negazioni definitorie, definitive. Ma “la negazione non è possibile. Come l’affermazione. E’ assurdo dire che è assurdo. E’ ancora esprimere un giudizio di valore. Non si può protestare e non si può esprimere un’opinione. Bisogna tenersi là dove non c’è né pronome, né soluzione, né reazione, né presa di posizione possibile… Per questo il lavoro è così maledettamente difficile” (conversazione del 1977 con Juliet). Non possiamo pronunciare un no definitivo, “le non! – un nouveau non, qui ne se laisse dire qu’une fois” (Textes pour rien, XI, 1950). Eppure non possiamo evitare affermazioni e negazioni. Possiamo soltanto non sapere perché affermiamo e neghiamo. Sapere perché si deve evitare lo spirito di sistema sarebbe un’affermazione troppo sistematica. La tendenza falsificante dello spirito sistematico, già stigmatizzata da Leopardi, non salva dalla “vanità del vero”. “Toutes ces choses sont ensemble dans le coin, pêle-mêle” (Malone meurt, 1948). Le cose sono insieme, confuse, alla rinfusa. L’arte può cercare di “mal dirle”, nella loro confusione, senza separarle, incasellarle, sistemarle. Non sapendo il perché, pur dovendo sempre affermare e negare: si dice per domandare, domandando.

Chi si spoglia di ogni pre-giudizio, guardando e ascoltando senza veli né schermi, diventa idiota. “Ho scritto Molloy e il séguito il giorno in cui ho capito la mia idiozia. Allora mi sono messo a scrivere le cose che sento” (1973, conversazione con Juliet). Beckett ammirava Dostoevskij (ne testimoniano le pagine del Proust, 1931). L’idiota di Dostoevskij pone le domande che non si devono porre, si pone al di fuori delle convenzioni sociali e culturali che impongono silenzio su ciò che è essenziale. Understatement e potere vanno a braccetto. In Beckett, il rifiuto del potere-sapere, della postura docente, non si è mai disgiunto dal rifiuto dei poteri – politici, culturali, editoriali – pervasi di menzogne e che di menzogne si nutrono. Robert Pinget ricordava il suo “horreur du mensonge”. Ricordando Beckett, questo non andrebbe mai dimenticato.

Democritus. In Murphy (1937) si legge: “the Nothing, than which in the guffaw of the Abderite naught is more real”. Alcuni anni prima, nella poesia Enueg I, aveva dedicato a Democrito alcuni versi : “I splashed past a little wearish old man, / Democritus, / scuttling along between a crutch and a stick, / his stump caught up horribly, like a claw, under his breech, smoking.” Nel 1948, in Malone meurt, il motto ritorna, commentato : “Je connais ces petites phrases qui n’ont l’air de rien et qui, une fois admises, peuvent vous empester toute une langue. Rien n’est plus réel que rien. Elles sortent de l’abîme et n’ont de cesse qu’elles n’y entraînent.” Nell’edizione Diels-Kranz dei presocratici queste parole non ci sono. Per Democrito, il medén, il nulla, equivaleva al mè ón, al non-essere, e al kenón, il vuoto, lo spazio entro cui si muovono gli atomi. Si può pensare a una beffa di Beckett, non l’unica nella sua opera. Un’apparente assunzione di fede nichilista, che invece denuncia il sofisma implicito in ogni nichilismo loquace. Un nichilismo conseguente, coerente, dovrebbe indurre al più rigoroso silenzio. Altrimenti, si ha la predicazione tartufesca del nulla come valore al quale convertire gli ignari. Niente di più facile, per non leggere Beckett o per fingere di leggerlo, di ascoltarlo, che farne un nichilista programmatico.

Tuttavia basta pochissimo per confutare che il nulla sia più reale di ogni altro reale, poiché il reale è il contrario del nulla, la sua negazione. Il nulla non può essere reale, pena il non essere più il nulla, più nulla. Il linguaggio stesso impedisce di affermare la realtà del nulla, dovendo dire che il nulla è reale, che perciò è, ed è qualcosa. E’ questo che può “empester toute une langue”. Ma forse non è l’antinomia che si deve pensare, bensì la relazione. Il nulla, il non-essere, è inseparabile dall’essere. Soltanto l’essere può pensare il non-essere. Ma, appunto, può pensarlo, può sprofondare in quell’abisso. Dove dovrebbe esserci un silenzio totale: nessun suono, nessuna immagine, nessuna parola. Ma ogni parola è relazione. La voce dentro di noi fonda una relazione tra il nostro essere e il pensarlo, dunque ci separa, ci riconduce implacabilmente alla separazione da cui proveniamo e a quella a cui giungeremo: nascita e morte. Ogni parola è relazione con gli altri, con coloro senza i quali non sapremmo né della nascita né della morte, poiché non saremmo né sapremmo del morire. Non si è mai soli, da soli, nemmeno quando non si è “in compagnia”: “Dans un instant, tout se dissipera, nous serons à nouveau seuls, au milieu des solitudes” (En attendant Godot, 1949) ; “Stay where we were so long alone together” (Ohio Impromptu, 1981). La solitudine è sempre condivisa.

Anánke. “Attraverso le muse / io mi slanciai in alto / e conobbi moltissimi discorsi / ma più potente di Necessità nulla trovai / né alcun farmaco sulle tavole di Tracia / che la voce orfica dettò / e nulla in ciò che Febo donò agli Asclepiadi / tagliando erbe / per i mortali che molto soffrono.” E’ questo l’incipit del IV stasimo dell’Alcesti (vv. 962-972). Esso, già dagli scolî, veniva inteso come dichiarazione autobiografica di Euripide. Da questi versi sembra sorgere una concezione dell’arte come necessità che risponde alla necessità, interrogandola, dopo aver perso ogni fiducia fideistica in Orfeo e in Apollo, nelle muse e nei logoi. (E ricordiamo che per Democrito “pánta te kat’ anánken ghínesthai”, “tutto è generato secondo Necessità”).
Beckett conobbe i ragionamenti. Li espulse (slanciandosi in alto, con il sarcasmo di Molloy, “sur les ailes de poule de la nécessité”). Rimedi peggiori del male. La sofferenza è inevitabile e dalla sofferenza nasce l’esperienza artistica (Proust). L’arte può tenere insieme negazione e affermazione, negando entrambe nella relazione che le rende inscindibili. Affinché siano inscindibili, anche forma e contenuto non debbono essere scissi. Beckett lo scriveva nel 1929, in Da Dante a Bruno, da Vico a Joyce, e non si abbandonò mai a scissioni che avrebbero portato, inevitabilmente, all’immissione in una forma di un contenuto ad essa preesistente o da essa scindibile.

Soltanto l’inscindibilità di forma e contenuto ne pone la separazione. Non anteponendola, rimanda a tutto ciò che non è stato detto, che non si saprà mai dire. E che ne è il referente. Il mondo, la vita. Così, è proprio nell’arte non autotèlica che la forma è il contenuto, ne è il detto, la presenza che evoca l’assenza, il non ancora detto, il detto male. “Nommer, non, rien n’est nommable, dire, non, rien n’est dicible, alors quoi, je ne sais pas, il ne fallait pas commencer” (Textes pour rien, XI) Ma, ancora una volta, si è in questa necessità, si è cominciato. Non ci si può sottrarre all’obbligo di continuare a dire, poiché si è cominciato a dire. Dicendo continuamente, mentre si dice, l’impedimento a dire. Nessun logocentrismo, né sperimentazione gioiosa e giocosa. Non vi sarebbe conflitto se non vi fosse l’infinita opacità del referente (del mondo, della vita). In Peintres de l’empêchement (1948), dedicato ancora ai fratelli van Velde, si legge : “L’objet de la représentation résiste toujours à la représentation, soit à cause de ses accidents, soit à cause de sa substance, parce que la connaissance de l’accident précède celle de la substance.” “Car que reste-t-il de représentable si l’essence de l’objet est de se dérober à la représentation ? Il reste à représenter les conditions de cette dérobade.” “Est peint ce qui empêche de peindre.” In questo conflitto, il conflitto stesso è referente principale, primordiale, relazione primaria: “… peinture d’acceptation, entrevoyant dans l’absence de rapport et dans l’absence d’objet le nouveau rapport et le nouvel objet…”. Da questa accettazione, poiché si è cominciato, sembra giungere l’obligation, la necessità: “The expression that there is nothing to express, nothing with which to express, nothing from which to express, no power to express, no desire to express, together with the obligation to express.” (Three Dialogues with Georges Duthuit, 1948).

Nelle parole di Manfred Frank, che commenta una lettera di Wittgenstein: “La delimitazione del dicibile, come ciò che solo ha senso, esclude, attraverso una contromossa, quanto solo meriterebbe di esser detto, e tuttavia si trova all’esterno di questa sfera. […] E’ in questo senso che il discorso poetico è allegorico: nel mentre esprime il dicibile, intende l’indicibile.”

Cominciare. Dopo. Ancora. Togliendo ancora. Comment c’est (1961) è l’inizio di un ripercorrere, tentando altre forme per “dare forma all’informe” (conversazione con Juliet, 1973). Ripetizione e variazione, cercando relazioni possibili nell’impossibilità di fissare, di fermare, una relazione tra suono e senso che sia ultima. La condizione umana, così denudata nelle opere degli anni ’40 e ’50, è ripercorsa con sequenze ritmico-formulari, dove la ripetizione è tuttavia sempre minata dall’occorenza unica, dallo hápax legómenon, da un sempre ulteriore porgersi e sporgersi del non ancora detto. Così è in bing (1966), dov’è posta anche in modo esplicito la relazione tra suono e senso nei sintagmi semiomofoni “sans son” e “sans sens”, quasi in preludio alle sequenze di Sans (1969), che cominciano da un ulteriore azzeramento, un altro passo tornando alle rovine: “Ruines vrai refuge enfin vers le quel d’aussi loin par tant de faux.” Ma l’enfin, se giungerà, giungerà soltanto alla fine, finendo la vita, dopo tanto “mal dire” e “maledire”. “Comment pour en finir enfin une dernière fois mal dire? […] Adieu adieux. […] Ciel terre et tout le bataclan. Plus miette de charogne nulle part. Léchées babines baste. Non. Encore une seconde. Rien qu’une. Le temps d’aspirer ce vide. Connaître le bonheur. ” (Mal vu mal dit, 1981). E prima della fine, ancora, le domande. Quelle dell’inizio, di sempre, nel 1988, nell’ultima opera di Beckett, per cominciare ancora: comment dire? what is the word?

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NOTE

Le opere di Beckett dalle quali ho tratto le citazioni sono pubblicate in francese dalle Editions de Minuit, Paris, e in inglese da Faber & Faber e da John Calder, London.
Le conversazioni con Charles Juliet (Rencontres avec Samuel Beckett, Paris, P.O.L., 1999) sono citate nella traduzione italiana di Maria Sebregondi, Incontri con Samuel Beckett, Milano, Archinto, 2001.
La citazione dal testo radiofonico La capitale des ruines è ripreso da Eoin O’Brien, Samuel Beckett et le poids de la compassion, nel fascicolo monografico di «Critique» (519-520, 1990) dedicato a Beckett, nel quale si legge anche la testimonianza di Robert Pinget (Notre ami Sam).
La citazione da Il mondo come volontà e rappresentazione, I, 7, è data nella traduzione di Nicola Palanga (Milano, Mursia, 1969).
Per Democrito, si fa riferimento in particolare alle Testimonianze 1 (44), 37 e 38 secondo l’edizione Diels-Kranz. Ringrazio Stefania Nonvel Pieri, che ha voluto confortare la mia imperizia filologica e filosofica, soprattutto per il rimando a un passo della Metafisica di Aristotele (985b5), che qui riporto nella sua traduzione: “Leucippo e il suo seguace Democrito dissero che gli elementi sono il pieno e il vuoto, e chiamano l’uno essere e l’altro non-essere; e precisamente chiamano il pieno e il solido essere e il vuoto non-essere; e per questo sostengono che l’essere non è nulla più del non-essere, in quanto il pieno non ha più corpo del vuoto.” Inevitabile poi ricordare il Sofista (nello specifico, sul nulla che ammutolisce, 260a) e, nelle ultime pagine del Mondo come volontà e rappresentazione, la distinzione tra nihil privativum e nihil negativum. Si considerino anche le Upanisad, in particolare il secondo brahmana delle Brhadaranyaka Upanisad.
Le citazioni di Manfred Frank sono tratte da Stil in der Philosophie (Stuttgart, Reclam, 1992), nella traduzione italiana di Mauro Nobile, Lo stile in filosofia, Milano, Il Saggiatore, 1994.

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(L’articolo è apparso su “Testo a fronte”, n° 35, Per il centenario di Samuel Beckett, a cura di A. Inglese e C. Montini, II semestre 2006.)

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[ grazie a Giuliano Mesa, ad Andrea Inglese e alla redazione di Nazione Indiana per aver concesso di riproporre il testo qui su Slowforward ]

Laura Pugno, recensione ai primi due libri della collana Felix

Con due piccoli volumi, E l’amore fiorirà splendidamente ovunque di Michele Zaffarano e Soluzioni binarie di Gherardo Bortolotti, si inaugura proprio in questa prima metà di aprile una nuova collana di poesia, Felix (il sottotitolo è a series of experimental poetry readings and micro-chapbooks), curata dal critico e poeta Marco Giovenale per il centro culturale La Camera Verde.

L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra il molto attivo centro culturale romano La Camera Verde promosso da Giovanni Andrea Semerano (lacameraverde@tiscalinet.it, tel. 3405263877) e la galleria d’arte moderna online GAMMM (www.gammm.org), il cui progetto di “ospitalità della ricerca” nella scrittura ha preso avvio ormai da qualche mese, fondandosi – come recita il testo di presentazione – sui concetti di “bassa fedeltà, bassa risoluzione, frammenti, installazione, non performance, non spettacolo” e aprendosi a contributi non soltanto italiani ma internazionali.

Per date di nascita, tanto Zaffarano quanto Bortolotti (che da tempo collaborano su diversi progetti e fra l’altro dirigono insieme la collana “chapbooks” delle edizioni Arcipelago) rientrano in quella multiforme costellazione della “Poesia ultima: generazione 1968-1978” di cui lo stesso Giovenale aveva fornito una mappa assai convincente per l’edizione 2005 del festival Romapoesia.

Nato a Milano nel 1970, traduttore e francesista, Michele Zaffarano – che in passato ha pubblicato diversi testi su “Poesia”, “Nuovi argomenti” e in varie antologie – in questo E l’amore fiorirà splendidamente ovunque, titolo protetto da un velo d’ironia, sembra ripercorre i luoghi, o meglio i non luoghi (visto che più di un dove si identifica con un’assenza) di un ormai linguisticamente proibito “discorso amoroso”. Questa progressione narrativa impossibile dall’incontro alla conoscenza alla durata del conoscere sembra ridursi a zero nel testo finale, che permette di azzardare un parallelo con il mazzo di carte per risolvere dilemmi creativi pubblicato nel 1975 da Brian Eno insieme al pittore Peter Schmidt, le “Strategie oblique”: ogni verso un’indicazione, un lancio di dadi, una possibilità.

Da parte sua Gherardo Bortolotti, nato a Brescia nel 1972, in Soluzioni binarie estende, o meglio dire solidifica, la ricerca in atto sul suo blog bgmole, in un teatro orizzontale e diffuso di minime soggettività che compiono gesti – emissioni di senso – nella terra del lavoro, della relazione, degli spostamenti. La ricerca linguistica e sulla linguistica, le dinamiche iper e intratestuali sono da sempre al centro del lavoro di questo autore, che si caratterizza, formalmente, anche per l’inclinazione perdurante, qui e altrove a costituire i suoi testi in sezioni – anatomiche – al confine con la prosa, di volta in volta tra aforisma ed edificazione progressiva, stratificata di paragrafi, di territori testuali in cui, come nei plastici in architettura, resta visibile la struttura del terreno.

Laura Pugno

recensione su “il manifesto”, martedì 17 aprile 2007, p.15

Marina Pizzi, Recensione a “E l’amore fiorirà splendidamente ovunque”

Michele Zaffarano, E l’amore fiorirà splendidamente ovunque,

La camera verde, Roma 2007

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Ogni frammento un dove, in ogni dove un frammento con traccia di sipario un po’ dischiuso ma con resti, solo resti, di evento e non di rappresentazione.

“dove” è l’avverbio ossessivo che titola e prelude ogni pagina di logica gimcana indicativa: è questa la forte sofferenza di questo librino che rende nodini i furti dei secondi vissuti oserei dire con la saggezza di una partitura-partecipazione senza lenimento alcuno.

Dove né musico/a né giallo ma solo asserzione così come la perdita una difesa sempre indifesa, la perdita comunque o il per forza avvenuto-disavvenuto, sogguarda l’anemia il suo proprio valore all’infinito, qui sulla terra in stato di rapina. Un verbo all’infinito ossessivo e, comunque, placato forse placante anche per il lettore più fiducioso. Le stanze dove, i luoghi dove, i verbi dove avvenne qualcosa di già avvenuto che non fu in grado di mutare o solo smussare un bel nulla. E allora? quale consenso può stare al non morire? L’enumerare dei fatti sulle possibilità già fatte, già avvenute. Neanche la bizzarria è atta ad un sorriso al…, sul canone redatto.

Nessun Personaggio citato, incitato, definito o indefinito: mai un femminile, mai un maschile.

“non esiste parola espressiva sufficiente”: solo in questo verso si formatta e si rompe una giara di olio, un (io) sapienziale che coma in sé e senza zavorre di aiuto.

Nel sorriso serissimo del titolo della raccoltina, la sorella minore la Tina=la vita, ha di che impallidire nonostante le siano state dedicate scansioni le più amorose, amorevoli, volgarissime note di uno spartito in tiri di fuochi già spenti in partenza o in arrivo, poco importa.

“le ombre possiedono ancora una vestizione allo sguardo degli altri” ma l’autore dove è: è un altro come la grande letteratura stura: è in grado di sparire dopo aver azionato la leva! Il sisalvichipuò qui sarebbe bestemmia laica, calamita invereconda.

Il distacco di questa talea dà un po’ di vertigine date le coordinate più che esatte: Zaffarano sta alla rena di un cantiere dismesso, appena preparato, guardato, abbandonato perché la comprensione è sopraggiunta anzi tempo, senza consolazione.

“ai falsari del pratico si oppongono disciplinati gli apprendisti”: quale liricità del tema se non la poca polvere che però, prima, fu la carne e soda dei vincenti, di coloro i quali ci tolgono il pugno perché ci tengono in pugno? ma dalla polvere la vita? non di certo una rinascita cappellata, cappellana e balconata! “la relazione speciale che passa attraverso la fenditura/ la perdita come compimento”.

Michele Zaffarano ha arenato il bastimento che trasportava petrolio senza aggiungere inquinamento, anzi è zigomo di quercia ad inciampo contro il boia capitale.

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Marina Pizzi

già in: felixseries.blogspot.com

Dal 2005

Esce ora su gammm un saggio scritto alcuni anni fa e ancora non pubblicato: Dell’opera disfatta (righe, ingenue e iniziali, contro serialità e romanzo-tipo).

Le “righe” non hanno poi avuto seguito. Nel senso che non c’è stato modo di articolare quelle che – così poste – sono solo osservazioni iniziali. Saranno in ogni caso reinserite anche su Slowforward tra qualche tempo. Forse con alcune aggiunte. (Forse no).

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Di tutt’altra natura (o forse troppo coerentemente e felicemente lontana da “serialità” e “narrazione-tipo”) è la google prose che compare ora su zswound: Medium stone (in realtà parte di un testo tripartito che complessivamente porta lo stesso titolo).

 

Marina Pizzi. Una recensione a “Soluzioni binarie”

Gherardo Bortolotti, Soluzioni binarie, Roma, La camera verde, Roma 2007

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Un librino che pare un confetto, eppure di sverso, subbuglio della coscienza piana, al piano. Gherardo Bortolotti, già piuttosto noto in Rete per alcuni siti di forte e tenue impatto stilistico-descrittivo-esistenziale-umoristico, ora ci presenta Soluzioni binarie nella collanina “Felix” di 19 pagine diretta da Marco Giovenale per la cura editoriale di Giovanni Andrea Semerano per i tipi de La camera verde di Roma.

La lettura si dipana agevolissima con linearità di concretissimo dolore assimilabile al giorno per giorno di quasi tutti noi. Il lavoro del cartellino per la postazione si snoda quale faccenda di coercitiva distrazione proprio come la televisione così forte per le visioni spazzate via senza sosta. Indagine sapiente delle relazioni tra poesia e prosa, questa raccoltina timbra l’ascesi del precario tipo, cólto e senza ideali, quale una speranza di macchinetta atta alla pausa caffé con pranzo indotto, tradotto, tradito.

Librino sapienziale per il rasoterra solo apparente ma, in realtà, di contemplazione in era di Grande Rete ed immenso sgomento. Alcune frasi sono palafitte trafitte-infisse dentro un microcosmo memorabile, raro di “digerita” bile: “le sale malinconiche del suo lessico”, “Dall’attesa della morte, ci distraevano le pubblicità delle agenzie di viaggio.”, “Esaurite le occasioni di avere successo, andavamo a dormire.”, “ci guardavamo incerti sulla prossima frase da dire, mentre le condizioni meteorologiche passavano nel simbolico”, “In tangenziale, le prospettive del nostro futuro si infittivano di occasioni da sprecare, rimpianti in potenza e ragionamenti ingenui sullo stato delle cose”. Perfino la mente è slavata-valvolata dal pensiero dell’ultimo acquisto. Esempi di un impiegato (forse ancora un po’ gatto nonostante tutto) presente-assente alla straluna del ligio stare insieme alla postazione da non abbandonare pena la strada senza nemmeno più la cattività della pubblicità: “Superati gli equivoci tra colleghi, kinch finiva la sua giornata”. Di un altrove concreto e possibile nemmeno l’accenno: una tangenziale per obbligo di assenso. Anche il vestirsi in un grande magazzino significa tradirsi per ritrovarsi vestiti senza credenziali di identificazione-assunzione in testa: si rimane e si resta solo “parenti poveri”, lato di cosa in cosa. Qui l’accettazione della quieta alienazione si fa mistica e metafisica del battiscopa da osservare con la coda dell’occhio durante una telefonata di ufficio. Tutto è-al-non-è tranne il BRAND dell’immagine in obbligo da far perpetuare per un’intera vita da grafico di mercato, da “incruento” sacrificio umano.

La casa è la televisione, la giovinezza una canzone in zona canzonatoria, gli amori giovanili un occaso già da quando furono: furono? Poeta del solito-insolito Gherardo Bortolotti sa la lotta del silenzio che può diventarsi/ci silos di cari estinti-stinti segni di rivolta e garbatissima, amarognola denuncia sulla propria pelle qui ad arte resa, finalmente, finemente collettiva. Freddo umorismo di rettilinei per scarti pasquali che premettono, in zona di bolla di sapone e idee più che chiare, cara resistenza cara.

Marina Pizzi

Testo e senso

Leggo su www.italianisticaonline.it e volentieri riporto:

Testo e senso

Dal gennaio 2006 è attivo il sito www.testoesenso.it che ripropone in versione online (HTML e PDF) ad accesso aperto i contenuti di “Testo e senso: rivista di cultura letteraria e multimediale”, diretta da Raul Mordenti (Roma, Università di Tor Vergata).

Creato come derivazione della omonima rivista/collana cartacea (che ha pubblicato cinque fascicoli dal 1998 al 2003), il nuovo sito si inaugura con il numero 7 del 2006 ed è articolato nelle seguenti rubriche/sezioni:

Studi e saggi: saggi su testi o testi a commento di saggi. Testi, in questo spazio, sono, senza normatività preclusive, le opere letterarie, musicali, figurative, audiovisive.

Paragone delle arti: nuovi testi d’arte: poesie, racconti, immagini audiovisive, di quadri, sculture, spartiti e composizioni sonore acustiche ed elettroacustiche. Testi i cui linguaggi forzano strutture sintattiche e grammaticali consolidate per tentare nuove soluzioni espressive.

Libri di famiglia: “LdF.Il Bollettino della ricerca sui Libri di Famiglia in Italia”. Di “LdF” sono usciti in passato sei numeri cartacei (oltre a un numero 0).

Note e recensioni: nuovi ‘testi’ d’arte: poesie, racconti ed altro, ma anche quadri, sculture, immagini d’altro genere, spartiti, composizioni sonore.

Da segnalare quindi la disponibilità del numero 4/5 (2001/02), monografico, dedicato alla memoria di Giuseppe Gigliozzi: G. Gigliozzi: la fondazione dell’informatica applicata al testo letterario (sommario nel sito dell’editore cartaceo).