Archivi categoria: kritik

Caro Marco,

Caro Marco,

sono d’accordo con te. Non con una sola parte del tuo discorso ma in tutto. E allora qual è il problema?

È che sul tema della linguisticità, mi sembra, tu sottolinei con più determinazione un aspetto sociologico, io un aspetto estetico, di valore sostanziale della poesia , della singola poesia, di risultato. E con questo non puoi non essere d’accordo: bisogna avere qualcosa da dire se si scrive, proprio realizzando in quella forma ciò che non sarebbe possibile dire in altro modo. Questa è la famosa necessità della poesia, credo. Così detto, alla grossa, tra noi. Continua a leggere

In dialogo con Biagio

Sostengo e approvo gli editoriali di Biagio Cepollaro. Li ammiro, ancora meglio, per sintesi e spessore. L’ultimo uscito, in “Poesia da fare” n.17, torna – con passione come sempre – sui temi della “linguisticità” della scrittura poetica. Mi sembrano, le sue, posizioni su cui ragionare. Soprattutto vive/viventi. Il corpo della riflessione cambia, cresce, critica il sé degli anni passati, alcuni errori e valutazioni differenti. Quelli di Biagio sono gesti di onestà intellettuale. Poi indirizzati anche all’esterno. Si legano con grande affetto e premura, con attenzione e rigore, alle scritture nuove, agli autori che incontra e accoglie, legge, pubblica, in un’attività editoriale online pressoché unica nell’orizzonte recente. Biagio è in definitiva qualcosa come una formidabile one-man band dell’editoria in rete. Un esempio, va detto.

Questa è l’unica premessa possibile – e dovuta – volendo annotare anche delle riflessioni non in sintonia con quanto scrive. Il riferimento è all’editoriale di cui sopra. Continua a leggere

Appunti pregressi (rapidi)

[ per il 23 novembre ]

:

credo ovvero ho creduto nella struttura a raggiera del lavoro artistico. ossia in una opera-di-opere che fosse non la somma scontata ma la ramificazione incontrollata delle poetiche e delle prassi di un Novecento ormai fatto (da sé) altro da sé. (moltiplicato nelle innumerevoli ipotesi di mappa che il territorio stesso produce, in virtù degli infiniti specchi che ha, che è).

questa opera si chiamerà, spostata come deve essere nel futuro, Delle restrizioni.

è distribuita e organizzata sui piani creati dai vari libri scritti e da scrivere negli anni, dunque la sua superficie complessiva (che, come superficie, non c’è; o ha n dimensioni) sarà visibile nel tempo. (se il tempo crederà che questo itinerario meriti sguardo).

di qui la difficoltà che incontro ogni volta che intervengo o sono chiamato a fare una lettura ‘connotata’, ossia non legata a un’occasione particolare, a un tema, all’uscita di un libro; ma semmai orientata secondo uno degli assi di crescita della raggiera descritta.

nel caso dell’incontro del 23 novembre si tratta dell’asse della “ricerca”. della scrittura di ricerca.

devo allora dire che – come in altre occasioni ho sottolineato – tutta la scrittura, se ha qualità, è di ricerca. nel senso che sposta e riconfigura in modo inedito la rete di variabili e costanti di linguaggio dalle quali aveva pur preso origine. (fa di sé un motore di senso che lascia sospettare più elementi di quelli da cui pure è costituito).

certo, in questa occasione di incontro, presso la Casa della poesia, è opportuno marcare un campo di forme. uno stile, o più stili.

ma se mi si chiede di uscire allo scoperto e – additando le strutture e i componenti della raggiera di Delle restrizioni – esplicitare quale tra questi io intenda ‘promuovere’, non posso che trovarmi a reindicarli tutti, senza dare a nessuno di essi il privilegio (o l’arbitrio) di tenere solo per sé la categoria “ricerca”.

qui espongo appena tre tracce:

– scritture della dissoluzione del tempo, delle relazioni, degli spazi, delle cose. dunque alta presenza di allegorie (specie nella forma delle allegorie cave), di sintassi barocca ma non incontrollata, di accumuli. wunderkammern.

 

– scritture della malattia, dei codici del dolore, e della segregazione-difesa. dunque alta presenza di realtà e apparenze di spazi narrativi, ma senza nessun realismo e nessun “romanzo”. (le poesie di Shelter danno conto di questo lavoro; ma anche quelle di Criterio dei vetri, che uscirà per Oèdipus – e che adesso è leggibile in una selezione su “Poesia” di questo mese).

 

– scrittura della frammentazione e di cut-up, citazione, sovrapposizioni di codici (anche visivi e sonori), random-texts, google/flarf poetry, e altri procedimenti di disintegrazione dei materiali o ipersemplificazione dei messaggi. (ma anche: massicce steli e volumetrie alfabetiche debordanti, cataste di segnali: installazioni).

su queste basi non necessariamente si scrive un‘opera. più facilmente uno sciame di testi che si intrecciano e talvolta si sovrappongono.

arrivo in ogni caso (trafelato) alla lettura del 23 novembre non potendo portare uno o più oggetti testuali che chiariscano una volta per tutte – o anche solo questa volta – che “cosa” intendo per scrittura di ricerca. né che “cosa” è la mia scrittura.

necessariamente, nel contesto dell’opera-di-opere, la scrittura è le scritture, è l’impianto di deviazioni a cui siamo sottoposti, è l’avventura saggistica, a volte (come qui, come altrove), è un flowchart di formazioni – niente affatto tutte deliranti – che chiedono ascolto, ramificandosi come frattali, allo stesso tempo: dunque problematizzando quello stesso ascolto. chiamandone in causa alcuni presupposti. ridiscutendoli

Recensione a “Il Cristo Elettrico”, di L.Voce

copertinaSono forse due le qualità principali de Il Cristo elettrico (NoReply, www.noreply.it, Milano 2006, pp.204), il nuovo romanzo di Lello Voce: rapidità della vicenda e densità del linguaggio. Alternando racconto diretto a stile epistolare, Voce scansiona e squaderna gli spostamenti ed episodi o meglio le disavventure del tossico Enrico tra “libertà” minacciata e oscillante, e carcerazione praticamente definitiva. Tutti i più accorti e rabelaisiani meccanismi di una tradizione di avanguardia sono messi in campo da Voce per impedire al lettore di trasformarsi in spettatore distratto. È in gioco insomma la stessa ricchezza della scrittura poetica – per quanto qui in piena prosa narrativa – di differente spessore rispetto al cinema di consumo e rispetto alla pallida romanzeria di svago che affanna gli scaffali delle librerie. La storia è lineare e buia. La sola luce è quella beffarda dell’improbabile Cristo elettrico blu-rosso che dà il titolo al libro, fissato in cima al campanile di una città/”civiltà” di abiezione totale e di figure grottescamente sadiche, sempre vulnerabili (e immancabilmente ferite). Continua a leggere

‘sofia, di L.L.Tostevin

Lola Lemire Tostevin è autrice canadese nata da genitori francofoni a Timmins, piccola città mineraria in Ontario; vive da anni a Toronto. Inizialmente autrice bilingue, ha poi quasi del tutto optato per l’inglese, sempre però immaginando i due sistemi di segni in dialogo, e così le culture.

L’epigrafe che ha scelto per introdurre il suo libro di versi ’sofia (testo a fronte; traduzione e cura di A.Goldoni, edizioni Empiria) viene da Hilda Doolittle: “lei ha un libro in mano / ma non è il tomo / dell’antica sapienza”. Ironia e coscienza prendono campo così fin dall’inizio, in una dichiarazione affidata a un gesto (un libro in mano) intrinsecamente antiautoritario (non contiene sapienza), in cui si sposano conoscenza e privazione. Lo dice una delle prime poesie, dove compare l’immagina di una “donna / che è cieca perché ha gli occhi colmi di vista”. Ma se in lei il carattere di una scrittura femminile non è vincolo o destino, è certo un segno fortemente connotante – che dà forma alla pagina. Continua a leggere

Il libro “L’esperienza-divenire delle arti”

L’esperienza-divenire delle arti_2005Esce il volume L’esperienza-divenire delle arti, che documenta il lavoro fatto in collaborazione tra RomaPoesia (Poesia ultima, Auditorium di Roma, 21-22 ottobre 2005) e la Fondazione Baruchello (L’esperienza-divenire delle arti, F.B., 23 ottobre 2005) . Il testo è curato da Carla Subrizi, Marco Giovenale, Ilaria Gianni e Francesco Ventrella.

Testi, opere e interventi di: Gianfranco Baruchello, Elisa Biagini, Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Mario Desiati, Esse Zeta Atona, Florinda Fusco, Giovanna Frene, Massimo Gezzi, Andrea Inglese, Fabrizio Lombardo, Andrea Ponso, Laura Pugno, Christian Raimo, Andrea Raos, Lidia Riviello, Massimo Sannelli, Luigi Severi, sparajurij, Sara Ventroni, Michele Zaffarano, Emilio Fantin, Tania Carson, Annalisa Cattani, Carla Cruz, Gianluca Codeghini, Antonello Faretta, Stefania Galegati, goldiechiari, Massimo Grimaldi, Silvia Iorio, Domenico Mangano, Marzia Migliora, Sandrine Nicoletta, Stefano Pasquini, Riccardo Previdi, Guendalina Salini, Marinella Senatore, Valerie Tevere, Marta Valenti + Chloé Barreau, Italo Zuffi, Tommaso Ottonieri, e dei curatori. Schede su “NERO magazine”, UnDo.net, Poesia Italiana on line (Biagio Cepollaro), “Sud” (Francesco Forlani), Collana Liquid – edizioni Oèdipus (Luigi Pingitore).

Dal risvolto di copertina: “Questa pubblicazione documenta gli eventi realizzati dalla Fondazione Baruchello nell’ottobre 2005, nell’ambito della collaborazione con il festival RomaPoesia 2005, oramai avviata da tre anni. Proiezioni-video (la rassegna Il video dopo il video, al FilmStudio 2, 19 ottobre 2005), interventi poetici, mostra e tavola rotonda (la giornata L’esperienza-divenire delle arti. Generazione 1968-1978, presso la Fondazione, 23 ottobre 2005), hanno permesso di osservare quanto sta avvenendo nelle arti e nella poesia di ricerca più recenti. Circa venti artisti e altrettanti poeti, sono stati invitati a presentare propri lavori ma anche per aprire un confronto sulle questioni emergenti della ricerca. Accanto ad essi, altri artisti, critici, poeti, scrittori, riviste e editoria cartacea e multimediale, sono intervenuti per allargare il confronto con altri punti di vista, esperienze e prospettive. Con questa premessa, la Fondazione Baruchello ha cercato di osservare esperienze, ipotesi, questioni nodali dalle quali si delinea una mappa, aperta e varia, dell’arte e della poesia contemporanee: la sperimentazione, il rapporto arte/vita/quotidianità, la performatività o azione della parola e dell’immagine, la ricerca di nuove forme di relazione e dialogo, l’uso della tecnica e la transdisciplinarità,
l’intreccio di storia personale, autobiografia, racconto di sé, l’inquietudine e l’impegno di entrare in relazione con altri, l’ironia e l’affrancamento da premesse ideologiche o teoriche precostituite, il rapporto/confronto con il passato, le contraddizioni, le coincidenze, il dubbio come radici di nuove forme di pensiero e produzione. Questi aspetti, presenti nel fare artistico più recente, sono i segni o sintomi di un divenire delle arti, work in progress”.

*

Informazioni e richieste:

info [at] fondazionebaruchello [dot] com

primi appunti per “progettare l’opera plurale”

[ Qui di séguito la mail/bozza di appunti che ho inviato come primissimo contributo all’incontro Progettare l’opera plurale, Fondazione Baruchello, Roma, 29 ottobre 2006 ]

Credo che la questione dell’interdisciplinarità e dell’opera plurale possa essere affrontata sia partendo dalle domande proposte dalla scheda della Fondazione, sia impostando ulteriori questioni. Dal mio punto di vista, ecco allora due contributi: Continua a leggere

Le città di Burroughs

Burroughs di fatto è tutto da studiare, sondare, ‘rubare’. La sua azione meticolosa di sabotaggio di ogni struttura lineare, di ogni trama, non prescinde né dalla linearità in sé né dalla presenza (dal fantasma della presenza) della trama.

Un libro come Le città della notte rossa è da leggere – come tutti gli altri suoi – anche in piena anarchia e senza preoccupazioni di ‘sequenzialità’ / continuità nella scansione, nel percorso.

È una delle ragioni della sua grandezza: è autore praticamente classico che non chiede le spaventose distese di tempo (veri marmi irrealizzabili nella vita) che altri classici impongono alla progressione dell’atto del leggere. Burroughs ha pre/visto (e felicemente contribuito a determinare) il processo di indefinizione e dissipazione – nelle strutture della narrazione – che gli anni del secondo Novecento hanno portato.

Questioni e generazioni: alcuni autori nati negli anni 1968-77

1. Corpo, gelo, tempo, oggetti

Il secondo termine del titolo scelto per questa piccola rassegna di voci poetiche, ossia il termine indistinto e plurale “generazioni”, riceve da tempo e da più parti critiche severe. Sono giustificate, a parere di chi scrive. Si parlerà qui di una generazione, meglio: quella dei nati nel decennio chiuso tra il 1968 e il 1977. Per due motivi: in primo luogo, perché alcune delle voci che ad essa appartengono, pur lette e studiate, meritano ulteriore approfondimento, attenzione e riscontro critico. E in secondo luogo perché può esser bene che il riscontro si svolga – da parte dei critici che vorranno accogliere le proposte di lettura – intorno ad alcune questioni precise e ricorrenti che i nati in quell’arco di tempo sembrano porre senza mezzi termini ai lettori. Continua a leggere

Da una mail a G* per “Superficie della battaglia” [giu.2006]

caro G***,

la sequenza di poesie Superficie della battaglia viene in qualche modo da un film, in verità. Nel senso che è nata mentre vedevo (o specchiavo in un modo strano, mentalmente) il film. Lo sognavo guardandolo: ne producevo varianti verbali, poi cose totalmente altre. Decisamente le poesie prescindono dalle scene, deviano – in fine. Semmai (me ne sono reso conto mesi dopo) si legano naturalmente a battaglie con avversari reali, non letterari, e con ammassi di oggetti, nevrosi non mie, trasloco, accumulo, dissoluzione; con l’ossessione di esaustione e con l’ossessione di dissipazione che in fondo fanno da radici a tante delle cose che càpita di pensare, fare, ‘vedere’ (ri-produrre: in immagini).

Kafka è il Classico tra i classici. Forse il solo autore moderno che si possa mettere in dialogo con i greci, con Cervantes. Le sue serpentine nel buio sono fuga e prigione (lo shelter, insomma). Una cosa molto ‘ebraica’, anche. (Il ghetto). Avverto questa cosa. Come nella traccia di Derrida/Adorno in http://slowforward.wordpress.com/2014/01/27/dal-2004/ (link precedente: http://www.slow-forward.splinder.com/1098026070#3173418).

La struttura del titolo “Superficie della battaglia” ha colpito anche me, qualche giorno fa, riflettendo proprio sul libro di Sartori; anche se è una prossimità non cercata né pensata […].

L’immagine di copertina è foto (elaborata) di un’installazione assurda che svetta su tutto il disastro delle masserizie, delle stanze. Sta per finire, tra l’altro: il giorno *** è la data ultima decisa per lasciare la casa. Quella sera mio padre non dormirà lì, […].

Finisce una vicenda iniziata nel 1967, circa. Sono quasi quarant’anni. Non è facile per me; immagino per lui. (Ma lui non ha fatto altro che seguire un suo piano meticoloso di disfacimento delle cose attraverso il loro accatastarsi. Me ne rendo conto e so anche che non posso aiutarlo; soltanto limitare i danni concreti che questa prassi ha portato nel tempo …).

Perdona tutte queste parole. Ma è che mi rendo conto che questa Superficie, prima e più ancora delle cose scritte prima del trasloco, dello scasamento, codifica qualche verità che non mi aspettavo.

_