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New (no) business model for LRL e-editions

From CJ Martin :

The editors of LRL e-editions are thrilled to announce the launch of SIX new books! This time around, we’re changing things up a bit:

In the past, we’ve only ever charged $2-3 over cost for our print-on-demand books. We’re now ready to commit to making exactly $0 from this series: FROM NOW ON, ALL PROFITS FROM THE SALE OF PRINT-ON-DEMAND BOOKS IN THIS SERIES WILL BE DONATED TO A DIFFERENT SMALL PRESS EACH YEAR. First up: Chax Press. So, any purchase of a print-on-demand title from this series during 2011-2012 will have the added benefit of helping to support the efforts of Chax!

Over the next few weeks, we’ll launch one or two titles at a time, beginning with a book-length review of Michael Cross’s Haecceities (Cuneiform, 2010), which is now available for download/purchase.

Please stay tuned for new books from David Brazil, Sarah Mangold, Hugo García Manríquez, and Pattie McCarthy–as well as one monumental reprint from Beverly Dahlen!


Find out more on our newly redesigned e-editions site:
www.littleredleaves.com/ebooks/

ieri in piazza

ieri sono sceso in piazza (NON con tq, ma) con FC, MZ, LN, RF, CB, DI, ML, e altri amici.

non – quindi – con sigle o generazioni ma con persone. purtroppo poi le cose sono andate come sono andate, e come Repubblica o altri siti (logicamente incazzati) dicono. ma questa è un’altra storia ancora.

il corteo era (sarebbe stato) comunque importante, imponente: altro che 150mila partecipanti (previsti). quello è un numero ridicolo rispetto alla realtà dell’insofferenza di questo paese verso la scacchiera truccata del governo, e rispetto a chi veramente ieri manifestava.

precisando [replica]

da un post del 2010
[http://slowforward.wordpress.com/2010/09/04/precisando]

precisando quanto scritto qui, aggiungo:

il “sistema generale” in cui tutti paiono dialogare o discutere è quello per cui

lettori = pubblico

e dunque +lettori = +pubblico

di pubblico si parla in un contesto (quasi esclusivamente) spettacolare. o divenuto molto fortemente spettacolare. questo contesto è o è stato vincente tra gli anni ’50 e oggi. dominante.

la carta stampata (giornali, riviste, libri), la “pubblicazione” in forma di pubblicità, il cinema e la televisione sono tutt’ora vincenti.

e dunque la riflessione di Andrea in questo post – e i suoi più che ragionevoli timori sul rischio di lasciare al nemico un terreno simile (il terreno dominante, il contesto dello spettacolo) – valgono in un ambito in cui è il pubblico-massa a dominare (=essere dominato), fare opinione (=farsene vendere o regalare una), decidere, farsi influenzare, votare, mandare i figli in una scuola o in un’altra, far dire le cose ai “comunicatori di massa”, insistere perché parlino e straparlino, votarli, farsi dare indicazioni da loro, far dare dritte e interi flowchart di istruzioni (o riferirle, trasmetterle) ai propri figli, eccetera.

ma. una prospettiva anarchica non irrealizzabile e già effettiva in mezzo pianeta spezza di fatto il panorama della massa e massificazione – e dello spettacolo – in schegge differenti. divergenti. concretamente altra cosa.

un numero molto alto di persone (a mio avviso milioni) fonda o forma o attraversa microcomunità. si può parlare di reti ed eterotopie, di web come di comunità rurali e cittadine singole, di insiemi eterogenei di gruppi non riassorbiti dal sistema spettacolare, ma non soltanto di questi. non solo casolari sperduti in campagna, da cui guardare l’orizzonte con lo schioppo carico.

se sempre più si parla e non si ciarla di agricoltura biologica, tentativi di comunità effettive (laboratori ne sono stati i centri sociali, ma non esistono solo quelli), comunità di artisti fuori dagli schemi (penso a Jim Leftwich e al suo Roanoke Collab Festival, in Virginia, o a Dirk Vekemans e al suo Klebnikov Carnaval, in Belgio) non si parla di puntini isolati sulla mappa del mondo. (adesso mi viene in mente anche John Bennett, e il suo lavoro ultradecennale per la Ohio State University, esemplare).

bon. la Camera verde, a Roma, ha diverse migliaia di frequentatori. e si vedrà meglio, questo, l’11 settembre a Tuscania.

se il sistema della comunicazione va sganciandosi dal generalissimo generalismo che abbiamo conosciuto e che (non nego) qui da noi ancora domina, non è soltanto per via di azioni di disturbo interne al sistema. anche se non intendo in nessun modo negare che anche quelle siano necessarie, e portino effetti (e siano ‘esempi’, anche). ok.

ma. dire il sistema sta cambiando, o meglio metamorfosando, non significa ingenuamente stornellare un derivato tardivo “the times they are a changin”. semmai vuol dire guardarsi intorno e vedere e riconoscere che di microcomunità, di persone che nemmeno hanno il televisore in casa, che vivono quasi tutta la loro esistenza fuori dai confini di una normalità, è pieno il pianeta, e di gente fuori dalle regole del mercato spettacolare fortunatamente è tessuta non solo una nicchia analogica e low-fi, ma tante situazioni tecnologicamente agguerrite, e presenti e attive nel tessuto sociale reale. (che non è quello rappresentato dai quotidiani, di sinistra o meno).

se quotidiani e accademia e regesti patinati non si occupano o non si occuperanno mai di wooster collective (attenzione: parlo di murales, di artisti, qui: non letteratura), o di sten, che non linko, sarà un problema di quotidiani e accademia e regesti, non delle migliaia e migliaia di persone che vivono nelle microcomunità, che poi “micro” non sono affatto.

vorrei che fosse più forte e costante l’attenzione verso queste esperienze. verso luoghi non dominati, e proprio anzi fuori campo. perché non sono dominati dallo spettacolo, ma “hanno campo”: il cellulare prende. c’è connessione. e anzi: proprio perché c’è connessione raccolgono consensi, persone, uniscono, fabbricano cose.