nuovo file mp3: dopo alcuni minuti ‘introduttivi’, inizia l’intervista del 12 ottobre
a RadioAlma, su Storia dei minuti e su Shelter,
qui:
http://brussellando.blogspot.com/2010/10/brussellando-del-12-ottobre-2010.html
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Caro Stefano, questa lettera mia in forma di risposta o risposta in forma di lettera può avviare anzi proseguire il dialogo sulla tua recensione a Prosa in prosa, con la premessa che quanto qui scrivo non toccherà tutti i punti che suggerisci nella successiva annotazione che hai dedicato alla mia replica e di nuovo al libro (annotazione di cui ti ringrazio).
Un tema che mi sembra cruciale riguarda una affermazione, che giustamente tu critichi, che vorrebbe o vuole che l’opera dei padri vada conosciuta per “giustificare” i figli. (Anche se direi non padri ma fratelli, forse. Ma, più in generale, ecco:)
Non era forse questo il senso dell’exortatio a cui mi ero spinto nel replicare alla tua recensione. Certo l’exortatio non voleva/vuole pretendere – come forse sovrainterpretando scrivi – “dal lettore di conoscere l’opera dei padri per giustificare i figli”. Semmai rispondeva allo speculare suggerimento rintracciabile nella tua recensione, dove solleciti “una maggiore chiarezza critica verso la tradizione italiana (dai Vociani a Campana, da Pavese a Savinio, da Zanzotto a Rosselli, da Villa a Spatola, da Pizzuto a Manganelli, per non dire dei Novissimi, dei Gruppi ’63 e ’70, e dei poeti di ‘Anterem’), così da rintracciare una linea autorevole legata anche alla nostra storia novecentesca e alla storia della nostra lingua”.
Stava e sta piuttosto, dunque, il senso della esortazione fatta, nella volontà di un effettivo reale confronto con quel ‘dopo-il-paradigma’ di cui ho tracciato insufficienti ma comunque forse rilavorabili e non inutili linee qui, ossia prima sul “verri” entro i margini di una sorta di dossier su Prosa in prosa, e poi su Nazione indiana lievissimamente variando e abbondantissimamente (nel thread, nei commenti) chiosando.
Cosa resta di quella discussione? Forse – ipotizzo – Continua a leggere
Recensione a:
Ottavio Fatica, Le omissioni, Einaudi, Torino 2009, pp. 90, euro 10.
Attraverso la raccolta di poesie Le omissioni, di Ottavio Fatica, uscita presso Einaudi nel 2009, una annotazione ampia potrebbe avviarsi, venir accennata, e contrario, in riferimento a un’area che appunto dallo stile di Fatica appare decisamente, recisamente lontana: la scrittura di ricerca. Sarà indagine da tentare, altrove; qui un inizio di riflessione dà già modo di precisare i contorni de Le omissioni.
Un calembour, in avvio, soccorre, a chiaroscurare i distinguo: nel caso di Fatica, è in gioco una linea non di ricerca, semmai ricercata. (Sottraendo interamente al termine l’accezione negativa, di artificiosità). Come per il distante ambito sperimentale, per Fatica si deve parlare di un lavoro testuale che chiede al lettore di andare verso il libro; lavoro che cioè non dà d’impatto e in pieno a chi legge un percorso – preformato, orientato – che non implichi azione. È certo in gioco un lessico e stile che (come quello e diversamente da quello sperimentale) non può allora piacere ai pigri.
Ma se nel caso di alcune vie della sperimentazione è richiesta a chi legge un’apertura di credito nei riguardi di lessici destrutturati, latenze, neoformazioni, zero rime o parossismo di suoni, nel differente-affine caso della scrittura ricercata ci si trova di fronte a uno stile che spinge il lettore all’incontro sul territorio dell’apparentemente già noto. Fatica punta verso (e imperativamente chiede) l’assenso a Continua a leggere
(scritta da Stefano Guglielmin per «Le voci della luna», n.47, 2010, p.47,
poi in http://golfedombre.blogspot.com/2010/09/prosa-in-prosa.html)
Seleziono alcuni estratti dalla recensione che Stefano ha dedicato – e lo ringazio – a Prosa in prosa (Le Lettere, 2009):
(1) «Ciò che mi convince di meno è l’impoverimento programmatico della lingua, il suo appiattimento alla forma di comunicazione ordinaria»
(2) «appiattisce la parole sulla langue»
(3) [Prosa in prosa nutre la] «persuasione che il genere lirico abbia esaurito le proprie possibilità espressive»
(4) [Quelle dei sei autori sono] «poetiche conciliabili soltanto nella cornice, in un orizzonte pre-testuale di tradizione semiotico-strutturalista e di militanza avanguardistica»
(5) «credo sarebbe utile al dibattito una maggiore chiarezza critica verso la tradizione antisimbolista italiana (da Zanzotto a Rosselli, da Villa a Spatola, da Pizzuto a Manganelli, per non dire dei Novissimi, dei Gruppi ’63 e ’70, e dei poeti di Anterem)»
E propongo alcune contro-osservazioni:
(1) + (2)
Queste intenzionali “bidimensionalità”, in certi aspetti linguistici, a mio avviso, sono Continua a leggere
Non è mia intenzione replicare al fantasioso articolo comparso sul sito Poesia2punto0 parlando a mia volta di Neoavanguardia. O ri-riparlandone.Cosa sia stata e cosa abbia rappresentato questa per il contesto letterario italiano e non solo, lo sa chi si avventuri – con scrupolo e serenità – anche soltanto nell’ultimo volume di un buon manuale di storia letteraria per i licei e l’università.Detto con un tot (abbondante) di ancora e ancora re-reiterata distanza sia storica sia personale (mia) dall’animosità che divideva Verri e Officina:
se Sanguineti (ma, extra-63, Zanzotto) si immerge negli anni Cinquanta del Novecento nell’Informale, e Pasolini in pur splendide terzine in endecasillabi, tale differenza avrebbe dovuto pur dire qualcosa all’Italia di quegli anni. (Non le disse molto, perché l’Italia è specialissimo luogo, e infatti vediamo in che scaffali di poesia siano spesso caduti taluni lettori nei decenni successivi).
Ma bon, questo all’articolista cale poco. Gli preme altro.
A lui evidentemente Continua a leggere
L’estensore dell’articolo in tema di avanguardie e di gammm.org, uscito su Poesia2punto0 il 20 ottobre, incorre un’ennesima volta in imprecisioni o ribaltamenti, su diversi fronti. A tali errori sono state date risposte e suggerite correzioni varie volte, inutilmente. Ad esempio nella discussione leggibile qui, quattro anni fa: http://www.nazioneindiana.com/2006/11/19/attenzione-poeti-il-23-a-milano.
Imprecisioni e misletture riguardano anche o soprattutto la descrizione del tipo di lavoro svolto (o meglio lavori) tanto dai redattori di gammm in quanto autori – dei quali si possono leggere testi in Prosa in prosa, èdito nel 2009 da Le Lettere – quanto dagli autori stranieri e italiani ospitati dal SITO (non “gruppo”, definizione forzata) gammm.
Anche una lettura superficiale dei materiali proposti da gammm in quattro anni di attività (per una visione d’insieme: http://gammm.org/index.php/index) smentisce frontalmente l’articolista, in particolare in tema di “metalinguismo” o “autoreferenzialità”, come in tema di filiazione univoca rigida & fedelissima dalla Neoavanguardia (su cui cfr. in particolare il dossier dedicato a Prosa in prosa proprio dal “verri” ultimo uscito, n.43, giugno 2010).
Un rovesciamento netto è poi operato nell’articolo su Poesia2punto0 lì dove si scrive che sia nella Neoavanguardia sia in gammm (inteso come monolito, evidentemente) “il grado di intenzionalità dell’autore e l’attività cognitiva del lettore sono artificialmente mantenuti prossimi allo zero”. Avviene esattamente l’opposto, come più volte esplicitato, ad esempio proprio a proposito di sought poetry e proprio su Poesia2punto0.
(En passant – e decisamente in tema – uno degli interventi ‘di formazione’, per chi scrive, fu quello sulla “in-leggibilità” dell’opera, e sulla conseguente attività ermeneutica del lettore, a firma di Giuliano Gramigna, comparso nel primo numero della rivista “Testuale”, nel 1984. È stato assai opportunamente riletto in occasione di una presentazione della rivista a Roma, recentemente, da Gio Ferri).
*
Alle inesattezze o letture parziali o errate nell’articolo su Poesia2punto0 (alle quali in buona parte si rispondeva già quattro anni fa nel thread di Nazione indiana citato) si replicherà più esaustivamente e puntualmente in Slowforward, in un prossimo intervento, oggi stesso.
L’estensore dell’articolo in tema di avanguardie e di gammm.org, uscito su Poesia2punto0 il 20 ottobre, incorre un’ennesima volta in imprecisioni o ribaltamenti, su diversi fronti. A tali errori sono state date risposte e suggerite correzioni varie volte, inutilmente. Ad esempio nella discussione leggibile qui, quattro anni fa: http://www.nazioneindiana.com/2006/11/19/attenzione-poeti-il-23-a-milano.
Imprecisioni e misletture riguardano anche o soprattutto la descrizione del tipo di lavoro svolto (o meglio lavori) tanto dai redattori di gammm in quanto autori – dei quali si possono leggere testi in Prosa in prosa, èdito nel 2009 da Le Lettere – quanto dagli autori stranieri e italiani ospitati dal SITO (non “gruppo”, definizione forzata) gammm.
Anche una lettura superficiale dei materiali proposti da gammm in quattro anni di attività (per una visione d’insieme: http://gammm.org/index.php/index) smentisce frontalmente l’articolista, in particolare in tema di “metalinguismo” o “autoreferenzialità”, come in tema di filiazione univoca rigida & fedelissima dalla Neoavanguardia (su cui cfr. in particolare il dossier dedicato a Prosa in prosa proprio dal “verri” ultimo uscito, n.43, giugno 2010).
Un rovesciamento netto è poi operato nell’articolo su Poesia2punto0 lì dove si scrive che sia nella Neoavanguardia sia in gammm (inteso come monolito, evidentemente) “il grado di intenzionalità dell’autore e l’attività cognitiva del lettore sono artificialmente mantenuti prossimi allo zero”. Avviene esattamente l’opposto, come più volte esplicitato, ad esempio proprio a proposito di sought poetry e proprio su Poesia2punto0.
(En passant – e decisamente in tema – uno degli interventi ‘di formazione’, per chi scrive, fu quello sulla “in-leggibilità” dell’opera, e sulla conseguente attività ermeneutica del lettore, a firma di Giuliano Gramigna, comparso nel primo numero della rivista “Testuale”, nel 1984. È stato assai opportunamente riletto in occasione di una presentazione della rivista a Roma, recentemente, da Gio Ferri).
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Alle inesattezze o letture parziali o errate nell’articolo su Poesia2punto0 (alle quali in buona parte si rispondeva già quattro anni fa nel thread di Nazione indiana citato) si replicherà più esaustivamente e puntualmente in Slowforward, in un prossimo intervento, oggi stesso.
Micropremessa
Quanto di séguito si schematizza e si afferma vale come primo resoconto e presa d’atto – report osservativo – di una determinata area di scrittura contemporanea. In più, il perimetro così delineato non è privo di interruzioni, falle, faglie, porosità, cedimenti. Come ogni neoformazione, tutto sommato. In aggiunta, chi qui scrive non inscrive l’intera sua identità di autore nella detta area. Alcuni suoi testi le appartengono in pieno, altri in parte, altri per niente.
Quando si parla di cambio di paradigma, in riferimento alla scrittura o ad alcune scritture di ricerca degli ultimi decenni e segnatamente a quelle degli ultimi quindici-venti anni, specie in Francia e Stati Uniti e perfino in Italia, può essere sensato annotare e rammentare che :
– Perdita o attenuazione di assertività del testo. (Perdita del momento/postura “io autore [ti] sto dicendo che”).
L’autore non afferma (da posizione elevata o meno), non stabilisce i parametri assertivi del materiale che pure produce; non fabbrica quel modello eroicamente ultrasemantico che spetterebbe al critico deuteragonista notomizzare.
Sembra piuttosto – da scrivente sopraffatto quanto stoico – agganciarsi a (e aggirarsi in) un mondo che straparla sovrascrive sovraproduce prima di lui, da cui è aggredito e che a sua volta aggredisce. Sembra in più riportare, riferire, inserire nel testo gli elementi di una sua sfiducia o dubbio di fondo nei confronti del proprio garantire autoriale [soggettivo, da proiettile inenzionato, intenzionante] uno spessore veritativo-esemplare al detto.
– Ombra
Ci sono delle ombre nel testo, opacità che non valgono certo come impressionismi né dispositivi kitsch alonanti. L’autore postparadigmatico (!), di suo già rovinosamente astigmatico, è troppo lavativo anche per cliccare sul pigro pulsante “blur” della sua macchina digitale. C’è, semmai, del non detto in gioco. C’è del silenzio. (Non dell’ineffabile, o inafferrabile; semmai un tot/Toth di indeterminato/-abile).
Il lettore, invece, lui, da interprete, deve (sapere, volere) ‘unire i puntini’, fare il disegno che manca, spolverare via una parte di ombra. Il testo nutre una sua probabilmente non illogica illusione circa gli scatti ermeneutici del ‘fruitore’. È il lettore a dover zoomare.
– Emersione di un meccanismo come il googlism, …
…assai più vicino al momento aleatorio dadaista (ma meglio ancora a Burroughs, se proprio si deve trovare un riferimento puntuale) che alle accensioni delle avanguardie successive. Eppure anche l’objet trouvé dadaista non è affatto calzante. Si parla infatti [K.S.Mohammad] di testi non “trovati” bensì “cercati”: non “found” ma “sought”:
cfr. http://gammm.files.wordpress.com/2007/02/mohammad_soughtebook.pdf
– Dal googlism a flarf il passo è – felicemente – breve
(…e non verrà spiegato qui)
– Scrittura procedurale.
Dal cut-up al googlism: scrittura vincolata, istituzione di regole, scrittura concettuale [Goldsmith], installazione, elencazione, testo-oggetto, unione di arbitrio e vincolo.
Griglia procedurale (fissa) piuttosto che dispersione/diffusione o distruzione delle forme. La procedura sostituisce le forme. Le istruzioni e gli elementi neutri annullano l’ego in vari modi, per altro. E, insieme, annullano il quantum di “garanzia” di “arte” (o “senso”) che l’ego del dichter volentieri emette a sigillo dell’opera.
Non è forse del tutto casuale che talvolta a proposito di googlism si parli di “google-sculpting”: unendo dunque l’idea di “sought poem” a quella di installazione/scultura (entrambi i termini pietrificando o eludendo, inoltre, il soggetto). (Ma: come non è centrale il soggetto in queste scritture, è del pari fuori centro o in ogni caso non primaria una questione del soggetto, che da materia di “poetica” slitta verso uno statuto differente: di strategia operativa interna al testo).
– Scrittura anche esente e assente da spettacolo
Letture che non prevedono l’autore, testi legati a installazioni (appunto), perfino a una qualche fissità espositiva implosa, introversa; addizione di materiali non testuali al testo, dislocazione del testo in pratiche semiotiche non lineari e infine anche non testuali, reading in cui l’autore non compare, dove può comparire una macchina che legge al posto suo, o proietta la pagina; o in cui la lettura consiste in blocchi verbali così uniformi ed eccedenti da non prevedere che l’autore – anche presente – li legga tutti; né che il lettore faccia altro che ‘scorrere’ le sequenze.
Tutte le – possibili – prassi elencate rovesciano all’esterno della pagina quelle che del resto sono virtù potenziali delle nuove testualità entro i confini del foglio: il loro naturale e si direbbe genetico – ancorché non necessitato – ibridarsi con le arti, o meglio con più campi semiotici anche non frontalmente “artistici”.
“Installazione” – in queste aree – tende a prevalere su “performance”. Il testo non viene – o non viene necessariamente – performato, sottolineato, convocato nell’agorà, esibito; è semmai – al più – posto, orientato (spazialmente, verbalmente o meno), eseguito; non chiede poeta-dicitore “dittante”; a volte non necessita nemmeno di un lettore particolarmente coinvolto, non vuole uno spettatore necessariamente-fittamente preso, convocato; anche considerando che, spesso, si ha in campo del materiale linguistico che non è pensato per una “lettura” lineare seriale ma per una “visione” anche superficiale e “a blocchi” [Leftwich, Kervinen, Ganick, Novarina], o per una scorsa o scansione e osservazione e considerazione distratta, che salta, ecc.: cfr. i materiali nel blog http://hotelstendhal.blogsome.com
– Gradazioni di dissolvimento dell’autore=lettore in quanto dichter dalla SCENA
…piuttosto che sua esposizione/esibizione (specie spettacolare). (Questa identità è addirittura uno dei punti di fondazione del sito e ensemble di autori http://gammm.org fin dalla sua nascita nel 2006).
– Scrittura asciugata dai marcatori del ‘poetico’ (ma anche del ‘testuale’).
Opere in cui il gioco [bibelot, direbbe Ch. Hanna] sillabico, rimico, ‘culturale’, etimologico, connotativo, non è la prima mira, il primo scopo. Può esserci ma sottotraccia, volentieri ininfluente, decisamente non esibito. Si gode se non c’è? Non per forza. Eventualmente.
E si aggiunga: meglio testi senza metafore. (In Francia si parla di “littéralité” / letteralismo).
Infine: testi in cui il tasso di riconoscibilità, di ‘autosegnalazione’ in quanto poesia, tende allo zero o è assolutamente zero.
– Scrittura senza soggetto (grammaticale).
(Ripresa dei pidocchi pronominali – specie di prima persona – quasi soltanto in funzione ironica, o esclusivamente in funzione ironica. O dove funzionali a una citazione, a un racconto altrui, ecc. Oppure: spostamento del narrato su un piano di falso resoconto, falso diario; o veridico, ma a temperatura bassissima). (Infine, e anche: loose writing). (Su questo si avrà modo di tornare).
– Sequenza ed elenco piuttosto che narrazione…
…e piuttosto che lirica; e piuttosto che struttura (sia versale, poematica, o ragionativa, o appunto narrativa).
– Ironia.
(l’ironia non è sempre spiegabile e percettibile in assenza di corpo, in assenza di tratti soprasegmentali).
– Scherzo, gioco, déréglement della misura, del bon ton poetico (autoriale).
(Senza che questo comporti espressionismo. Spesso è vero il contrario).
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[testo uscito su “il verri” n. 43, giugno 2010, poi in Nazione indiana pochi giorni fa
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la rivista gratuita Metromorfosi è in distribuzione in tutta Roma.
sul numero 37, di questo mese di ottobre, si possono leggere quattro poesie da Shelter.
per sapere dove trovare Metromorfosi, clic qui.
il pdf della rivista è comunque liberamente scaricabile dal sito o sfogliabile su issuu.
la pagina dei testi è riprodotta in jpg qui in calce.
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