Archivi categoria: testi di mg online:

notilla interrotta (interrata)

Non so come si possa parlare di lirica o non lirica, o di poesia in prosa, o di qualità poetica della prosa, se si sta leggendo Tao Lin, o Jeff Derksen, K. S. Mohammad, …

Vorrei che un lettore prendesse Christophe Fiat (per esempio Une aventure de Batman à Gotham City) e mi dicesse dove sta non la lirica ma la “questione” della lirica, o altro ancora.

Non riesco a capire come fa a venire in mente la poesia in prosa, o un qualche discorso di metrica, o anche di narrazione o linearità e perfino di “frammentismo”, a uno che legge Espitallier.

Forse però si legge altro, in giro. Del resto…

notilla interrotta (interrata)

Non so come si possa parlare di lirica o non lirica, o di poesia in prosa, o di qualità poetica della prosa, se si sta leggendo Tao Lin, o Jeff Derksen, K. S. Mohammad, …

Vorrei che un lettore prendesse Christophe Fiat (per esempio Une aventure de Batman à Gotham City) e mi dicesse dove sta non la lirica ma la “questione” della lirica, o altro ancora.

Non riesco a capire come fa a venire in mente la poesia in prosa, o un qualche discorso di metrica, o anche di narrazione o linearità e perfino di “frammentismo”, a uno che legge Espitallier.

Forse però si legge altro, in giro. Del resto…

1.0 / 2.0 / …

Alcuni materiali recenti e thread in rete mi hanno convinto che niente come il meccanismo post/commento (o, per chi le frequenta, le chat o discussioni fuori o dentro facebook) sollecita eccita incita una radicale insoddisfazione del desiderio (di dialettica, dialogo, comprensione di una questione — quale che sia).

Eccitare il desiderio è 1.0, eccitare l’insoddisfazione del medesimo è 2.0.

Ed è il volano del loop, dell’interminabile hula-loop forse neohegeliano in cui si cade. Non so come se ne esca, se non con un’opzione zero-punto-zero che consiste nell’assentarsi — in parte o in tutto e salutariamente o spesso — dai nodi della tela o da alcuni di essi.

(poscritto:
l’eccitazione dell’insoddisfazione è l’anima del mercato)

 

 

 

sul “Tiresia”


Il mio intervento sul Tiresia di Giuliano Mesa, registrato da Andrea Semerano il 21 maggio 2008, è quasi integralmente presente — insieme ai contributi di Baldacci, Forlani, Fusco, Inglese, Raos e Torregiani — in Tiresia, studio e registrazione di un’opera: libro+dvd a cura di Andrea Semerano.

Nel discorso che organizzai al tempo, vari riferimenti al Tiresia classico, ma poi particolarmente a Eliot e Woolf.

Il saggio che ne deriva, uscito sul n.5 di “Per una critica futura”
(cfr. http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/critica.htm),
è disponibile anche a questo link:

http://slowforward.files.wordpress.com/2010/11/estratto_saggio_sutiresia.pdf


Recensione a Massimo Gezzi, “L’attimo dopo”

Recensione a:
Massimo Gezzi, L’attimo dopo, Sossella 2009, pp. 104, euro 12.





Evento felice e non scontato per un libro di poesie: la raccolta di Massimo Gezzi, L’attimo dopo, uscita per Luca Sossella nel dicembre 2009, è giunta in meno di un anno a una meritata seconda edizione. Non è il primo libro dell’autore (nato nel 1976, assistente di Letteratura italiana a Berna): aveva pubblicato nel 2004 Il mare a destra, nella collana editoriale della rivista Atelier; e nel 2007 una sequenza di testi nel Nono quaderno di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, a cura di F.Buffoni).

Di Gezzi si può dire – e in questo senso se ne scrive giustamente da diversi anni ormai – che nella sua generazione è tra gli autori definibili di sintassi. È cioè tra i più coscienti nella ridefinizione di un percorso lirico che passa per la strada non facile di una metrica in sostanza classica (fondata sull’endecasillabo), non nemica di attenti e non artati enjambements e spezzature, nella continuità-fluidità del discorso. Il flusso delle frasi è formato dalle o scomponibile nelle unità metriche note, in accordo con una sintassi salda che tiene la linea portante del significato senza dissipare subordinazioni, senza tentare – in questo senso – azzardi di ulteriori frantumazioni, fossero pure sotto l’ombrello non spiazzante della reticenza e dell’anacoluto.

Detto ciò, va aggiunto che, al livello delle unità superiori, ossia delle poesie, dei testi compiuti e dell’uso e modulazione che questi fanno delle caratteristiche appena elencate, esistono vari registri nel libro L’attimo dopo, ma che due sembrano tenere con maggior evidenza degli altri il campo: uno narrativo-allegorico, e uno – più indefinibile – che sembra, spiccando sempre su uno sfondo allegorico, attenuare le evidenze strette del narrato (e dell’io come asse portante) per affidarsi a una parziale indefinizione delle occasioni e situazioni di vita date.

Non sarà un mistero che chi qui scrive ha ragioni per prediligere il secondo modus. Lì dove il materiale è tutto dato ed esibito, infatti, il percorso di comprensione si fa – per il lettore – più breve e risolto e, nonostante i ritmi e il bulino modulante dell’autore, aperto, accertato, lieve. E la levità e delicatezza/leggerezza del fondo, ground, ‘pavimento’ assertivo di un testo, la sua esposizione si direbbe, la sottigliezza (non sensiblerie, sia chiaro), è un rischio testuale non solo per il passo spiccio e malaccorto del lettore di grana grossa, che va sdegnato, ma anche per quello fermo e indugiante che vorrebbe attardarsi in un labirinto o in un riquadro di ombra, di inesplicito. Nel libro tutto è (pur sapientemente) in luce.

Detto ciò, non si può ridurre a meccanismi di stile – che pure ci sono – le doti di positiva/paradossale osservazione come indefinizione (mai assoluta, e mai alonante) del paesaggio e degli eventi, che sono a mio parere le doti e la ricchezza del libro fin dal titolo. Libro che definisce una linea testuale legata al sentimento del tempo, sì, ma soprattutto all’impermanenza, allo sfaldarsi-riattestarsi delle esistenze, a «una memoria che non si sgretola», e così alle ricordanze (e ai ricordanti, sempre pure riguardanti) che fissano quelle esistenze in clic araldico, momento, gesto, anch’esso però già aggredito dal buio.

Cosa succede nell’“attimo dopo”? Il peso – fenomenologico – che la coscienza avverte, patisce e accerta, è quello delle cose, delle costrizioni, delle mancanze da cui pure nasce azione, una necessità («partire», «contare le finestre illuminate / nel buio»). Se di indefinizione nell’osservazione si tratta, è attivamente conoscitiva. Disegna ciò che prima del verso non esisteva. Il testo che apre la raccolta è, in questo, decifrabile sì nel senso dei disastri (tellurici e politici) che attraversano da sempre l’Italia, ma anche e precisamente nella direzione di una non scontata cognizione del dolore: «Poi ci fu una scossa repentina, / e i muri cominciarono a frantumarsi / e a spaventare gli insetti che ci vivevano dentro. / Non c’è più lavoro, ci dicevano / sorridendo, non ci sono più affetti / capaci di farci amare queste sedie, queste mura, / il silenzio che si ascolta parlare solo quando / percepisci il tempo scorrere, o ricordi qualcuno».

 


Marco Giovenale


Nuove note su “Prosa in prosa” / in forma di lettera a Stefano Guglielmin

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Caro Stefano, questa lettera mia in forma di risposta o risposta in forma di lettera può avviare anzi proseguire il dialogo sulla tua recensione a Prosa in prosa, con la premessa che quanto qui scrivo non toccherà tutti i punti che suggerisci nella successiva annotazione che hai dedicato alla mia replica e di nuovo al libro (annotazione di cui ti ringrazio).

Un tema che mi sembra cruciale riguarda una affermazione, che giustamente tu critichi, che vorrebbe o vuole che l’opera dei padri vada conosciuta per “giustificare” i figli. (Anche se direi non padri ma fratelli, forse. Ma, più in generale, ecco:)

Non era forse questo il senso dell’exortatio a cui mi ero spinto nel replicare alla tua recensione. Certo l’exortatio non voleva/vuole pretendere – come forse sovrainterpretando scrivi – “dal lettore di conoscere l’opera dei padri per giustificare i figli”. Semmai rispondeva allo speculare suggerimento rintracciabile nella tua recensione, dove solleciti “una maggiore chiarezza critica verso la tradizione italiana (dai Vociani a Campana, da Pavese a Savinio, da Zanzotto a Rosselli, da Villa a Spatola, da Pizzuto a Manganelli, per non dire dei Novissimi, dei Gruppi ’63 e ’70, e dei poeti di ‘Anterem’), così da rintracciare una linea autorevole legata anche alla nostra storia novecentesca e alla storia della nostra lingua”.

Stava e sta piuttosto, dunque, il senso della esortazione fatta, nella volontà di un effettivo reale confronto con quel ‘dopo-il-paradigma’ di cui ho tracciato insufficienti ma comunque forse rilavorabili e non inutili linee qui, ossia prima sul “verri” entro i margini di una sorta di dossier su Prosa in prosa, e poi su Nazione indiana lievissimamente variando e abbondantissimamente (nel thread, nei commenti) chiosando.

Cosa resta di quella discussione? Forse – ipotizzo – Continua a leggere

Recensione a Ottavio Fatica, “Le omissioni”


Recensione a:
Ottavio Fatica, Le omissioni, Einaudi, Torino 2009, pp. 90, euro 10.



Attraverso la raccolta di poesie Le omissioni, di Ottavio Fatica, uscita presso Einaudi nel 2009, una annotazione ampia potrebbe avviarsi, venir accennata, e contrario, in riferimento a un’area che appunto dallo stile di Fatica appare decisamente, recisamente lontana: la scrittura di ricerca. Sarà indagine da tentare, altrove; qui un inizio di riflessione dà già modo di precisare i contorni de Le omissioni.

Un calembour, in avvio, soccorre, a chiaroscurare i distinguo: nel caso di Fatica, è in gioco una linea non di  ricerca, semmai ricercata. (Sottraendo interamente al termine l’accezione negativa, di artificiosità). Come per il distante ambito sperimentale, per Fatica si deve parlare di un lavoro testuale che chiede al lettore di andare verso il libro; lavoro che cioè non dà d’impatto e in pieno a chi legge un percorso – preformato, orientato – che non implichi azione. È certo in gioco un lessico e stile che (come quello e diversamente da quello sperimentale) non può allora piacere ai pigri.

Ma se nel caso di alcune vie della sperimentazione è richiesta a chi legge un’apertura di credito nei riguardi di lessici destrutturati, latenze, neoformazioni, zero rime o parossismo di suoni, nel differente-affine caso della scrittura ricercata ci si trova di fronte a uno stile che spinge il lettore all’incontro sul territorio dell’apparentemente già noto. Fatica punta verso (e imperativamente chiede) l’assenso a Continua a leggere

Su una recensione a “Prosa in prosa”


Su una recensione a Prosa in prosa

(scritta da Stefano Guglielmin per «Le voci della luna», n.47, 2010, p.47,
poi in http://golfedombre.blogspot.com/2010/09/prosa-in-prosa.html)



Seleziono alcuni estratti dalla recensione che Stefano ha dedicato – e lo ringazio – a Prosa in prosa (Le Lettere, 2009):

(1) «Ciò che mi convince di meno è l’impoverimento programmatico della lingua, il suo appiattimento alla forma di comunicazione ordinaria»

(2) «appiattisce la parole sulla langue»

(3) [Prosa in prosa nutre la] «persuasione che il genere lirico abbia esaurito le proprie possibilità espressive»

(4) [Quelle dei sei autori sono] «poetiche conciliabili soltanto nella cornice, in un orizzonte pre-testuale di tradizione semiotico-strutturalista e di militanza avanguardistica»

(5) «credo sarebbe utile al dibattito una maggiore chiarezza critica verso la tradizione antisimbolista italiana (da Zanzotto a Rosselli, da Villa a Spatola, da Pizzuto a Manganelli, per non dire dei Novissimi, dei Gruppi ’63 e ’70, e dei poeti di Anterem)»



E propongo alcune contro-osservazioni:

(1) + (2)

Queste intenzionali “bidimensionalità”, in certi aspetti linguistici, a mio avviso, sono Continua a leggere