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Archivi tag: arte

“everything is important” / jonas mekas. 2015
anti-100 years of cinema manifesto / jonas mekas. 1996
“As you well know it was God who created this Earth and everything on it. And he thought it was all great. All painters and poets and musicians sang and celebrated the creation and that was all OK. But not for real. Something was missing. So about 100 years ago God decided to create the motion picture camera. And he did so. And then he created a filmmaker and said ‘now here is an instrument called motion picture camera. Now go and film and celebrate the beauty of the creation and the dreams of human spirit, and have fun with it.’
But the devil did not like that. So he placed a money bag in front of the camera and said to the filmmakers ‘why do you want to celebrate the beauty of the world and the spirit of it if you can make money with this instrument?’ And, believe it or not, all filmmakers ran after the money bag. The Lord realized he had made a mistake. So some 25 years later, to correct his mistake, God created independent avant-garde filmmakers and said, ‘here is the camera. Take it and go into the world and sing the beauty of all creation and have fun with it. But you will have a difficult time doing it, and you will never make any money with this instrument.’
Thus spoke the Lord to Viking Eggeling, Germaine Dulac, Jean Epstein, Fernand Leger, Dmitri Kirsanoff, Marcel Duchamp, Hans Richter, Luis Bunuel, Man Ray, Cavalcanti, Jean Cocteau, and Maya Deren, and Sidney Peterson, and Kenneth Anger, Gregory Markopoulos, Stan Brakhage, Marie Menken, Bruce Baillie, Francis Lee, Harry Smith and Jack Smith and Ken Jacobs, Ernie Gehr, Ron Rice, Michael Snow, Joseph Cornell, Peter Kubelka, Hollis Frampton and Barbara Rubin, Paul Sharits, Robert Beavers, Christopher McLain, and Kurt Kren, Robert Breer, Dore O, Isidore Isou, Antonio De Bernardi, Maurice Lemaitre, and Bruce Conner, and Klaus Wyborny, Boris Lehman, Bruce Elder, Taka Iimura, Abigail Child, Andrew Noren and too many others. Many others all over the world. And they took their Bolex’s and their little 8 and Super-8 cameras and began filming the beauty of this world, and the complex adventures of the human spirit, and they’re having great fun doing it. And the films bring no money and do not do what’s called useful.
And the museums all over the world are celebrating the one hundredth anniversary of cinema, costing them millions of dollars the cinema makes, all going gaga about their Hollywoods. But there is no mention of the avant-garde or the independents of our cinema.
I have seen the brochures, the programs of the museums and archives and cinematheques around the world. But these say, ‘we don’t care about your cinema.’ In the times of bigness, spectaculars, one hundred million movie productions, I want to speak for the small, invisible acts of human spirit, so subtle, so small, that they die when brought out under the clean lights. I want to celebrate the small forms of cinema, the lyrical form, the poem, the watercolor, etude, sketch, portrait, arabesque, and bagatelle, and little 8mm songs. In the times when everybody wants to succeed and sell, I want to celebrate those who embrace social and daily tailor to pursue the invisible, the personal things that bring no money and no bread and make no contemporary history, art history or any other history. I am for art which we do for each other, as friends.
I am standing in the middle of the information highway and laughing, because a butterfly on a little flower somewhere in China just fluttered its wings, and I know that the entire history, culture will drastically change because of that fluttering. A super-8 millimeter camera just made a little soft buzz somewhere, somewhere on the lower east side of New York, and the world will never be the same.
The real history of cinema is invisible history. History of friends getting together, doing the thing they love. For us, the cinema is beginning with every new buzz of the projector, with every new buzz of our cameras. With every new buzz of our cameras, our hearts jump forward my friends.”
Jonas Mekas, February 11, 1996, American Center, Paris
from: https://www.matiasguerra.com/jonas-mekas-manifesto.php
j. beuys song (dress rehearsal) _ _ biennale danza 2001
recensioni recenti a “scrivere disegnando” (ginevra) + proroga della mostra
SCRIVERE DISEGNANDO
Quand la langue cherche son autre
@ Centre d’Art Contemporain, Genève
EXHIBITION time will be EXTENDED:
it will be open until the 23rd of August
Curators : Andrea Bellini and Sarah Lombardi
Section documentaire : Sara De Chiara
Programme public : Étudiant·e·s Work.Master de la HEAD – Genève
avec la complicité de Pierre Leguillon, artiste et enseignant
En collaboration avec la Collection de l’Art Brut, Lausanne
* * *
two recent reviews:
Daniel Horn @ Artforum
https://www.artforum.com/print/reviews/202004/writing-by-drawing-82570
Harry Burke @ Frieze
https://frieze.com/article/modernity-history-unwritten
& more:
Alexia Lanta Maestrati @ Le Journal des Arts
https://www.lejournaldesarts.fr/expositions/ecrire-en-dessinant-148895
Ginevra Bria @ domus
https://www.domusweb.it/it/arte/2020/01/21/ginevra-quando-la-lingua-cerca-il-suo-altro.html
Andrea Cortellessa @ doppiozero
https://www.doppiozero.com/materiali/scrivere-disegnando-incontri-ravvicinati-ginevra
Riccardo Venturi @ Flash Art
https://flash—art.it/article/on-view-riccardo-venturi/
feminist works (e scritture desemantizzate) di tomaso binga dal 29 al mascherino
facebook.com/events/s/tomaso-binga-feminist-works-19/549501002316662/
29 feb, h. 18:30
Mascherino Arte Contemporanea, via del Mascherino 24, Roma
ITA:
La Galleria Mascherino è lieta di annunciare l’inaugurazione sabato 29 febbraio 2020 della mostra antologica Tomaso Binga: Feminist Works 1970-1980. L’esposizione ripercorre l’attività dell’artista, performer e poetessa visiva Tomaso Binga e i suoi legami con il pensiero femminista attraverso una vasta selezione di opere appartenenti alle diverse serie da lei realizzate tra l’inizio degli anni Settanta e la metà degli Ottanta: dai Polistirolo alla Scrittura desemantizzata, dalla Scrittura vivente alla Carta da Parato, dal Dattilocodice sino al ciclo di dipinti Biographic. Nella sua ricerca Binga ha sfidato i limiti tra maschile e femminile, tra pratiche dominanti e subalterne, tra la convenzionalità della scrittura verbale e la soggettività del corpo, con l’obiettivo di trasformare le strutture simboliche e sociali della cultura patriarcale. Già nella scelta di adottare uno pseudonimo maschile, in occasione della sua prima mostra personale nel 1971, emerge la volontà dell’artista di denunciare le disparità tra uomo e donna presenti nel sistema dell’arte: “Il mio nome maschile”, scrive all’epoca Binga, “gioca sull’ironia e lo spiazzamento; vuole mettere allo scoperto il privilegio maschilista che impera anche nel campo dell’arte, è una convenzione per via di paradosso di una sovrastruttura che abbiamo ereditato e che come donne vogliamo distruggere”. Da questa consapevolezza Binga dà avvio a un lavoro di decostruzione delle rappresentazioni stereotipate del femminile, a partire dalla serie dei Polistirolo (dal 1971): piccole scatole da imballaggio di polistirolo bianco trasformate in teatrini entro cui l’artista incolla immagini trouveés tratte dal mondo della pubblicità e dei mass-media. Con un’attitudine da bricoleuse, in queste opere Binga demistifica con sguardo ironico la feticizzazione e l’erotizzazione del corpo delle donne, il rapporto tra cultura cattolica e società del consumo, l’interiorizzazione di modelli estetici imposti e omologanti.
A questa fase risale anche la ricerca sulla Scrittura desemantizzata, una scrittura “silenziosa” dove le parole vengono snervate sino a divenire segni grafici illeggibili, che conservano la memoria della scrittura, ma non significano più, evocando i tanti silenzi imposti storicamente alle donne: “La mia è una scrittura subliminale, nel senso che essa agisce (vorrei che agisse) dentro di noi senza essere distratti dal significato corrente delle parole e senza essere frastornati dal suono delle parole stesse: allora si può anche definire una scrittura silenziosa”. Con questa nuova grafia Binga testa il limite tra comunicazione verbale ed espressione gestuale, tra scrittura alfabetica e disegno, ideando una serie di opere tra le più significative del suo percorso, realizzate su carta, come Mettere bianco su nero (1972), Bianco nero con vista (1974), Lettera rossa (1974), Lettera strappata con ardore (1974), o nelle tre dimensioni, come nel caso dello Strigatoio (1974). Quest’ultimo è già all’epoca un oggetto desueto, tradizionalmente usato dalle donne per lavare i panni al fiume, scelto dall’artista sia come simbolo del lavoro domestico non retribuito delle donne, sia come simbolo del rapporto di sorellanza che si veniva a creare al di fuori dello spazio chiuso della casa.
A partire dal 1976 la Scrittura desemantizzata assume scala ambientale nell’installazione Carta da parato, in cui Binga traccia i suoi segni indecifrabili su rotoli di tappezzeria usati per ricoprire le pareti di spazi pubblici e privati: questa importante fase del suo lavoro è documentata in mostra dall’opera Guardo ma non scrivo (1977), dove con un processo di mise en abîme caratteristico delle ricerche di area concettuale del periodo, Binga incolla sulla carta da parati una fotografia a colori incorniciata che la ritrae, di spalle, davanti a un suo precedente lavoro della serie Carta da parato, nel quale, come in un gioco di scatole cinesi, è a sua volta visibile l’immagine dell’installazione da lei realizzata in occasione della mostra collettiva Distratti dall’ambiente (Riolo Terme, 1977).
La Scrittura desemantizzata di Binga, nelle sue varie declinazioni, non agisce soltanto sui limiti tra segno verbale e segno grafico, ma anche sul limite tra la convenzionalità della parola e il suo valore soggettivo, tra il carattere universale e quello personale del linguaggio. Per tale ragione, benché diversa sul piano formale, essa può essere considerata il diretto antecedente delle Scritture viventi, realizzate da Binga a partire dal 1976, in cui l’artista si fa ritrarre nuda, dalla sua amica fotografa Verita Monselles, mentre assume con il proprio corpo la forma delle lettere alfabetiche, lavorando anche in questo caso sulla soglia tra segno linguistico e immagine, tra l’universalità del linguaggio verbale e la singolarità del corpo che, fotografato, conserva i tratti unici della persona. A questa serie appartiene l’opera in mostra intitolata Lettera N come NO (1977), che da un lato richiama il celebre dipinto dei primi anni Sessanta di Mario Schifano e la recente lotta per il referendum abrogativo sulla legge sul divorzio, che nel 1974 aveva visto schierati in prima linea, insieme al Partito radicale, la gran parte dei gruppi femministi italiani, dall’altro, può essere letto come una dichiarazione di rifiuto radicale della cultura patriarcale.
Più vicina alle soluzioni iconico-verbali della Poesia Concreta è l’opera appartenente alla serie Dattilocodice, presentata nell’ambito della Biennale di Venezia del 1978 nell’ormai storica mostra di sole donne Materializzazione del linguaggio, curata da Mirella Bentivoglio, che all’epoca interpreta gli “ideogrammi miniaturizzati” di Binga, creati con la macchina da scrivere sovrapponendo due diversi segni alfabetici, come una forma di “recupero invenzione dell’archetipo linguistico attraverso la tecnologia”. Alla ricerca di un linguaggio più autentico e primigenio, Binga nel Dattilocodice mette in scena un nuovo alfabeto in cui simbolo grafico e icona si mescolano, e che pur realizzato con i mezzi dell’occidente moderno, chiama in causa la qualità originaria e arcaica del geroglifico.
Immagine e scrittura tornano a fondersi, con effetti squisitamente pittorici, nella serie Biographic, realizzata a partire dal 1984 ed esposta nel 1985 alla Quadriennale di Roma: in questi quadri di grandi dimensioni Binga si confronta con la pittura, che viene assorbita e si espande sulla trama grossa della tela formando immagini in cui, scrive Binga, “l’archetipo e il futuribile, l’arazzo e il computer, il passato e il presente si mescolano in una sorta di ballata senza fine”. Anche in questo caso, il richiamo alla biografia presente nel titolo serve a creare un ponte tra l’universalità del linguaggio verbale e la soggettività della vita, perché se il personale è politico anche il linguaggio lo è.
In occasione dell’inaugurazione Tomaso Binga terrà una performance fonetica.
ENG:
The Galleria Mascherino is pleased to announce the inauguration of the anthological exhibition Tomaso Binga: Feminist Works 1970-1980 that will be held Saturday February 29, 2020.
bice lazzari

from:
Bice Lazzari – La Poetica del segno. Firenze, Museo del Novecento
facebook.com/media/set/?set=a.3003371783008294&type=3
(fotografie di Luca Venitucci)
Bice Lazzari was born in 1900, she died in 1981.
see also:
facebook.com/Archivio.BiceLazzari/
http://www.guggenheim-venice.it/inglese/collections/artisti/biografia.php?id_art=94
https://www.richardsaltoun.com/artists/246-bice-lazzari/biography/
https://www.richardsaltoun.com/usr/library/documents/main/246/bice-lazzari-cv_updated-15-jan-2020.pdf
https://www.artsy.net/artist/bice-lazzari
esther kläs alla fondazione giuliani

aswrig = asemic writing gallery
antinomie è anche su facebook
https://www.facebook.com/antinomie.it/
gino de dominicis: continua a torino la proiezione dei video
GINO DE DOMINICIS in Videoteca GAM,
da 16 ottobre 2019 all’8 marzo 2020
a cura di Elena Volpato
La VideotecaGAM festeggia i vent’anni dalla nascita della collezione di video d’artista. La GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino è felice, nell’occasione di questo anniversario, di annunciare la collaborazione con l’Archivio Storico della Biennale di Venezia per la realizzazione di un ciclo di sei esposizioni, a cura di Elena Volpato, che si svolgerà nell’arco di due anni.
Le sei esposizioni, ospitate negli spazi della VideotecaGAM, saranno dedicate a Gino De Dominicis, Giuseppe Chiari, Alighiero Boetti, Claudio Parmiggiani, Vincenzo Agnetti e Jannis Kounellis.
Presenteranno video provenienti dall’Archivio Storico della Biennale in dialogo con opere e materiali delle collezioni GAM. Le sei mostre rappresentano un completamento del programma di esposizioni iniziato nel 2014, ideato per raccontare la storia del video d’artista italiano tra gli anni Sessanta e Settanta. Quella stagione, di eccezionale importanza, rappresenta il nucleo collezionistico primario della VideotecaGAM e ad esso sarà dedicata una pubblicazione, in uscita il prossimo anno, corredata di materiali e testimonianze raccolte dalle parole dei suoi protagonisti nei diversi appuntamenti espositivi sin qui realizzati.
La prima esposizione, un omaggio a Gino De Dominicis, presenta Videotape, 1974, della collezione dell’Archivio Storico della Biennale, posto a confronto con Tentativo di volo, 1969, esemplare della collezione GAM. Le due opere mostrano la centralità della dimensione temporale nel lavoro dell’artista e affrontano in modo diverso il tema dell’eternità.


