Archivi categoria: segnalazioni e avvistamenti

fuori da fb, insisto

per anni il comportamento di fb nei confronti della libertà di parola e di pensiero (e verso chi testimoniava quanto accade in Palestina) è stato a dir poco inqualificabile, sul filo della complicità addirittura. non penso ci siano grandi alternative: occorre(va già da tempo) uscire dai media generalisti e creare o raggiungere degli spazi di alterità che si autosostengono, che rispettano la privacy, non ti “profilano”, non vendono i tuoi dati e non censurano i tuoi contenuti, non sono “comprabili” per pilotare decisioni politiche, e semmai sono liberi da pubblicità e rifiutano la vendita=merdificazione di qualsiasi riga, parola, sillaba che digiti.

Mastodon e Friendica sono tra gli spazi liberi possibili. (oppure, e insieme, noblogo, e noblogs).

ovviamente se si trovano materiali interessanti su fb è chiaramente opportuno condividerli, ma – insisto – FUORI da fb. il repost va fatto all’esterno, e su fb vanno lasciati solo ed esclusivamente (per quanto possibile) dei link che indirizzano verso l’esterno di fb.

sono anni che lo pratico e lo dico, ovviamente con contraddizioni e infrazioni a questo (credo valido) proposito. ma insomma: senza anche solo minimi e però costanti tentativi di opposizione ai social generalisti (ig, x, tiktok, e tutta la galassia google, ecc.) penso che non si guadagnerà mai nemmeno un sottile livello base di indipendenza nella comunicazione e condivisione – e quindi efficacia – delle informazioni.

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https://marcogiovenale.me/2026/04/16/uscire-da-fb-passare-a-mastodon/

per farla finita con i social delle Big Tech: https://mastodon.uno/@socialnetwork/116413348260896858

ah… e… ovviamente non c’è solo Mastodon:
https://mastodon.uno/@socialnetwork/115701312444024170

israhell fa piovere sul Libano bombe al fosforo, armi bandite internazionalmente

israhell criminale getta fosforo bianco sul Libano, 11 apr 2026

Sabato 11 aprile Israele ha sganciato munizioni al fosforo bianco su aree civili nel Libano meridionale.

Il fosforo bianco è un’arma incendiaria che può causare ustioni profonde, danni permanenti alla salute e contaminazione dei terreni, con effetti che si protraggono nel tempo.

Il diritto internazionale umanitario ne vieta l’uso in prossimità di zone abitate, per le gravi conseguenze che provoca sulla popolazione e sull’ambiente.

Un rapporto di Human Rights Watch documenta l’utilizzo di queste munizioni da parte dell’esercito israeliano nel sud del Libano, affermando di aver verificato e geolocalizzato immagini che mostrano attacchi contro abitazioni civili.

“L’uso illegale di fosforo bianco su aree residenziali è estremamente allarmante e avrà conseguenze disastrose per i civili”, ha dichiarato Ramzi Kaiss, ricercatore per il Libano di Human Rights Watch.

“Gli effetti incendiari del fosforo bianco possono causare la morte o lesioni gravissime che provocano sofferenze permanenti” ha proseguito Kaiss.

Già a ottobre 2023 Amnesty International aveva documentato casi simili nella città di Dhayra, al confine meridionale del Libano.

Secondo il medico del pronto soccorso Haitham Nisr, tra il 16 e il 17 ottobre le équipe mediche avevano curato nove persone con sintomi riconducibili all’inalazione di fosforo bianco, con difficoltà respiratorie e tosse.

Dal 2 marzo gli attacchi israeliani in Libano hanno ucciso 2.020 persone e ferite 6.436.

Solo nelle ultime 24 ore, 97 sono state uccise.

L’8 aprile, in soli dieci minuti, Israele ha lanciato oltre 100 raid aerei uccidendo oltre 303 persone: un bilancio ancora provvisorio a causa delle operazioni di soccorso in corso e delle difficoltà nell’identificazione delle vittime.

La fotoreporter Courtney Bonneau, con base in Libano, ha denunciato su X: “Israele ha compiuto molteplici massacri da ieri, tra cui un doppio attacco che ha ucciso 8 persone, tra cui due paramedici intervenuti sul luogo del primo attacco. Cittadini americani, i vostri soldi delle tasse stanno finanziando il terrorismo”.

https://www.instagram.com/p/DXB0bh-DSc8

Su ‘ahida’: un’introduzione al “Dossier Italia”

Sta emergendo un vasto movimento d’opposizione, in gran parte esterno ai tradizionali partiti politici, ma sostenuto da iniziative di base come comitati e associazioni o dall’iniziativa personale di moltissimi giovani. Le grandi manifestazioni dell’anno scorso contro il genocidio israeliano a Gaza, la vittoria del No al referendum e l’enorme partecipazione alla manifestazione No Kings il 28 marzo a Roma ne sono gli episodi più rilevanti. Un movimento di resistenza o, più, di rifiuto, è nato e sta crescendo, portato ancora dai giovani, come alla fine degli anni ’60.

Per elaborare nuove armi teoriche e politiche atte a contrastare il processo autoritario in corso è necessario analizzare e comprendere l’attuale fase politica.

ahida intende contribuirvi con un dossier Italia. Una raccolta di testi che esaminano e commentano vari aspetti della tendenza autoritaria dell’Italia odierna per evidenziarne le fessure e trovare gli spiragli per uscirne.

https://www.ahidaonline.com/post/dossier-italiaintroduzionealdossieritalia

 

Luisa Canciello: A Ginevra gli stupri di palestinesi nelle carceri israeliane (da ‘il manifesto’, 4 apr. 2026)

dall’account fb di Assopace Palestina

Luisa Canciello: A Ginevra gli stupri di palestinesi nelle carceri israeliane. L’Italia non parla (da ‘il manifesto’, 4 aprile 2026)

PALESTINA Presentato il rapporto di Francesca Albanese

Nel centro di detenzione nel deserto del Naqab, i prigionieri palestinesi detenuti dalle forze israeliane sono sottoposti a torture sistematiche e a condizioni che trasformano la detenzione in una forma quotidiana di annientamento. Khaled M. è il primo avvocato a cui è stato permesso entrare in questi centri. Dopo anni in questo campo, afferma di aver assistito a un livello di violenze senza precedenti. Lo incontriamo a Ginevra, al Palais de Nations, durante la presentazione del rapporto della relatrice speciale Onu per i Territori palestinesi occupati, Francesca Albanese. Khaled racconta di un uomo di 67 anni stuprato mentre aveva mani e piedi legati, filmato e deriso. Di un ragazzo di 20 anni spogliato e sottoposto a waterboarding. Un soldato è arrivato con un estintore; la parte superiore è stata inserita nell’ano – Khaled si scusa per la crudezza- la sostanza spruzzata all’interno. Il ragazzo vive oggi con gravi conseguenze psicologiche. Anche il personale medico è coinvolto: «I prigionieri vengono amputati senza anestesia».  

L’avvocato riporta un’altra testimonianza, di una donna: «Mi hanno chiesto di sedermi sulle ginocchia, hanno inserito una bottiglia nella mia vagina, e mi hanno costretto a toglierla più volte. Sei persone».  

A DIMOSTRAZIONE di ciò, l’ottavo report di Albanese, «Tortura e genocidio», raccoglie oltre 300 testimonianze, identificando nella tortura uno dei simboli di questo genocidio configurandola come strumento di sterminio, perpetuata attraverso la sistematica e violenta deprivazione della dignità umana. Un inferno quotidiano, imposto a corpi e vite, reso possibile non solo dall’azione di Israele, ma anche dalla complicità e dal silenzio dei nostri governi. Durante la presentazione, Albanese presta la sua voce ai sopravvissuti, le cui testimonianze continuano a vivere nonostante l’annientamento subito: «Uno dei soldati mi ha violentato inserendo con forza un bastone nel mio ano. Dopo circa un minuto lo ha tolto e lo ha inserito di nuovo con più forza mentre urlavo. Poi mi ha costretto ad aprire la bocca e a leccare il bastone. Desideravo morire mentre mi stavano violentando».  

È SOLO UNA delle testimonianze riportate da Albanese, che documentano crimini contro l’umanità e violazioni della Convenzione contro la tortura e della Convenzione per la prevenzione e la repressione del genocidio. «A Israele è stata di fatto concessa una licenza per torturare i palestinesi perché la maggior parte dei vostri governi, dei vostri ministri, lo ha permesso – denuncia Albanese – Tra ottobre 2023 e gennaio 2026, le forze israeliane hanno arrestato più di 18.500 palestinesi, inclusi bambini, soprattutto se erano medici, giornalisti, o operatori umanitari. Quasi 100 di loro sono morti in custodia. 4mila risultano ancora vittime di sparizione forzata. Migliaia sono stati detenuti senza accuse, trattenuti in condizioni disumane, picchiati, incatenati, abusati sessualmente, privati di cure mediche, affamati, stuprati». Dopo la presentazione del rapporto, numerosi stati tra cui Slovenia, Irlanda, Spagna, hanno espresso sostegno al mandato della relatrice e denunciato l’uso sistemico della tortura da parte di Israele contro il popolo palestinese. L’Italia, invece, non ha espresso né sostegno né condanna: si è limitata a richiamare la relatrice al dovere di attenersi al proprio codice di comportamento, senza esprimersi nel merito delle accuse. Il divieto di tortura è una norma inderogabile (ius cogens): il silenzio non è neutralità, è complicità. L’immobilità politica e la mancanza di volontà di agire rivelano i limiti di un sistema internazionale di matrice coloniale, formalmente costruito per tutelare il diritto, ma oggi incapace di farlo rispettare, fino a svuotarlo e sgretolarlo. L’ambasciatore palestinese presso la sede Onu a Ginevra, Ibrahim Khraishi, intervistato nella sala del Café Suisse, afferma: «I doppi standard stanno uccidendo l’Europa. Si parla di valori condivisi con Israele, ma quali valori? Come si può dire di condividere i valori del genocidio? Gli europei devono difendersi». A queste parole fanno eco quelle di Albanese: «Ho fatto appello all’essere umano che è in voi: non siete stanchi? La diplomazia, in tempo di genocidio, non è neutrale. Com’è possibile che questa realtà non abbia ancora portato alla sospensione delle vostre relazioni con Israele?».

L’IMPUNITÀ alimenta i crimini: «La tortura fa all’individuo ciò che il genocidio fa a un gruppo in quanto tale. Un genocidio è diventato la forma estrema di tortura. Ciò che viene perso in Palestina sarà perso ovunque».

https://ilmanifesto.it/a-ginevra-gli-stupri-di-palestinesi-nelle-carceri-israeliane-litalia-non-parla

Un post di Gianluigi Tiddia sulla rete che non esiste più, e su quella con cui abbiamo a che fare

dal blog di Gianluigi Tiddia:

Kaley aveva sei anni quando ha aperto YouTube per la prima volta. Quattordici anni dopo, un tribunale di Los Angeles ha stabilito che quell’architettura di prodotto aveva causato danni reali, condannando Meta e Google per aver progettato deliberatamente piattaforme che creano dipendenza. E anche se i ricorsi sono già annunciati, il precedente legale da oggi esiste. […] I social network nascono, almeno nella narrazione ufficiale, come strumenti di connessione. Facebook nel 2004 era una bacheca universitaria. YouTube nel 2005 era un posto dove caricare video amatoriali. Instagram nel 2010 era un’app per condividere fotografie con un filtro vintage. L’idea di fondo era orizzontale: le persone si connettono, si trovano, si parlano […] Quel modello aveva però un problema strutturale: non produceva abbastanza denaro. […] Il punto di non ritorno arriva quando le piattaforme scoprono che le emozioni forti trattengono più delle emozioni piacevoli. La rabbia, l’indignazione, l’ansia da confronto sociale […]

Shoshana Zuboff chiama questo meccanismo capitalismo della sorveglianza: l’esperienza umana trattata come materia prima gratuita, estratta e venduta sotto forma di previsioni comportamentali. La descrizione tecnica di come funziona il sistema, molto più che una metafora. […]

A rendere lo scenario (se possibile) più urgente è l’intelligenza artificiale. Gli algoritmi di oggi non sono quelli del 2015: […]

Chi ha iniziato a frequentare internet negli anni Novanta o nei primi anni Duemila porta con sé un’immagine che non corrisponde più a nulla di esistente. La rete che avevamo in testa era un luogo aperto, orizzontale, tendenzialmente democratico, dove l’informazione circolava senza filtri e le persone si connettevano liberamente. Un posto dove il potere si distribuiva invece di concentrarsi. Molti di noi ci hanno creduto davvero, e quella convinzione ha plasmato il modo in cui noi “vecchi” guardiamo ancora oggi a quello che succede online, compresi i ragazzi che ci vivono dentro.

Il problema è che stiamo usando una mappa vecchia per leggere un territorio che non esiste più.

La rete di oggi ha poco a che fare con quella che avevamo immaginato. [La rete di oggi è] Un sistema di infrastrutture private, ciascuna con le proprie regole opache, i propri algoritmi, i propri incentivi economici. Uno spazio strutturato come una serie di centri commerciali in cui l’accesso è gratuito perché, come ha detto qualcuno più capace di me, il prodotto sei tu. Le conversazioni non fluiscono liberamente: vengono filtrate, amplificate o soppresse in base a criteri che le aziende non rendono pubblici e che cambiano senza preavviso.

La promessa della connessione si è trasformata in un sistema di sorveglianza continua dell’attenzione. […]

 

Per leggere l’intero testo, cliccare su: Il giorno in cui la dipendenza digitale è diventata reato (tra Meta, Google, piattaforme e persone)

A Padova, domani, 19 marzo: Eredità in movimento: il femminismo dagli anni Settanta ad oggi

“In occasione della Giornata internazionale della donna, l’8 marzo, la Biblioteca di Scienze politiche ospita giovedì 19 marzo, l’incontro Eredità in movimento, il femminismo dagli anni Settanta ad oggi.
L’evento (a prenotazione obbligatoria) è strutturato come una tavola rotonda aperta al confronto, ed è condotto da Anna Minotti, laureata all’Università di Padova, dipartimento SPGI, con una tesi magistrale sul confronto fra femministe degli anni Settanta e quelle di oggi.
Lo scopo è proporre una lettura genealogica dei femminismi italiani dagli anni Settanta ai nostri giorni, che superando la narrazione per “ondate” metta in luce trasformazioni, discontinuità e conflitti attraverso cui […]” continua qui
https://ilbolive.unipd.it/it/eventi/eredita-movimento-femminismo-dagli-anni-settanta

19 marzo: Per un governo che attui la Costituzione

19 marzo, per un governo che attui la Costituzione

Per accreditarsi all’evento del 19 marzo alla Camera dei deputati, compilare il seguente modulo e inviarlo.

Il nominativo sarà registrato correttamente al momento dell’invio; non verrà inviata un’email di conferma.

https://docs.google.com/forms/d/1iEr1s2ykkRUKa-NkUjoCixWlCGKUNLNF7c82xw-pzgQ/edit

sabato 21 marzo, “misticanza” @ studio campo boario

→ un caos collettivo di voci e incontri
→ dalle 10 di mattina alle 22, sabato 21 marzo
/// a Roma, allo Studio Campo Boario
/// incluso un mercatino di libri, autoproduzioni,
/// collane con e senza isbn:

https://mobilizon.it/events/955a66de-f54c-4bd2-993b-e060f7c837d2

siàteci

From: Mireia Vendrell, Samantha-Kaye Johnston, “Scaffolding critical thinking with generative AI: Design principles for integrating large language models in higher education”

From the Introduction:

Generative AI tools such as GPT-4 and DeepSeek R1 have moved rapidly from experimental novelties to everyday academic companions. A recent global survey reports that 86% of university students now use AI in their studies, with more than half engaging with these tools weekly, primarily to summarise documents, check grammar, paraphrase, and generate first drafts (Digital Education Council, 2024). While often perceived as convenient (though this perception is contested; see Selwyn, 2025), these tools are not designed with educational goals in mind. Large Language Models (LLMs) generate responses using probabilistic language modeling, predicting likely word sequences from training data, rather than through conceptual understanding or reasoning. This distinction has significant pedagogical implications. Without careful integration, widespread adoption risks cognitive offloading, diminished metacognitive engagement, and weakened epistemic agency, which we define as the learner’s capacity to critically evaluate, justify, and take ownership of knowledge.
This paper advances the position that LLMs are not educationally neutral; their effects are contingent rather than fixed. While emerging research has documented both beneficial and harmful outcomes (e.g., Deng et al., 2024Gerlich, 2025), their ultimate impact depends on how they are designed, including what they afford, obscure, or prioritise, and on the pedagogical context in which they are implemented. These factors jointly influence how they are used, what forms of learning they support or constrain, and whose epistemic values they reflect or exclude. In response to this complexity, we propose a normative, design-oriented pedagogical framework for the intentional integration of LLMs into higher education, with the specific goal of fostering critical thinking. Rather than banning or embracing these tools wholesale, we argue that educators must cultivate learning environments in which students engage critically with AI, using it to extend their reasoning rather than to replace it.

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2666920X26000342