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A post by Stephen Prior in fb: the israeli “aim was genocidal from the very first day”

una fossa comune piena di vittime palestinesiEverybody now knows from the first week after October 7th that Israel had already planned to commit genocide, traditionally defined genocide, targeting a population because of their bloodline and trying to exterminate or move them.
Everyone knew this because Israel announced it.
Twice in October of 2023, the Prime Minister of Israel, Benjamin Netanyahu, said out loud in a public speech, “The Palestinians are Amalek.”
Amalek, a reference that many in the West didn’t get, but everyone in the region understood. And it’s a reference to 1 Samuel 15, the first verses in it, which you should read because it tells you a lot about what Israel’s doing now.
Those verses describe God’s command to eliminate a tribe called the Amalekites. And not just the draft-age men, but all of them, including children and infants. All of them. Kill all of them. Destroy all of their property. Slay all of their animals. This is God’s command.
So when Benjamin Netanyahu describes the Palestinians as Amalek, twice in the first month of the Gaza operation, you don’t need to guess what the point of this is. The point is to destroy every man, woman, child, and infant in Gaza. And they set about doing that.
But it wasn’t just Netanyahu who said that. It was a lot of different authorities in Israel.
On October 9th—three days after the Hamas attacks—Yoav Gallant, the defense minister of Israel, their own Pete Hegseth, described his plans for Gaza, not for Hamas, for the entire territory, for the over two million people who live there. And we’re quoting:
No electricity, no food will be allowed in. We are fighting human animals, not human beings, human animals.”
Well, that winter, the deputy mayor of Jerusalem responded, not to say, “Whoa, whoa, settle down, defense minister! Calling your opponents animals is, of course, genocidal talk.” No, the deputy mayor of Jerusalem thought he didn’t go far enough. He said this:
“They’re not human animals. They’re not human beings. They are sub-human.” And then he said that the Palestinians of Gaza should be buried alive with bulldozers. Which some, ultimately, apparently were.
You had both cabinet ministers in Israel and supporters of Israel in the United States making the same case in public from the very first day, “Kill indiscriminately, move them out.”
There were “discussions,” on the American Right about what we should do with those Gazans, the people who live there. “Move them to other countries—Egypt, maybe even the United States. Get them out, kill enough of them that the rest leave, so the survivors want to flee.”
So the aim was genocidal from the very first day. The Israelis announced it. Israel’s supporters in the United States seconded it, amplified it. And members of the US Congress on television, the people who are paying for this genocide, announced proudly, “That’s right. The Israelis have every right to kill civilians, and that’s why we are paying them and giving them weapons to do so.”
In addition to shooting children in the head, leaving toy bombs to blow their hands off, having a
‘shoot to cripple’ policy, bombing schools, hospitals and playgrounds, shooting people running for food drops, starving people, pouring cement in their water holes, setting up safe zones then bombing them, setting hospital tents on fire, shooting doctors to the extent Palestinians give them street clothes so they aren’t shot wearing hospital scrubs, executing hospital staff and patients and burying them in mass graves, bombing aid stations, trucks and ambulances, blocking over 1,000 aid trucks, they have run over 100s of people with bulldozers while still alive. If you support Israel, you are evil. It’s that simple. If you provide them with money and weapons there is probably a penthouse suite in hell waiting for you.

Stop. The. Genocide.

Itzhak Laor, poeta saggista ebreo della sinistra radicale, scriveva nel 2006 in risposta ad un articolo di Erri De Luca su ‘il manifesto’

un post di Marco Mazzeo su fb (ripreso da Fortunato Paliano)

Itzhak Laor noto poeta saggista ebreo della sinistra radicale scriveva nel 2006 in risposta ad un articolo di Erri De Luca su Il Manifesto

“Se si traducesse in ebraico l’articolo di Erri De Luca uscito martedì scorso sul ‘manifesto’ e lo si facesse leggere a qualunque israeliano, questi lo identificherebbe senza dubbio come un testo tipico di un membro del Likud.
Al di là della discussione ipocrita sulla parola «fame», bisognerebbe ricordare che Israele cerca di affamare i palestinesi nel tipico modo che Giorgio Agamben ha descritto nel suo Homo Sacer, facendo appello all’«aiuto umanitario» subito dopo aver distrutto tutto. In Palestina, la gente vive sotto una crescente paura, povertà e fame, e in condizioni che condannano le prossime generazioni a un futuro di sottosviluppo. Gaza è un enorme ghetto, che ogni giorno viene bombardato da centinaia di razzi. I villaggi in Cisgiordania sono isolati l’uno dall’altro, le città sono sigillate e le autostrade chiuse agli arabi. La stampa italiana si comporta come se fosse sotto la censura di Mussolini quando non parla delle sofferenze dei palestinesi. Mi dispiace per Erri De Luca: così giovane e già censore (e in favore di chi? di una delle peggiori occupazioni militari dalla seconda guerra mondiale).
Dal 1991 – prima che cominciasse la campagna terroristica della metà degli anni ’90 – i palestinesi hanno vissuto sotto la politica israeliana di chiusure e separazioni (apartheid in olandese). Sono strangolati e separati dalle loro comunità, dai loro centri, dalla loro economia. Il luogo dove vivono e dove si muovono diventa sistematicamente più piccolo. Nessun palestinese minore di 16 anni sa cosa vuol dire andare in vacanza dall’altra parte del suo paese. Nessuno si muove per più di 10 chilometri. La disoccupazione è in crescita. Durante gli anni dell’occupazione, Israele non ha permesso ai palestinesi di avere una propria economia, per non parlare di costruire una propria industria. Oggi possono solo comprare merci in Israele. Non hanno altra scelta. Non possono vendere nulla in Israele, nemmeno le verdure. La distruzione della Palestina è una realtà quotidiana. E devo aggiungere: il silenzio sulla lenta morte della nazione palestinese è parte di una lunga tradizione europea di lasciare morire l’Altro.
Ma l’articolo di Erri De Luca è l’esempio di qualcosa di peggio che sta accadendo in Europa. Il passato ebraico in Europa è un tipo di comoda rappresentazione di un passato europeo omogeneo, in cui una metafora – l’Olocausto – copre qualsiasi altra cosa. Non l’Olocausto come parte della storia europea, ma quasi il contrario. La storia si perde. Il fascismo? Troppo controverso. Il ruolo della Chiesa cattolica? Non se ne può parlare. Pio XII? Insomma, è quasi un santo. Questo atteggiamento filo-sionista della sinistra europea non è una peculiarità italiana (e in questo caso si può persino dire che non è colpa di Israele). Questa collaborazione della sinistra europea con la destra israeliana colma un enorme vuoto in Europa, dalla caduta del comunismo, e serve alla costruzione di una nuova identità europea. I bambini iracheni e palestinesi sono i nuovi «etiopi». A chi importa? Noi europei siamo gli umanisti. Abbiamo la licenza di rimanere in silenzio sull’affamamento della Palestina. La nostra licenza si chiama Olocausto o Auschwitz. Non ci importa di collocarli nella storia. Abbiamo bisogno di mitologia, non di storia”.

I presidenti di FIFA e UEFA denunciati per “favoreggiamento di crimini di guerra” alla Corte Penale Internazionale

dall’account fb di InsideOver:

Il presidente della FIFA Gianni Infantino e il suo omologo della UEFA Aleksander Ceferin sono accusati di “favoreggiamento di crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità nei territori palestinesi occupati” in una denuncia presentata alla Corte penale internazionale (CPI).
La denuncia, un documento di 120 pagine depositato dai gruppi di difesa Irish Sport for Palestine, Scottish Sport for Palestine, Just Peace Advocates, Euro-Med Human Rights Monitor e Sport Scholars for Justice in Palestine, è stata inviata all’ufficio del procuratore della CPI il 16 febbraio.
Tra le parti proponenti figurano anche un gruppo di calciatori palestinesi, club palestinesi, proprietari terrieri e un’organizzazione per i diritti umani in Palestina.
Le accuse si concentrano sull’inclusione da parte della FIFA e della UEFA di “club calcistici israeliani con sede in insediamenti illegali nei territori palestinesi occupati, costruiti su terreni rubati al popolo palestinese”.
“La FIFA e la UEFA consentono a questi club di giocare nei campionati organizzati dalla Federazione calcistica israeliana e di ospitare partite sui terreni confiscati”, si legge nella dichiarazione.
“Forniscono inoltre supporto finanziario e strutturale ai club di insediamento, alcuni dei quali hanno giocato nelle competizioni organizzate dalla UEFA.”
Israele respinge le affermazioni delle Nazioni Unite e della Corte internazionale di giustizia secondo cui tutti gli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata violano il diritto internazionale.
L’ufficio del Procuratore della CPI condurrà ora un esame preliminare per stabilire se sia possibile procedere con un’indagine sulle questioni legali sollevate nella denuncia.
Alla riunione del Board of Peace il 19 febbraio, il presidente della FIFA Gianni Infantino ha annunciato una “vera partnership” tra l’organismo di governo del calcio mondiale e il Board of Peace di Trump.
Durante il genocidio a Gaza l’esercito israeliano ha ucciso 341 calciatori palestinesi. Dalla FIFA in due anni nessuna dichiarazione.

la rete non è la rete dei discorsi (delle interpretazioni)

in un nuovo “pod al popolo” (numero #077) mi sono appena interrogato sulla “catena social” e il genocidio: https://slowforward.net/2025/08/27/pap-077-la-catena-social-e-il-genocidio/
cercando di non ridurre il discorso della rete a una banale “rete dei discorsi”, bidimensionale e strumentale.

Sara Awad: “A Gaza City, stiamo dicendo addio”


L’espulsione forzata è imminente e sappiamo che questa volta potremmo non rivedere mai più le nostre case.
Per coloro a cui ancora importa, questa potrebbe essere l’ultima lettera che scrivo da Gaza City.
Ci aspettiamo che Israele emetta ufficialmente i suoi “ordini di evacuazione” da un momento all’altro. La mia amata città, Gaza, è sull’orlo di un’occupazione militare totale da parte dell’esercito israeliano. Il loro piano è di costringerci tutti a lasciare le nostre case e a trasferirci in tende nella parte meridionale della Striscia. Non sappiamo cosa accadrà a coloro che oppongono resistenza. Potremmo vivere i nostri ultimi giorni a Gaza City.
Fin dall’inizio della guerra, abbiamo sentito dire che Israele vuole occupare la nostra città e farne un insediamento per la sua popolazione. All’inizio non ci credevamo; pensavamo che questo tipo di notizie fosse una guerra psicologica. Dopotutto, avevamo già ricevuto “ordini di evacuazione” in passato e la gente era riuscita a tornare, anche se tra le rovine delle proprie case.
Il 13 ottobre, poco dopo l’inizio del genocidio, l’esercito israeliano ordinò a tutti gli abitanti di Gaza settentrionale, compresa Gaza City, di spostarsi verso sud. Gli ordini furono accompagnati da bombardamenti incessanti. A volte centinaia di persone morivano in un giorno. Centinaia di migliaia di persone fuggirono verso sud per salvarsi la vita.
Non l’abbiamo fatto. Mio padre si è rifiutato di lasciare la nostra casa, quindi siamo rimasti tutti. Abbiamo vissuto nella nostra casa per mesi, tra un dolore e una paura insopportabili. Abbiamo assistito con i nostri occhi alla distruzione del nostro quartiere.
Poi l’esercito israeliano ha isolato il nord dal sud. Gli aiuti non sono riusciti a raggiungere il nord. Da gennaio ad aprile 2024, la mia famiglia e io abbiamo vissuto i giorni più soffocanti della guerra. Eravamo affamati; passavamo le giornate a cercare qualsiasi cosa per placare la fame. A volte eravamo costretti a mangiare cibo per animali.
A gennaio di quest’anno, quando è entrato in vigore il cessate il fuoco, alla popolazione è stato permesso di tornare al nord. È stato un momento emozionante che ha dimostrato quanto noi palestinesi siamo legati alla nostra terra.
Questa volta l’atmosfera è diversa. Sembra che la minaccia di un’occupazione permanente, di una perdita definitiva, sia molto reale.
“In preparazione del trasferimento dei civili dalla zona di guerra al sud… un gran numero di tende e di rifugi potranno entrare [a Gaza]”, ha scritto su Facebook il portavoce dell’esercito israeliano Avichay Adraee.
La gente di Gaza legge questa notizia con il cuore pesante. Ci sono molte domande e poche risposte: dove fuggiremo? Quando inizierà? Qualcuno interverrà per fermare questa catastrofe?
Le persone sono sopraffatte – emotivamente, mentalmente, fisicamente, finanziariamente; non riescono più a sopportare ulteriori sofferenze.
Da quando io e la mia famiglia abbiamo sentito questo annuncio, ci siamo guardati con occhi confusi e spaventati.
Quando ho visto sui social media le immagini di tende e teloni che entravano a Gaza City, il mio cuore si è spezzato in mille pezzi. Il pensiero del mio futuro stipato in una tenda mi terrorizzava. I miei sogni sono grandi; come posso farli stare in una tenda piccola?
Ho detto a mio padre che non volevo vivere in una tenda. Le lacrime mi rigavano le guance. Mi ha guardato con impotenza negli occhi e ha detto: “Non abbiamo altra scelta, la tenda sta diventando la nostra nuova realtà”.
Non vogliamo andarcene, ma sentiamo di non avere scelta. Non pensiamo di poter sopportare ancora una volta i bombardamenti e le incessanti raffiche di colpi. Gli israeliani saranno probabilmente ancora più brutali quando invaderanno questa volta. Questa volta non sarà una punizione; sarà la distruzione totale.
Sentendo che la fine della loro città si sta avvicinando, le persone trascorrono quelli che temono possano essere i loro ultimi giorni con le loro famiglie, consumando insieme l’unico pasto della giornata. Camminano per i loro quartieri, scattando foto di sé stessi con i luoghi legati ai ricordi d’infanzia, catturando tutto ciò che potrebbe essere cancellato.
Scrivo queste parole, seduta in uno spazio di lavoro condiviso dove molti studenti e scrittori cercano di combattere la paura di ciò che li attende studiando e lavorando. Si aggrappano alla loro routine lavorativa, sperando in un po’ di normalità in mezzo a questo caos terrificante.
La gente di Gaza ama la vita, anche quando significa sopravvivere con il minimo indispensabile. Anche nei momenti più bui, troviamo sempre un modo per avere speranza, gioia e felicità.
Voglio avere speranza, ma sono anche terrorizzata: non solo dalle bombe, dagli sfollamenti forzati, dalle tende e dall’esilio. Ho terrore di essere tagliata fuori dal mondo, di essere messa a tacere.
Ho la sensazione che ciò che Israele sta preparando per noi nel sud sia un campo di concentramento in cui saremo tagliati fuori dal mondo, le nostre voci saranno soffocate, la nostra esistenza cancellata.

Non so per quanto tempo ancora le mie parole raggiungeranno il mondo esterno, perciò vorrei cogliere questa occasione per lanciare un appello.
Non dimenticatevi di me, Sara Awad, una studentessa palestinese, il cui sogno più grande è quello di terminare la laurea in letteratura inglese e diventare una giornalista professionista.
Non dimentichiamo la gente di Gaza e i suoi 2 milioni di storie di amore, dolore e perseveranza.
Non dimenticare la mia città, Gaza, un’antica metropoli, ricca di storia e cultura, piena di amore.
Non dimentichiamo con quanta tenacia abbiamo resistito e ci siamo aggrappati alle nostre case e alla nostra terra, anche quando il mondo ci aveva praticamente abbandonati.



Sara Awad

 
Sara Awad è una studentessa di letteratura inglese, scrittrice e narratrice che vive a Gaza. Appassionata di narrazioni che riguardano esperienze umane e questioni sociali, Sara usa le sue parole per far luce su storie spesso inascoltate. Il suo lavoro esplora temi di resilienza, identità e speranza in tempo di guerra.
Al Jazeera

lettera del presidente dell’arci e del presidente delle acli al ‘manifesto’ e ad ‘avvenire’

Cari direttori del Manifesto e di Avvenire,
come presidenti di due associazioni nate e cresciute in culture differenti ci troviamo a scrivere insieme consci della responsabilità di non tacere di fronte alla tragedia che si sta consumando a Gaza e in Cisgiordania.
Non intervenire nel momento in cui la diplomazia e anche solo l’umanità stanno naufragando equivale a un disimpegno morale che ci renderebbe colpevoli. Mentre l’attenzione dei media internazionali si concentra sulle mosse del presidente statunitense – tra trattative con la Russia e passerelle interne – l’espansione delle colonie israeliane illegali di Gerusalemme est prosegue indisturbata. In particolare il progetto del corridoio E1, avviato negli anni Novanta e rilanciato più volte come cardine delle politiche di occupazione israeliane sulla città e sull’intera Cisgiordania.
A queste decisioni si sommano le operazioni militari nella Striscia e l’uso sistematico della fame e della sete come strumenti di guerra contro la popolazione civile palestinese.
Ogni volta che ci siamo recati in Cisgiordania, l’enorme colonia di Ma’ale Adumim appariva più estesa, meglio collegata a Gerusalemme, con infrastrutture sempre più imponenti. In questi anni è stato portato avanti un piano progressivo e sistematico che l’attuale governo israeliano intende completare.
Le colonie non sono solo insediamenti abitativi, ma un vero e proprio sistema di controllo fatto di strade e infrastrutture interdette ai palestinesi e riservate agli israeliani. Un regime di apartheid compiuto, che priva un intero popolo di libertà di movimento, di dignità e di futuro. La Cisgiordania tagliata in due dal nuovo insediamento significherebbe l’impossibilità di collegare Betlemme e Ramallah, la cancellazione di uno Stato palestinese con continuità territoriale, l’azzeramento dello status quo di Gerusalemme che dovrebbe essere la base di qualunque accordo di pace.
Intanto la città vive mesi drammatici: strade deserte, attività commerciali chiuse, turismo azzerato e dunque meno testimoni capaci di raccontare il processo di giudaizzazione in corso. Proseguono le demolizioni di case nei quartieri di Silwan e Sheikh Jarrah: è stata abbattuta perfino la tenda del Comitato al-Bustan, simbolo della resistenza civile che tante volte abbiamo incontrato. Non siamo di fronte a novità. Lo abbiamo denunciato per anni, spesso in solitudine insieme a poche organizzazioni della società civile internazionale: era chiaro dove si voleva arrivare e quali fossero le intenzioni del governo israeliano.
Oggi, davanti all’evidenza di una Cisgiordania spezzata e di una Gerusalemme snaturata, fingere che esista ancora una trattativa credibile è un’ipocrisia. E a questo quadro si aggiunge Gaza, con bombardamenti incessanti e migliaia di vittime civili che smentiscono ogni retorica sulla sicurezza. Non è autodifesa nata dopo la tragedia del 7 ottobre, non è strategia di sicurezza: è punizione collettiva, occupazione militare, violenza sistematica contro un popolo che da decenni subisce espulsioni, assedi e massacri.
Il governo italiano, continuando a sostenere Israele senza condizioni, si rende complice di questa catastrofe. Israele oggi va sanzionata non più e non meno della Russia di Putin. Dire che non è ancora il tempo del riconoscimento politico della Palestina equivale a nascondere la testa sotto la sabbia e non riconoscere la dignità a un popolo che sta soffrendo pur di continuare a respirare sulla propria terra.
È tempo di un cambio di rotta netto e immediato: chiedere la fine degli insediamenti, la cessazione delle operazioni militari a Gaza, il rispetto del diritto internazionale e delle risoluzioni Onu, il riconoscimento pieno dello Stato di Palestina.
Come Arci e Acli non ci rassegniamo al silenzio e non accettiamo la logica dei fatti compiuti. Alziamo la voce e continueremo a farlo, perché crediamo che pace e giustizia siano inseparabili e che il futuro del popolo palestinese e di quello israeliano non possa che passare dalla fine dell’occupazione e dall’uguaglianza dei diritti.

*Presidente delle Acli, Emiliano Manfredonia
**Presidente Arci, Walter Massa

izrahell settlers are now attacking Palestinian homes and businesses in Huwara (Nablus)

Breaking: as International Court of Justice reads out order on ILLEGALITY of Israel’s occupation, Israel’s specialist terror militias (masked Jewish settlers backed by IDF / IOF) are attacking Palestinian homes & businesses in Huwara (S. Nablus, West Bank) smashing, burning, attempting to kill Palestinians

https://x.com/JalalAK_jojo/status/1814304583310508257

 

 

Intimidazioni alla CPI e continuazione dei crimini di israele contro la Popolazione Palestinese: un articolo del 2 giugno su GlobalProject

Solo un frammento (ma è importantissimo leggere l’intero articolo) da La guerra totale di Israele contro la giustizia e la solidarietà internazionale (Elisa Brunelli su GlobalProject, 2 giugno 2024):

[…]
Da quando l’ICJ ha emesso la sentenza, in soli tre mesi Israele ha ucciso almeno 8.273 palestinesi e ferendone altri 12.881. Dal 7 ottobre al 31 maggio 2024, a Gaza sono state uccise in tutto 36,370 persone, più 82,400 ferite. Questi numeri, va ricordato, sono tuttavia da considerarsi al ribasso perché includono solamente le persone giunte in ospedale e identificate dal personale sanitario. A migliaia rimangono ancora sotto le macerie, nelle strade e all’interno di fosse comuni non ancora individuate. Ad oggi, più di 10.000 persone risultano ancora disperse. 
Israele ha costretto alla fuga 900.000 Palestinesi da Gaza solo nel mese di maggio, mentre l’invasione di terra a Rafah ha portato al collasso gli ultimi settori vitali della striscia. Israele ha deliberatamente ignorato anche le disposizioni della Corte riguardanti la fornitura di aiuti, mettendo fuori servizio il settore sanitario, provocando gravissime carestie al nord e minacciandone di ulteriori nelle altre aree della striscia a seguito della presa del valico di Rafah e delle ulteriori restrizioni all’ingresso e alla distribuzione di aiuti vitali. Secondo i rapporti medici, almeno 31 persone, tra cui 27 bambini, sono morti nell’ultimo mese di denutrizione e disidratazione.
L’assedio dell’ospedale Al Shifa da parte di Israele, iniziato il 18 marzo fino al 1° aprile, ha causato la morte di almeno 400 palestinesi. Dopo il ritiro di Israele, filmati scioccanti e testimonianze hanno mostrato centinaia di cadaveri, alcuni decomposti, sparsi dentro e intorno all’ospedale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha segnalato numerose fosse comuni e molti cadaveri parzialmente sepolti, con gli arti visibili, nel complesso dell’ospedale. In altre occasioni, i carri armati israeliani hanno schiacciato i corpi a morte, impedendone l’identificazione. In altri casi è emerso che diverse persone sono state sepolte vive. Numerosi corpi rinvenuti nelle fosse mostravano inoltre segni di tortura, compresi alcuni trovati ammanettati, spogliati e sottoposti a mutilazioni.
Due giorni dopo l’ordine della Corte Internazionale di Giustizia di bloccare l’offensiva militare a Rafah, la sera del 26 maggio, gli aerei da guerra israeliani hanno colpito un rifugio dell’UNRWA che ospitava palestinesi sfollati nell’area indicata dai militari come “zona sicura” a nord-ovest di Rafah. Il bilancio è gravissimo: almeno 45 palestinesi sono stati uccisi e altri 145 sono stati feriti. I video raccapriccianti dei testimoni hanno fatto il giro del mondo: tende bruciate, corpi carbonizzati e un bambino decapitato. Quel giorno Israele ha bombardato 10 siti dell’UNRWA tra Rafah, Jabalia, Nuseirat e Gaza City che ospitavano migliaia di palestinesi sfollati. L’attacco è avvenuto in concomitanza all’approvazione a larghissima maggioranza da parte della Knesset di una bozza di legge che dichiara l’UNRWA un’organizzazione terroristica.
[…]

(https://www.globalproject.info/it/mondi/la-guerra-totale-di-israele-contro-la-giustizia-e-la-solidarieta-internazionale/24942)

*

pdf anche qui: Elisa Brunelli_ La guerra totale di Israele contro la giustizia e la solidarietà internazionale

volevate dei VERI bambini decapitati?

https://www.instagram.com/reel/C7cdWF7ABib/

beware: strong content
attenzione: contenuti forti

beware: zionist “mistakes”
attenzione: “errori” sionisti

#TheTentsMassacre #MassacroDelleTende

“un tragico errore” !!!

https://slowforward.net/2024/05/28/dip-015-un-tragico-errore/

“How many civilians did you kill?” — no reply from the israeli spokesperson

https://platform.twitter.com/widgets.js

https://x.com/AntonellaNapoli/status/1795364405791674746