Grazie a Laura Pugno e al sito hounlibrointesta.it per l’ospitalità a un testo tratto da Questioni di contenuto, sequenza in fieri. (In prosa, o … prosa spezzata). Il testo è Tranne una leggera differenza, dal 13 marzo leggibile qui.
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Grazie a Laura Pugno e al sito hounlibrointesta.it per l’ospitalità a un testo tratto da Questioni di contenuto, sequenza in fieri. (In prosa, o … prosa spezzata). Il testo è Tranne una leggera differenza, dal 13 marzo leggibile qui.
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In questo numero di “alfabeta2”, pagine dedicate a EX.IT – Materiali fuori contesto (Albinea, aprile 2013) e Poesia13 – Cantiere aperto di ricerca letteraria (Rieti, maggio 2013).
Nel dossier, testi critici di Andrea Inglese, Marco Giovenale, Massimiliano Manganelli, Andrea Cortellessa, Cetta Petrollo Pagliarani. Prose e poesie di Gherardo Bortolotti, Simona Menicocci, Luigi Severi, Fabio Teti, Alessandro Broggi (per EX.IT) e Maria Grazia Calandrone, Alessandra Cava, Renata Morresi, Laura Pugno, Sara Ventroni (per Poesia13).
“il manifesto”, 26 sett. 2012, p. 11
http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20120926/manip2pg/11/manip2pz/329200/
Il libro di Laura Pugno, La mente paesaggio, pubblicato quest’anno da Giulio Perrone nella collana inNumeri, viene forse a occupare, nel complesso dell’opera in versi dell’autrice, un posto di particolare densità tematica e insieme – senza paradosso – di marcata rarefazione e misura testuale. Ripercorrendo l’itinerario dei libri di poesia di Pugno, da Tennis (NEM 2002, con Giulio Mozzi) a Il colore oro (Le Lettere 2007) a gilgames’ (Transeuropa 2009, che anticipa una sezione qui presente, come pure fa madreperla, già nel Decimo quaderno di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 2010), si può osservare come il libro ultimissimo, ampio, da una parte confermi la misura e sapienza della sequenza di poesie brevi, in versi scolpiti in lettere minuscole, e dall’altra offra una prova ulteriore e felicemente estrema di raffreddamento, di asciuttezza, che va nel senso di un più inciso taglio (scavo nella sofferenza mai esibita) nel tessuto delle vicende attraversate.
Le visioni high-tech di Laura Pugno
dalla pagina di rassegna stampa di Sironi
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Sleepwalking, di Laura Pugno, allinea “tredici racconti visionari”: ma di visioni high-tech si tratta. Lo suggerisce anche Giulio Mozzi nel risvolto di copertina, parlando dell’autrice come di “una videocamera ad alta definizione”. In qualche modo l’intero libro consiste nel vedere-toccare dettagli taglienti ai confini di un vetro che – come nella celebre poesia di Magrelli, in Ora serrata retinae – funziona da emblema della scrittura stessa: non uno specchio ma un vetro zigrinato… dove il corpo si sgretola / e solo la sua ombra traspare / incerta ma reale.
La realtà è traslata su uno schermo che, proprio per l’elevato numero di pixel, rispetta il non detto, le latenze e ombre e smagliature di senso delle vicende. L’obiettivo, avvicinandosi al corpo osservato, lo sgretola. Anche la sospensione di alcune trame formalizza questa strategia. I racconti parlano di rapporti bloccati, o deformati dal tempo – o persi. Alcuni brani (La perfezione, L’ubbidienza) hanno respiro di romanzi, a cui però sia stato lasciato uno scheletro di intreccio, e una conclusione sfumata. L’immagine della videocamera che smarrisce i corpi a cui si avvicina è esatta al punto da divenire direttamente racconto: intitolato Ghiaccio. Non a caso ne è protagonista un restauratore impegnato …a demolire la propria memoria.
Una tecnologia raffinatissima non riempie affatto tutti i vuoti, non dà immagini di “vero”, di “pieno”. Non è realismo. Anzi mostra le tracce di scollamento della realtà percepita, i punti ciechi, i margini lisi delle esperienze. Allo stesso modo, i personaggi inventati dalla Pugno non intrecciano mai rapporti immediati tra loro e con le cose. Ognuno ha – verso vicende e oggetti e memoria – un legame ostacolato e riscritto da riti, ossessioni, alter-ego oscuri, sogni-deformazioni, oblio. Le cose avanzano verso la percezione come se l’io venisse continuamente fasciato dal sonnambulismo. Respinto in un pre-conscio che è il grande vetro di Duchamp dopo le prime crepe. Le incrinature del percepire sono parte del percipiente. L'”io” è minato dalle virgolette fino al midollo. La struttura, non solo come macchina di concetti, ma come corpo-sofferenza, fa sue quelle crepe, quei collassi e anche felici interdizioni. Con questo fabbrica sé. Di questo è materiato. (Dal vetro-arte di Duchamp che demolisce l’arte, al vetro zigrinato della doccia, normalmente duchampiano: questo è il percorso della percezione: e il secolo è il XXI, così).