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jack zipes, “la fiaba irresistibile” (donzelli, 2012)

http://www.donzelli.it/libro/2403/la-fiaba-irresistibile

dalla quarta di copertina:

Se c’è un genere che sin dalla notte dei tempi riesce a far presa sull’immaginazione degli esseri umani in ogni angolo della terra, quello è senza dubbio la fiaba. Eppure, malgrado il proliferare degli studi in materia, tuttora si stenta a ricostruirne le origini, l’evoluzione e i modi di diffusione. Perché mai la fiaba esercita da sempre un fascino irresistibile, quale che sia la forma o il mezzo attraverso cui giunge fino a noi?
Uno dei massimi studiosi a livello internazionale propone in queste pagine un originalissimo approccio allo studio della fiaba, nel tentativo di spiegare le ragioni del suo inesauribile propagarsi, fino a diventare parte essenziale delle culture di tutto il mondo, duttile al punto da prestarsi a continue reinvenzioni e ri-creazioni.
Attingendo alle scienze sociali e naturali, non meno che a quelle cognitive, alla psicologia evolutiva e alla biologia, Zipes rintraccia le origini della tradizione orale della fiaba nell’antichità, e ricostruisce la sua evoluzione dapprima nel passaggio alla scrittura e alla stampa, e via via attraverso i continui adattamenti ai nuovi mezzi di comunicazione, dal teatro al cinema, dalla tv all’animazione. In questo percorso un ruolo, spesso dimenticato, hanno avuto le donne: sia le tante raccoglitrici e narratrici di storie, sia i personaggi femminili che di queste storie, non a caso, sono protagoniste. In questo volume, un vero e proprio caposaldo della storia della fiaba, Zipes restituisce dunque spazio e voce a quella dimensione orale che solo i grandi folkloristi del XIX secolo hanno saputo valorizzare. Gli esseri umani non hanno mai smesso di raccontare storie, anche dopo l’invenzione della stampa, e disporsi ad ascoltarle è il primo passo per comprendere come mai nei secoli le fiabe ci sono divenute così familiari, quasi un’abitudine di tutti i giorni.

[replica] _ dietro le curvature

Considerate il teatro occidentale degli ultimi secoli: la sua funzione è essenzialmente quella di manifestare ciò che si ritiene segreto (i «sentimenti», le «situazioni», i «conflitti»), nascondendo gli artifici stessi di questa esteriorizzazione (i macchinari, le tele dipinte, il trucco, le sorgenti d’illuminazione). La scena all’italiana è lo spazio di questa menzogna: tutto accade in uno spazio furtivamente dischiuso, sorpreso, spiato, assaporato da uno spettatore celato nell’ombra. Questo spazio è teologico, è lo spazio della Colpa: da un lato, in una luce ch’egli finge di ignorare, sta l’attore – cioè il gesto e la parola –, dall’altro, nel buio della notte, il pubblico, ovvero la coscienza.

Roland Barthes, L’impero dei segni (1974),
tr. it. di M.Vallora, Einaudi, Torino 1984; 2004: p. 71.
Si sostituisca a «teatro» e «scena» la parola «poesia».



Da Affabulazione, di Pier Paolo Pasolini:

_

Ombra di Sofocle:

Nel teatro la parola vive di una doppia gloria,
mai essa è così glorificata. E perché?
Perché essa è, insieme, scritta e pronunciata.
È scritta, come la parola di Omero,
ma insieme è pronunciata come le parole
che si scambiano tra loro due uomini al lavoro,
o una masnada di ragazzi, o le ragazze al lavatoio,
o le donne al mercato – come le povere parole insomma
che si dicono ogni giorno, e volano via con la vita:
le parole non scritte di cui non c’è niente di più bello.
Ora, in teatro, si parla come nella vita.

[…]

Se fossi stato solo un poeta,
te lo spiegherei con le sole parole!
Ma io sono più che un poeta; perciò
le parole non mi bastano; occorre che tu,
tuo figlio, lo veda come a teatro; occorre che tu completi
l’evocazione della parola con la presenza di lui,
in carne e ossa, magari mentre nudo fa l’amore
– o qualcuno di analogo a lui e, comunque anch’esso
in carne e ossa – con le sue membra scoperte.
Devi vederlo, non solo sentirlo;
non solo leggere il testo che lo evoca,
ma avere lui stesso davanti agli occhi. Il teatro
non evoca la realtà dei corpi con le sole parole
ma anche con quei corpi stessi…

Padre:

Ebbene?

Ombra di Sofocle:

L’uomo si è accorto della realtà
solo quando l’ha rappresentata.
E niente meglio del teatro ha mai potuto rappresentarla.

[…]

Padre:

Se le parole non bastano… c’è la realtà…

 […]

*

Sono qui, in Affabulazione, offerte le stesse osservazioni – chiaramente di origine aristotelica – che Pasolini fa, a proposito del cinema, in Empirismo eretico. Il carattere ostensivo tanto del teatro quanto del cinema è in linea di massima una sorta di verità autoevidente. Come il cinema, anche il teatro – pur se in misura diversa o ridotta – presenta il reale attraverso il reale. (So bene che i valori compressi o precipitati nel verbo «presenta» sono connotati alla radice da uno sguardo maschile). (Continuo, sapendolo).

In Affabulazione siamo però – in tutta evidenza – entro un teatro del tempo, della durata cronologica, della localizzazione. Siamo nel libero uso di (o in una teoria che comunque fa riferimento a) unità aristoteliche, appunto. Né disindividuazione né fuga dalla trama né dominio dei significanti sembrano in campo. Se il padre urla (e non balbetta) in scena, anche questo urlare è un significato. La pellicola lineare, la tessitura, trama, non salta. Né si è di fronte a uno smembramento vocalico puro di qualcosa che poteva pretendere di preesistere alla distruzione. Siamo semmai all’integro, integerrimo; ci troviamo in compagnia di realia pressoché intatti, per quanto ideologicamente (dati come) corrotti, che vengono significati da altri realia ancora – non meno integrali, nelle loro caratteristiche formali. E comunicative.

Comunicano, fra l’altro la realtà della regalità del figlio. Il regicida, nel rovesciamento pasoliniano, è infatti il padre. Il padre abbatte il vitalismo non solo del proprio figlio, ma di una generazione intera che si rifiuta perfino di interessarsi all’uccisione dei genitori. Il vecchio potere così anticipa, sopravanza e schiaccia il possibile o impossibile nuovo.

*

[Parentesi di domanda (a Pasolini, forse). Perché replicare – sia pure dal rovescio – la finzione quotidiana dell’impalcatura del reale, le convenzioni e convinzioni, in letteratura, in poesia? La scrittura non è semmai precisamente l’allontanamento? O, almeno, un allontanamento? È il bersaglio che si allontana e costringe l’osservatore-arciere a corrergli dietro, raddoppiando, moltiplicando la difficoltà del tiro. L’oggetto testuale è dietro un orizzonte non piatto, ma dovuto a (costituito da) una curvatura]

*

Se da un lato Pasolini e il teatro di dizione-parola-rappresentazione-realtà-contenuto (o oggi un teatro pop, o stancamente neo-artaudiano, o di narrazione) operano un raddoppiamento del reale, del reale interpretato, fanno mimesi del falso, o del costruito, dunque falsificazione al quadrato, almeno Pasolini studiava come inserire in tutto ciò il plastico (nelle troppe accezioni) che avrebbe minacciato e minato – a suo dire – quella fictio(n). Il trucco antitrucco.

Pasolini nella sua opera dava insomma, al (presunto) contenitore retorico semistabile (borghese), taluni contenuti instabili e aggressivi che supponeva lo avrebbero fatto saltare. (O: che Pasolini per primo vendeva a se stesso come capaci di farlo saltare).

Il teatro dell’aneddoto invece, quello dei contenuti-contenuti, specie se fatto da quelli che Bene chiamava caratteristi (oggi magari macchiettisti), era ed è spettacolo pieno (e spettacolo di uno spettacolo che ormai hanno/abbiamo introiettato: il falso essendo un momento di quel che chiamammo e chiamiamo vero).

A questo punto, da cosa sentire diversità? Da che punto del problema teatro far scattare la tagliola del problema per la poesia? (O: la tagliola del problema che la poesia in sé è?). (O: saranno questioni o problemi che si parlano e si implicano?).

Forse è, questo, un falso problema. O forse gli va trovata altra forma, esposizione. Personalmente qui solo un cenno:

i testi in versi e prosa portati all’Argentina il 28 marzo scorso (così come il lavoro di Babilonia Teatri, che trovo in qualche modo in risonanza) sono materiale dubbioso, dubitante; non strategicamente ma proprio originariamente umbratile/umbrifero. E, in quanto organismi, si spostano, penso: cioè non vanno verso il cosiddetto pubblico, verso i tiratori. E quell’arciere lì che già correva righe sopra [nella parentesi] deve correre ancora, e di più, se vuole anche solo individuare il segno. Per: spostarsi oltre la curvatura del discorso.

Shelter e In rebus sono testi che non vogliono fare la grazia, al pubblico, della finzione quadra a cui è già avvezzo.

prima di riproporre

prima di riproporre (tra pochi minuti) il post intitolato Dietro le curvature, uscito qualche tempo fa su slowforward e ora accresciuto con una citazione iniziale da Barthes, un cenno veloce a L’impero dei segni.

riprendendolo dopo vari anni, mi stupisco di osservare (e pure osservo) quanto questo libro di R.B. sembri riguardare precisamente

l’inconscio giapponese della scrittura (di ricerca) occidentale.

avanzando nella sua rilettura, trovo le definizioni migliori, o meno inadeguate, di tutto ciò a cui fino a ieri mi sembrava di non poter attribuire altro nome che “cambio di paradigma”.

ciò imporrebbe di citare passi molto ampi, cosa impossibile in questa sede ma da progettare in altre (non su carta).

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milano, 11 ottobre: giulia niccolai @ officina coviello

giovedì 11 ottobre ore 18:30 – via Tadino, 20 – Milano
Happy hour & reading
Giulia NiccolaiFrisbees della vecchiaia (Campanotto editore)
POEMI & OGGETTI – Poesie complete (Le Lettere)
Special guest Milli Graffi

http://www.officinacoviello.it/

http://lelettere.it/site/e_Product.asp?IdCategoria=&TS02_ID=1762

http://www.campanottoeditore.com/vedilibro.php?pagina=catalogoelencolibri.php&idlibro=2043

   

vlak

VLAK is an enormous hardback journal that acts as an international curatorial project with a broad focus on contemporary poetics, art, film, philosophy, music, science, design, politics, performance, ecology, and new media. VLAK aims to house work which explores the ramifications of contemporary culture and attempts to showcase new critical and creative methods, while driving to experiment, to synthesise, to extend—holding to the principle that a vital culture is always experimental. The journal is published annually and is connected to the people behind Equus press and the Prague microfestival.

http://vlakmagazine.wordpress.com/   http://vlakmagazine.blogspot.co.uk/

Issue 4 of VLAK will focus, apart from open, original work, on the concept of “underground cinema” – anything alternative to mainstream production, documentaries, socio-political investigative work, visually experimental stuff.

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troll thread, fourth cycle of publications

TROLL THREAD Press announces the release of the fourth cycle of publications, featuring the poets and writers:


TRISHA LOW
CHRIS SYLVESTER
JOEY YEAROUS ALGOZIN
SHIV KOTECHA
+ MAKER


The work happening now is:
 

PURGE: VOL 1. THE LAST
WILL AND TESTAMENT
OF TRISHA LOW
by TRISHA LOW

POETRY WALL STREET
by CHRIS SYLVESTER & JOEY YEAROUS ALGOZIN
OUTFITS
by SHIV KOTECHA
STILL LIFE WITH EVERY PANDA EXPRESS
FOOD ITEM THREE TIMES FOR

CHRIS ALEXANDER’S “PANDA”

by CHRIS SYLVESTER

LAZARUS PROJECT: NIGHT AND FOG

+

9/11 911 CALLS IN 911 PT. FONT

by JOEY YEAROUS ALGOZIN

MONEY
by MAKER


TROLL THREAD circulates the work happening now now.
 
TROLL THREAD claims no permanent ownership of the texts it publishes.
TROLL THREAD circulates work while it is working.

irmar: le fond des choses…

INSTITUT DES RECHERCHES MENANT A RIEN

IRMAR

LE FOND DES CHOSES: OUTILS, ŒUVRES ET PROCÉDURES.

9 et 10 octobre à Marseille
20H30 à la Cartonnerie – Friche belle de mai


Festival Actoral

teaser

site irmar


avec  Baptiste Amann / Solal Bouloudnine / Antoine Boute (en remplacement d’Andreas Catjar) / Lyn Thibault / Olivier Veillon
mise en scène   Mathieu Besset / Victor Lenoble
création lumière et régie générale Jean-Gabriel Valot – Julien Lanaud
conception du cube   Pierre Leblanc

chargée de production à la création  Marie Roche – Grand Ensemble
chargée de production diffusion  Amélie Philippe

production  L’OUTIL
co-production   T2G, CDN de Gennevilliers avec l’aide du Ministère de la Culture et de la Communication – DRAC Bourgogne, de la Ville de Dijon, du Conseil Régional de Bourgogne et le soutien de l’Athénéum, Centre Culturel Universitaire de Dijon.

CONTACT/ Amélie Philippe: 06 61 12 75 91 _ ameliephilip [at] yahoo.fr
et aussi

Les Choses: Quels enjeux pour un bilan les concernant ?

27-28 novembre à la Ménagerie de verre à Paris
Festival Les Inaccoutumés