il libro:
https://ticedizioni.com/collections/chapbooks/products/cose-e-altre-cose-fabio-lapiana
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SCARABOCCHIO SULLA PELLICOLA
Conferenza n°5 del ciclo dedicato alla mostra Gribouillage / Scarabocchio
con
Philippe-Alain Michaud
Giovedì 19 maggio – Ore 18:30
Sala Michel Piccoli, Villa Medici
Viale della Trinità dei Monti 1 – Roma (metro A Spagna)
Conferenza in francese senza traduzione
Durata: 1 ora
Evento gratuito, posti limitati.
Prenotazione anticipata obbligatoria al link
https://www.eventbrite.it/e/billets-conference-5-avec-philippe-alain-michaud-gribouille-sur-le-film-328172271097
Ultima conferenza legata alla mostra Gribouillage / Scarabocchio. Da Leonardo da Vinci a Cy Twombly in corso nei saloni di Villa Medici fino al 22 maggio 2022.
Giovedì 19 maggio alle ore 18:30 presso la Sala Michel Piccoli dell’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici, Philippe-Alain Michaud, curatore associato della stessa esibizione, approfondirà il tema dello scarabocchio d’autore sulla pellicola, rivisitando i legami tra cinema e disegno. Il relatore si baserà in particolare sulla selezione di tre film: Bouts d’essais pour un film sur Jackson Pollock, di Hans Namuth (1951); Work in progress di Teri Wehn Damisch, (1995) e La pluie (Projet pour un texte) di Marcel Broodthaers (1969). Continua a leggere
Cogolin, 5-12 luglio 1986: Festival International de Poésie de Cogolin, a cura Julien Blaine: edizione dedicata ai Novissimi, nel venticinquennale della rivoluzionaria antologia.
«Neiwiller dedica due spettacoli e un libro a Paul Klee, pittore da lui molto amato. Gli spettacoli sono Fantasmi del Mattino, del 1985, e Storia Naturale Infinita, del 1987. Spettacoli quasi completamente senza testo, che mostrano “un’arte astratta, ma con ricordi”, proprio come lo stesso Klee definiva i suoi quadri. Il libro, pubblicato nel 1988 dalla casa editrice L’Alfabeto Urbano di Napoli, si intitola Non Ho Tempo e Serve Tempo. È una riflessione sul senso del tempo che nasce dall’intersezione tra pensieri tratti dai diari di Paul Klee e pensieri suoi» (da “L’Arte Silenziosa di Antonio Neiwiller” di Marta Porzio, Rivista Culture Teatrali)
It’s the sound of the Web2 and Web3 paradigm shift reorganised using the William Burroughs cut-up technique.
https://www.nme.com/news/music/asylums-share-unhinged-new-track-crypto-klepto-3216118
rivista ancora. la puntata di Mixer Cultura del 15 febbraio ’88. andrebbe tutta trascritta (qualcuno lo ha fatto?) per rendersi conto di come e quanto l’Italia comunicante e comunicata sia il posto sbagliato per.
si può sostituire qualsiasi cosa. (come del resto i figuranti convocati a misinterpretare sarebbe stato possibile e lecito sostituirli con altri, altrettanto diafani).
Raboni stravaccato & ghignettino sul suo poltro-girello, lettore e latore del Corsera, perfino peggio della miseria di Davico Bonino. Tian che parla di “pubblico” e non gli viene da ridere. La sua spalla nemmeno va nominata, parla da sé e troppo.
ma proprio sagome disperse, irritazioni elettriche dello schermo. nel nebbione.
da ascoltare ci sono Grande, Manganaro, semmai; sarebbero stati, anzi, semmai. perché la scuola della comunicativa Rai non vi trova diletto, evidentemente. quattro battute e gli levano l’inquadratura.
allora.
presteranno orecchio – dopo più di trent’anni – i poeti e i guitti almeno a CB, che qui trascrivo da 5′ 16” in avanti? (ec)come dubitarne!
Dicevo appunto… dopo circa quattro secoli di teatro di testo a monte, ecco finalmente la scrittura di scena. Una volta il testo veniva (viene tutt’ora ahimé in occidente) riferito, si impara a memoria… Cioè è un teatro del detto, del già detto, e non del dire, e non del dire che sconfessa il detto e si sconfessa anche in quanto dire; cioè: si tende delle trappole, il dire, al dire stesso. Non è mai un dire del medesimo, comunque. Quindi: la scrittura di scena è tutto quanto non è il testo a monte. È il testo sulla scena. Il testo ha la medesima importanza che può avere il parco lampade, la musica, un pezzo di legno di cantinella qualunque, un barattolo… Questo è il testo nella scrittura di scena, chiaramente affidata alla superbia dell’attore; dell’attore in quanto soggetto, non più dell’attore in quanto io, cioè in quanto immedesimazione in un ruolo. Mi pare sia molto chiaro.
imparassero i poeti (ma non imparano) e i loro critici, e gli editori, la distinzione fra soggetto e io. non so più quante volte ripetuta, qui su slowforward e altrove.
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