Archivi categoria: testi di mg online:

Prosa in prosa e gammm.org in (non)rapporto con le avanguardie storiche

La componente di non-assertività della scrittura di ricerca che GAMMM persegue, e che il libro collettivo Prosa in prosa ha tra i suoi vari possibili fondamenti, è cruciale per marcare una distanza tra tali o analoghe esperienze di scrittura (recenti) e quelle di alcune avanguardie storiche – specie in riferimento al futurismo.

* * *

A.

Ma altri elementi possono essere elencati, e confini tracciati, anche attraverso alcune coppie oppositive: per GAMMM si parla di

  1. “Installazione” piuttosto che “performance”. (Il testo non viene – o non viene necessariamente – performato, sottolineato, convocato nell’agorà, esibito; viene semmai – al più – eseguito; non chiede dichter/poeta-dicitore “dittante”; a volte non chiede nemmeno un lettore particolarmente coinvolto, non vuole uno spettatore necessariamente-fittamente preso, o provocato, o convocato; anche considerando che, spesso, si ha in campo del materiale linguistico che non è pensato per una “lettura” lineare seriale ma per una “visione” anche superficiale e “a blocchi”, o per una lettura distratta, che salta, ecc.)
  2. Conseguenza: gradazioni di dissolvimento dell’autore=lettore, piuttosto che sua esposizione/esibizione (sia o meno spettacolare). (Questa identità è addirittura uno dei punti di fondazione del sito e ensemble di autori: si veda uno dei post con cui si inaugurava l’esperienza).
  3. Sequenza ed elenco piuttosto che narrazione; piuttosto che lirica; piuttosto che struttura (sia versale, poematica, o ragionativa, o appunto narrativa). Lo stesso paroliberismo futurista “impone” una libertà. L’elenco – freddo – ne è invece l’esatto rovescio: implica un vincolo, all’interno del quale si esperisce l’uscita da tutti i vincoli. (Manifestandosi cioè una sostanza aleatoria, volentieri, dei e dai contenuti dell’elenco).
  4. Griglia procedurale (fissa) piuttosto che dispersione/diffusione o distruzione delle forme. La procedura sostituisce le forme. Le istruzioni e gli elementi neutri annullano l’ego in tutti i modi, per altro. E, insieme, annullano il quantum di “garanzia” di “arte” (o “senso”) che l’ego del dichter volentieri emette (massime nel futurismo) a sigillo dell’opera.
  5. Concetto piuttosto che testo. Un’idea o sequenza di idee sostituisce l’“espressione”.
  6. Materiale solitamente – come detto – neutro (senza i marcatori del “poetico”) piuttosto che strutturato e connotato. Limpido, lineare, frequentemente.
  7. Freddezza gutenberghiana piuttosto che azione/agitazione teatrale e s(com)paginante.

*

B.

Se ci riflettiamo, il futurismo ha sostituito una serie di valori a un’altra serie di valori, lasciando inalterata l’assertività e il reticolo di garanzie autoriali che sottostanno all’operazione letteraria.

Ha sostituito la velocità all’indugio, l’esplosione alla suggestione, la linea stagliata alla nuance, colori e neri alle ombre, la dichiarazione alla domanda, la retorica delle maiuscole a quella delle minuscole, la grafica pubblicitaria all’ordine tipografico stabilito, il rumorismo all’onomatopea, l’umorismo alla melanconia, la frantumazione al metro, l’insistenza uninominale alla sintassi, le parole in libertà del parlato alle griglie retoriche del discorso scritto, la simultaneità alla sequenza, l’elettricità al vapore, eccetera.

Non ha – con ciò – mancato di portare nei campi delle arti alcuni elementi talvolta nuovi (velocità, maiuscole, rumore, frantumazione, chiasso) mutuati da un Ottocento iperindustrializzato ed elettrizzante che sfumava in un Novecento ancora in via di definizione.

Al contrario, gli autori di GAMMM, uscendo dalla parte opposta del tunnel (perfino post-elettronica), a chiusura di secolo e apertura di nuovo millennio, non è pensabile che intrattengano un rapporto “futuristico” con quello che – in effetti – non è nemmeno un passato prossimo ma un trapassato remoto.

Quello che soprattutto e direi felicemente a loro manca, è la “serietà” o “postura” artistica, la posa plastica, insomma, della scrittura, della dizione, e (quando càpita) della lettura in pubblico. Mancano volentieri sia il metatesto à la Tel Quel, sia il testo-testo dei vari espressionismi che fanno gongolare le analisi strutturaliste, sia l’antitesto teatrale assertivo artaudiano (sia il saggio alato-accennante di tradizione rilkiana, tanto per concludere citando campi e nomi assai differenti, ulteriori).

*

C.

La difficoltà di collocazione della “prosa in prosa” nel campo della poesia (esclùsane la presenza del verso) o nel campo della prosa, che non fa problema agli autori, fa problema invece ai critici e a vari che sono intervenuti soprattutto durante la presentazione romana del libro (febbraio 2010), perché è nel momento della lettura che la “sicurezza del segnale” testuale si sfrangia.

A un dato momento, il lettore X sentirà un cicalino di poesia dove il lettore Y avverte il battito della prosa. O viceversa.

Ci sarà dunque, nel momento della ricezione, chi percepirà netta un’attinenza alla costruzione di senso propria della poesia (sia pure in una rinnovata “poesia in prosa”), e chi percepirà un’attinenza alla prosa. Ma questo si può dire di ogni altra caratteristica di questi testi. Ci sarà chi avvertirà freddezza e chi poco sperimentalismo, chi non percepirà come sensato il gioco azzerato sulle forme, sulla metrica interna e sui suoni, e chi invece vi vedrà il nucleo del discorso.

Di tutto questo il futurismo è nemico. La natura sostanzialmente “assertiva” del futurismo – anche nelle proprie politiche di gruppo – ne fa un oggetto profondamente adatto all’univocità sia nella posizione e rappresentazione di sé (dei suoi testi) davanti al pubblico, sia nella richiesta di feedback, sia nella reazione – appunto – del lettore, sia nella “programmaticità” e non troppo alta problematicità delle poetiche.

Difficile pensare a un Marinetti che si interroga sulla natura di poesia del suo testo. Per lui è poesia, poesia nuova, l’unica poesia che si possa fare, e come tale la propone al pubblico, che la percepisce (e la accoglie o rifiuta) come tale.

*

D.

Un passaggio all’analisi testuale dimostrerà, carte alla mano, che testi – per esempio – di Bortolotti e Broggi, come di ogni altro autore dell’antologia, siano totalmente incompatibili con gli esperimenti ed “eroismi” antisintattici o grafici del futurismo. Pensiamo al linguaggio totalmente asciugato e asettico di Broggi; al continuo diminuendo delle non-avventure frammentate da Bortolotti. Pensiamo, altrimenti, all’attraversamento dei generi compiuto da Raos: dalla memoria al saggio alla poesia alla recensione: tutto nel flusso unito/discontinuo – quasi mormorante – delle Lettere nere. Nessun passo e passaggio nel suo lavoro “garantisce” (autorialmente=autoritariamente) sul passo e passaggio seguente. L’iter si fabbrica di volta in volta; al lettore è chiesto di completare spazi di non detto, di accenni; non di aderire al detto.

*

E.

Nei sei autori di Prosa in prosa ci potrà talvolta essere l’emersione di un meccanismo come il googlism, infine, assai più vicino al momento aleatorio dadaista (ma meglio ancora a Burroughs, se proprio si deve trovare un riferimento puntuale) che alle accensioni futuriste. Eppure anche l’objet trouvé dadaista non è calzante. Si parla infatti di testi non “trovati” bensì “cercati”: non “found” ma “sought”

(cfr. http://gammm.files.wordpress.com/2007/02/mohammad_soughtebook.pdf).

* * *

* * *

file pdf del presente articolo

HEALTH & ILLNESS Anthology

http://www.fieralingue.it/modules.php?name=Content

We are pleased to announce the HEALTH & ILLNESS Anthology with our felt acknowledgment to all those who sent their poems and visual work:

· Editorial – Obododimma Oha· Editorial – Anny Ballardini· Michael Rothenberg · Dennis Barone · Daniel Zimmerman & Mom · Ned Condini · Elizabeth Smither · Douglas Clark · Jeff Harrison · John M. Bennett · Tony Trigilio · Peter Ganick · Charlotte Mandel · Ingrid Wendt · Sohrab Sepehri · Geoffrey Gatza · Wendy Carlisle · Peter Ciccariello · Jim Leftwich · Marilyn Hacker · Ric Carfagne · Jessica Fiorini · George Bowering · Márton Koppány · Silvia Levenson · Jameela ‘Nishat’ · Hoshang Merchant · Halvard Johnson · Meg Withers · Christina Pacosz · Ruth Fainlight · Jerry McGuire · Jerry McGuire – 2nd part · Evelyn Posamentier · Evelyn Posamentier 2nd Part · Wendy Vardaman · Malaika King Albrecht · Grzegorz Wróblewski · Rebecca Seiferle · Luc Fierens · Helen Ruggieri · Ed Baker · Daniel Godston · David Howard · Fan Ogilvie · Christopher Flynn · Nuri Gene Cos · Penelope Scambly Schott · Alan Sondheim Part 1 · Alan Sondheim Part 2 · Alan Sondheim Part 3 · Alan Sondheim Part 4 · Alan Sondheim Part 5 · Eileen Tabios · Barry Alpert · Jean Vengua and Michael A. Fink · Kathrine Durham Oldmixon · Sarah Rae · harry k stammer · Amy MacLennan · Margo Berdeshevsky · Obiwu · Marco Giove
nale
· Tom Savage · Richard Dillon · Drew Riley · Richard M. Berlin · Sola Olatunji · Musa Idris Okpanachi · Elizabeth Oakes · Marian Veverka · Judith E. Johnson · Penny Harter · Emma Bolden · Marjory Wentworth · Obododimma Oha

The Editors

Obododimma Oha and Anny Ballardini

Due testi critici recenti

Visione, voce, dovere. Il Tiresia di Giuliano Mesa, in «Per una Critica futura» (http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/critica.htm), n. 5, feb. 2010; link al file pdf [504 Kb]: http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/PER%20UNA%20CRITICA%20FUTURA%205.pdf, pp. 32-39

Antiretorica fredda per gli autori italiani di ChapBook, recensione ai chapook di Broggi, Cavallera, Padua, in«il manifesto», 6 feb. 2010, p. 12; versione estesa, con il titolo I più recenti chapbook delle edizioni Arcipelago: Broggi, Cavallera, Padua, in Nazione indiana, dal 19 feb. 2010: link diretto: http://www.nazioneindiana.com/2010/02/19/i-piu-recenti-chapbook-delle-edizioni-arcipelago-broggi-cavallera-padua

L’ormai attestata egemonia degli autori sperimentali in Italia

È vero: il racket degli illeggibili detiene ed esercita un duro potere: radio, cinema, teatro, jets, premi, tutti i premi, liquori costosi, tirature planetarie; e intanto, i leggibili e validi languono, appartati nelle loro soffitte, con mano scarna e tremula vergano le loro storie educative, ed ogni inverno muoiono come le mosche e, non fosse la pietas dei parrocchiani, li seppellirebbero nelle fosse comuni.

Giorgio Manganelli, La letteratura come mafia, in “Quindici”, n. 9 (mar.-apr. 1968;
poi in Quindici, Feltrinelli, Milano 2008, p. 209)



Qua e là in siti web e riviste di letteratura si legge che la scrittura sperimentale, e specialmente la poesia di ricerca, sarebbe “egemone” nel nostro paese.

Trovo sia assolutamente fondato. A fatica la mattina mi faccio strada, in tram, fra gente che tiene ostentatamente aperto davanti a sé “il verri”; alcuni per tutto un viaggio in bus godono a infastidirti urlando al cellulare i propri progetti di traduzione di testi di Robert Smithson, di Kaprow, di Morris. Altri cianciano di Gysin. Viene la nausea. Cosa vogliono? Si ha la sensazione di essere circondati. Si ha questa sensazione, ogni giorno.

Non se ne può più di questi bestseller del cutup. Così come trovo “indegno di un paese civile” (credo si dicesse così, prima che gli Egemoni bandissero espressioni simili) che in edicola con il Corsera + 5 euro diano addirittura libri di Robbe-Grillet, ristampe di Isgrò, di Arno Schmidt. Basta con le prose brevi di Beckett, coi saggi su Christian Dotremont, su Gallizio.

Da Feltrinelli è letteralmente impossibile entrare senza imbattersi in scaffali e scaffali fitti di Costa, Niccolai, Cacciatore, Porta, Cagnone, Mesa, Pizzi, Toti, Reta, Beltrametti, Vicinelli, Spatola, Villa. Praticamente non ti puoi girare da nessuna parte. Villa e Burri, Burri e Villa; e Fontana. È un martellamento senza fine.

In prima e seconda serata sui teleschermi delle tv nazionali e private si sprecano ore sui cento anni di Duchamp. O sulla poesia visiva italiana degli anni Sessanta e Settanta, sui suoi rapporti con Noigandres; in radio ci decantano Blue Lion Books, il neodada, l’assurdismo, Pierre Alferi, Tao Lin, la sperimentazione a Firenze oggi, il Mulino di Bazzano ieri. Continue monografie su Julien Blaine. Su Tom Raworth. I media sono in una morsa. E il 90% del mercato librario italiano è in mano al monopolio Camera verde. Anche Mondadori cede. È di oggi l’annuncio della pubblicazione del meridiano di Lucio Saffaro.

Tentano di stare al passo.

In tv la domenica a pranzo, e nei vari inserti dei quotidiani nazionali considerati maggiori, in manifesti in discoteca, sui mezzi pubblici, nelle aule di tribunale, alla posta, per strada, per proclami pubblicitari, fin nei fogli delle messe sui banchi delle chiese, praticamente ovunque, fioccano adesivi situazionisti, valigette fluxus, traduzioni da Tarkos, da Gleize, da Bernstein, da Hejinian, non si fa che ciarlare di Langpo e Flarf, riandando penosamente a quella piovra dell’Oulipo. La versione italiana dell’antologia In the American Tree, di Ron Silliman, tradotta abbastanza tempestivamente già sul finire degli anni Ottanta da ben tre majors editoriali italiane in concorrenza, è arrivata alla ventesima ristampa. Caso più recente: le traduzioni einaudiane dei due celebri testi di Jean-Michel Espitallier, l’antologia Pièces détachées e la serie di saggi Caisse à outils, non mollano la cima delle classifiche, ormai da mesi. Non si parla d’altro. I nostri figli a scuola imparano Pagliarani a memoria. La corruzione è senza freno. Dilaga in Vaticano, addirittura. È agli ultimi colpi di lima l’enciclica di Benedetto XVI, Manent experimenta verbis, fili. Indirizzata a Nanni Balestrini.

Non c’è corsivista ed editorialista televisivo o radiofonico che non abbia pile e pile di cd di files scaricati da (o riferibili a) Ubuweb, PennSound, EPC. Sono questi i materiali che dettano il ritmo dei rotocalchi, delle colonne di terza e addirittura di prima pagina, dei mensili, dei settimanali più forti anche politicamente.

Si può dire che Rizzoli, Mondadori e Einaudi, per tacere di Bompiani, siano totalmente proni a questa deriva, a questo flusso di sperimentalismo. Non stampano che autori POL, Bleu du ciel e Green Integer. Le copertine sono da decenni ormai tutte affidate o a Magdalo Mussio o agli statunitensi ed europei che fanno nuova poesia verbovisiva o asemic writing. Dove sono finite le belle copertinacce kitsch di una volta, con i rami contorti se il libro è un horror, e le tinte pastello se è un rosa? Apocalisse. Sono finiti i gialli, non ci sono più giallisti, dove sono i giallisti? C’è ancora qualcuno che scrive un giallo in questo paese? Dove siete spariti tutti?

Si deve tornare alla normalità. A un qualche ordine. Come abbiamo potuto tollerare che si sia dedicato un intero paginone di Repubblica a Jeff Derksen e alla Kootenay School of Writing? Siamo alla follia. Gli editori Arcipelago e Camera verde stanno stracciando le vendite di Garzanti, Marsilio e Guanda messi insieme. Siamo a un testa a testa. Gli ex colossi non ce la fanno a tenere il campo. Tentano con ogni manovra di sottrarre spazio ed autori alle edizioni indipendenti ma egemoni. Fioccano contratti a cinque e sei zeri per autori di poesia di ricerca.

Infamanti siti come www.gammm.org sono al centro di convegni e antologie, i suoi autori scalano le classifiche dello Strega, del Campiello, del Viareggio. Non c’è incontro pubblico, specie in sedi prestigiose e in facoltà italiane drammaticamente munifiche di sovvenzioni, in cui i redattori di gammm non siano invitati a parlare, a raccontare balle sulle loro insulse traduzioni, a discettare di poesia contemporanea fingendo di lamentarsi di una disattenzione che non esiste. Scandaloso, “è semplicemente scandaloso”. Un incubo; è come chiedere un caffè, alzare gli occhi, e vedere che a sorriderti non c’è il barista ma Wittgenstein.

Non sei più sicuro di niente.

La nuova prosa ‘versus’ il Sempreuguale. (Note su G. Bortolotti: “Tecniche di basso livello”)

 

Sembra evidente, a chi osserva con attenzione una nuova onda di pagine attiva non solo in rete (principalmente via blog) ma anche in canali di editoria cartacea innovativa/coraggiosa, come ormai si stiano diffondendo perfino in Italia, dopo Francia e Stati Uniti, alcune benefiche naturalissime tipologie di scrittura non strettamente narrativa e neppure però vincolata al vetusto “poème en prose”. Si tratta di quelle vie nuove sintetizzate da Jean-Marie Gleize nella definizione, assai felice, di prosa in prosa.

Attenzione: “sembra” evidente. L’apparenza inganna: non si stanno sviluppando ora: va semmai detto che solo in anni recenti paiono trovare finalmente terreno ricettivo, interlocutori, editori, nuovo pubblico: e questo fatto dunque, questo ascolto di oggi, riverbera su di loro alcuni indici e luci di “novità”. Novità ci sono, evidenti, e ne parleremo qui; e però vanno rilevati in incipit anche i legami con una stagione solida di avanguardie (gli anni dei Novissimi, per dire) che, a differenza di quanto accaduto altrove, sembravano fino a ieri in Italia spezzate, interrotte per varie ragioni. (Tra tante, la morte in meno di un ventennio di riferimenti nodali come Porta, Spatola, Costa, Reta, Vicinelli, Villa, Rosselli; e la conversione alla parola innamorata di molti sperimentatori, cascati a testa in giù nel bel canto).

Ma ecco una grossa differenza: se pure l’attuale nuova prosa prosegue con sue proprie connotazioni una linea di ricerca comunque nota, lo fa, adesso, abbracciando in pieno e con gusto una ‘fredda’, netta e lucida poetica della chiarezza, e dell’azzeramento dei codici retorici, del significante, dei suoni in eco, ricusando con ciò quella “poetica del gingillo” linguistico (per dirla con Christophe Hanna) che ha variamente attraversato il secolo del messaggio poetico, il secolo di Jakobson. (Azzeramento che appare allora figlio di Partita, di Porta, o del Diario ottuso della Rosselli, o degli antiromanzi di Isgrò, più che delle colate laviche di Villa, Cacciatore, Toti).

La nuova prosa è Continua a leggere