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[replica] _ dietro le curvature

Considerate il teatro occidentale degli ultimi secoli: la sua funzione è essenzialmente quella di manifestare ciò che si ritiene segreto (i «sentimenti», le «situazioni», i «conflitti»), nascondendo gli artifici stessi di questa esteriorizzazione (i macchinari, le tele dipinte, il trucco, le sorgenti d’illuminazione). La scena all’italiana è lo spazio di questa menzogna: tutto accade in uno spazio furtivamente dischiuso, sorpreso, spiato, assaporato da uno spettatore celato nell’ombra. Questo spazio è teologico, è lo spazio della Colpa: da un lato, in una luce ch’egli finge di ignorare, sta l’attore – cioè il gesto e la parola –, dall’altro, nel buio della notte, il pubblico, ovvero la coscienza.

Roland Barthes, L’impero dei segni (1974),
tr. it. di M.Vallora, Einaudi, Torino 1984; 2004: p. 71.
Si sostituisca a «teatro» e «scena» la parola «poesia».



Da Affabulazione, di Pier Paolo Pasolini:

_

Ombra di Sofocle:

Nel teatro la parola vive di una doppia gloria,
mai essa è così glorificata. E perché?
Perché essa è, insieme, scritta e pronunciata.
È scritta, come la parola di Omero,
ma insieme è pronunciata come le parole
che si scambiano tra loro due uomini al lavoro,
o una masnada di ragazzi, o le ragazze al lavatoio,
o le donne al mercato – come le povere parole insomma
che si dicono ogni giorno, e volano via con la vita:
le parole non scritte di cui non c’è niente di più bello.
Ora, in teatro, si parla come nella vita.

[…]

Se fossi stato solo un poeta,
te lo spiegherei con le sole parole!
Ma io sono più che un poeta; perciò
le parole non mi bastano; occorre che tu,
tuo figlio, lo veda come a teatro; occorre che tu completi
l’evocazione della parola con la presenza di lui,
in carne e ossa, magari mentre nudo fa l’amore
– o qualcuno di analogo a lui e, comunque anch’esso
in carne e ossa – con le sue membra scoperte.
Devi vederlo, non solo sentirlo;
non solo leggere il testo che lo evoca,
ma avere lui stesso davanti agli occhi. Il teatro
non evoca la realtà dei corpi con le sole parole
ma anche con quei corpi stessi…

Padre:

Ebbene?

Ombra di Sofocle:

L’uomo si è accorto della realtà
solo quando l’ha rappresentata.
E niente meglio del teatro ha mai potuto rappresentarla.

[…]

Padre:

Se le parole non bastano… c’è la realtà…

 […]

*

Sono qui, in Affabulazione, offerte le stesse osservazioni – chiaramente di origine aristotelica – che Pasolini fa, a proposito del cinema, in Empirismo eretico. Il carattere ostensivo tanto del teatro quanto del cinema è in linea di massima una sorta di verità autoevidente. Come il cinema, anche il teatro – pur se in misura diversa o ridotta – presenta il reale attraverso il reale. (So bene che i valori compressi o precipitati nel verbo «presenta» sono connotati alla radice da uno sguardo maschile). (Continuo, sapendolo).

In Affabulazione siamo però – in tutta evidenza – entro un teatro del tempo, della durata cronologica, della localizzazione. Siamo nel libero uso di (o in una teoria che comunque fa riferimento a) unità aristoteliche, appunto. Né disindividuazione né fuga dalla trama né dominio dei significanti sembrano in campo. Se il padre urla (e non balbetta) in scena, anche questo urlare è un significato. La pellicola lineare, la tessitura, trama, non salta. Né si è di fronte a uno smembramento vocalico puro di qualcosa che poteva pretendere di preesistere alla distruzione. Siamo semmai all’integro, integerrimo; ci troviamo in compagnia di realia pressoché intatti, per quanto ideologicamente (dati come) corrotti, che vengono significati da altri realia ancora – non meno integrali, nelle loro caratteristiche formali. E comunicative.

Comunicano, fra l’altro la realtà della regalità del figlio. Il regicida, nel rovesciamento pasoliniano, è infatti il padre. Il padre abbatte il vitalismo non solo del proprio figlio, ma di una generazione intera che si rifiuta perfino di interessarsi all’uccisione dei genitori. Il vecchio potere così anticipa, sopravanza e schiaccia il possibile o impossibile nuovo.

*

[Parentesi di domanda (a Pasolini, forse). Perché replicare – sia pure dal rovescio – la finzione quotidiana dell’impalcatura del reale, le convenzioni e convinzioni, in letteratura, in poesia? La scrittura non è semmai precisamente l’allontanamento? O, almeno, un allontanamento? È il bersaglio che si allontana e costringe l’osservatore-arciere a corrergli dietro, raddoppiando, moltiplicando la difficoltà del tiro. L’oggetto testuale è dietro un orizzonte non piatto, ma dovuto a (costituito da) una curvatura]

*

Se da un lato Pasolini e il teatro di dizione-parola-rappresentazione-realtà-contenuto (o oggi un teatro pop, o stancamente neo-artaudiano, o di narrazione) operano un raddoppiamento del reale, del reale interpretato, fanno mimesi del falso, o del costruito, dunque falsificazione al quadrato, almeno Pasolini studiava come inserire in tutto ciò il plastico (nelle troppe accezioni) che avrebbe minacciato e minato – a suo dire – quella fictio(n). Il trucco antitrucco.

Pasolini nella sua opera dava insomma, al (presunto) contenitore retorico semistabile (borghese), taluni contenuti instabili e aggressivi che supponeva lo avrebbero fatto saltare. (O: che Pasolini per primo vendeva a se stesso come capaci di farlo saltare).

Il teatro dell’aneddoto invece, quello dei contenuti-contenuti, specie se fatto da quelli che Bene chiamava caratteristi (oggi magari macchiettisti), era ed è spettacolo pieno (e spettacolo di uno spettacolo che ormai hanno/abbiamo introiettato: il falso essendo un momento di quel che chiamammo e chiamiamo vero).

A questo punto, da cosa sentire diversità? Da che punto del problema teatro far scattare la tagliola del problema per la poesia? (O: la tagliola del problema che la poesia in sé è?). (O: saranno questioni o problemi che si parlano e si implicano?).

Forse è, questo, un falso problema. O forse gli va trovata altra forma, esposizione. Personalmente qui solo un cenno:

i testi in versi e prosa portati all’Argentina il 28 marzo scorso (così come il lavoro di Babilonia Teatri, che trovo in qualche modo in risonanza) sono materiale dubbioso, dubitante; non strategicamente ma proprio originariamente umbratile/umbrifero. E, in quanto organismi, si spostano, penso: cioè non vanno verso il cosiddetto pubblico, verso i tiratori. E quell’arciere lì che già correva righe sopra [nella parentesi] deve correre ancora, e di più, se vuole anche solo individuare il segno. Per: spostarsi oltre la curvatura del discorso.

Shelter e In rebus sono testi che non vogliono fare la grazia, al pubblico, della finzione quadra a cui è già avvezzo.

prima di riproporre

prima di riproporre (tra pochi minuti) il post intitolato Dietro le curvature, uscito qualche tempo fa su slowforward e ora accresciuto con una citazione iniziale da Barthes, un cenno veloce a L’impero dei segni.

riprendendolo dopo vari anni, mi stupisco di osservare (e pure osservo) quanto questo libro di R.B. sembri riguardare precisamente

l’inconscio giapponese della scrittura (di ricerca) occidentale.

avanzando nella sua rilettura, trovo le definizioni migliori, o meno inadeguate, di tutto ciò a cui fino a ieri mi sembrava di non poter attribuire altro nome che “cambio di paradigma”.

ciò imporrebbe di citare passi molto ampi, cosa impossibile in questa sede ma da progettare in altre (non su carta).

_

scott italiano?

Prometheus è un film imbarazzante. Non ho letto che rade critiche fin qui. Così, da spettatore e nient’altro, nient’altro ho fatto che vedere il film.

Direi che la maggior puntualità dimostrata da questa pellicola è la sostituzione pressoché integrale degli effetti (neanche poi eclatanti) e di una confusione adolescenziale a una qualsiasi idea, anche incoerente; a una qualsiasi scrittura (e messa in crisi della stessa). Soprattutto: a un’ipotesi di sci-fi movie di qualità.

Sembra un film bloccato, di lentezza pretenziosa (dove riesce a non far baccano). Nessun fotogramma è veramente in grado di perdersi, staccarsi dal gioco. Ma se e dove entra nel gioco, nella trama, volenterosamente imponendosi di ostacolarla, e non far trama, è perso: ma, appunto, perso male. (In un’intercapedine dove la scena non è più fumettone e però non sarà mai riflessa in noi / non sarà nuovo codice. Non la ripenseremo mai). (Quali memorabilia ne riteniamo?).

Ci sta dando indicazioni sul prossimo film? Dissemina “indizi”? Su e per Prometheus 2? Dovrebbe essere un valore, questo? Quanto scemi vengono giudicati gli spettatori dalla produzione che ha avuto la bella pensata? Quanto sprovveduto sarà mai il customer che compra questa scarpa sinistra e saltella al botteghino impaziente di farsi vendere anche la destra?

Forse è solo un esempio di mancata migrazione delle anime: Scott probabilmente ha tentato di incarnarsi in un’idea europea di fumettone, mentre tutto intorno dà (e tutti tranne lui hanno) chiara l’idea degli studios di mamma H.

Poi c’è il lato ancora più profondamente imbarazzante. Perfino italiano. (Come se il film intero fosse un poeta italiano che declama il suo cartiglio epico, mano al cuore e penna alata nel berretto).

Non so cosa ne pensano i critici, ma – per dire – vedere una regia e una sceneggiatura che mi impongono seriamente la scena di una lavatrice automatica che fa un cesareo è la perfetta traduzione in film del concetto di “flarf”. Solo che il flarf è intenzionale. Il film no. Non si accorge della propria inguardabilità. Non la vede, non la pensa.

Daccapo una neonuova nuova epica, insomma. Che non sa di far ridere. (E gli spettatori un tot avveduti, intuendolo, nemmeno ridono).

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nps – un network possibile (delle sperimentazioni) [une pièce]

NPS – network possibile delle sperimentazioni
[une pièce, un ambiente, una parte, una stanza]

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la zona rossa _ https://elazonarossa.wordpress.com/

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§

[*] il network riguarda – tendenzialmente – pagine di sperimentazione verbale, scrittura concreta, poesia visiva, asemic writing, opere a base fotografica, musica e scritture di ricerca di area principalmente italiana da tempo in legame, collaborazione, contatto. poche altre (anche se definite sperimentali).

nella prima versione (prima del 2016) non erano incluse pagine web di area statunitense, canadese, francese, eccetera. erano raccolti solo link di pagine (anche in altre lingue ma) italiane, per iniziare a delineare un network così connotato. le uniche eccezioni riguardavano (parzialmente) la scrittura asemantica e il glitch.

la struttura del post va progressivamente cambiando, tuttavia.

non intende essere una lista di link con pretese di pur lontana approssimativa completezza. in nessun modo, nemmeno in prospettiva.

*

essendo i social media – anche individuali – parte del discorso della sperimentazione, alcuni personali se ne elencano o rielencano qui:

https://www.facebook.com/differx/
+ facebook (slowforward)
whatsapp
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instagram (mg)
threads (mg)
+ discord (gammm)
+ tumblr (gammm)
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1st differx blog
twitter (mg)
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+ video slowforward
video marco giovenale
video differx
audiodifferx 1
audiodifferx 2
imgur
archive.org (slow)
archive.org (mg)

_

punto critico: primi articoli di settembre

problem solving

problemi con i testi scritti? ripetizioni qui:

http://slowforward.wordpress.com/2011/01/04/chi-ha-problemi-con-i-testi-installativi/
->http://slowforward.wordpress.com/2011/01/04/extensive-immanence/

http://slowforward.wordpress.com/2011/01/06/chi-ha-problemi-con-le-immagini-di-prosa-in-prosa/

http://eexxiitt.blogspot.it/2012/09/spiegazione-della-scrittura-di-ricerca.html

e, per chi volesse performare, qui:
http://archive.org/details/quantum-rilke-deconstruction