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Un’annotazione (leggendo un articolo sul “capitalismo linguistico”)

Segnalo l’articolo Verso il capitalismo linguistico. Quando le parole valgono oro, di Frédéric Kaplan, tradotto da Valerio Cuccaroni per “Le Monde diplomatique/ il manifesto”.

E, in particolare ne prelevo un passo:

“Quando Google prolunga una frase che avete cominciato a digitare nella barra della ricerca, non si limita a farvi guadagnare tempo: vi riconduce nel dominio della lingua che esso sfrutta, vi invita a intraprendere il cammino statistico tracciato dagli altri internauti. Le tecnologie del capitalismo linguistico spingono dunque alla regolarizzazione della lingua. E più noi ci rivolgeremo alle protesi linguistiche, lasciando che gli algoritmi correggano e prolunghino i nostri intenti, più questa regolarizzazione sarà efficace. / Nessuna teoria del complotto: l’azienda non intende modificare la lingua di proposito. La regolarizzazione qui evocata è semplicemente un effetto della logica del suo modello commerciale”.

E annoto:

Quando in letteratura si parla, dunque, di googlism e scrittura di ricerca, e di costruzione dell’inatteso, di rifiuto di farsi imporre regole pre-scritte da un certo tipo di retorica, e di passaggio oltre il paradigma, per esempio qui (in tutto il thread) oppure QUI [*], si parla anche o precisamente di strategie o di naturali — non “forzati” — stati di fatto (della scrittura) che, fra altre cose, prevedono precisamente una situazione di attraversamento e superamento della condizione sopra descritta. Attraversamento e superamento che sono per altro la costante o la (a)normale condizione della scrittura di ricerca in quanto tale, direi sempre. (Ovviamente anche extra-googlism).



[*] cito estesamente:

Quello che ho tentato di fare, tuttavia, sia con Cambio di paradigma che attraverso altre pagine negli anni pubblicate su Slowforward e altrove, e con l’imprecisione e l’imperfezione che riconosco (e che forse sono inevitabili, in primis per limiti miei; ma forse anche per l’impalpabilità di alcuni dati testuali), è stata un’operazione diversa. Ho voluto – intendo – spostare l’osservazione: staccandola dalla presa d’atto del nostro assenso all’opera o oggetto in campo, e dirigendola invece sul riverbero che su questa nostra presa d’atto veniva dal sottrarsi dell’oggetto medesimo ai nostri assensi precodificati, orientati (e non casualmente orientati).

Non sto quindi “più” parlando (anche se spesso e volentieri parlerò) di espressionismo contro lirica, o di spersonalizzazione contro soggettività, o della Bosse contro Cartier-Bresson (=Van Gogh, Trakl), eccetera. Tanto gli espressionisti quanto i lirici quanto i manovratori di pronomi terzi (me incluso) – quando “affermano” preorientando una tavola anche complessa di effetti dell’affermazione sul lettore – sono nel paradigma. Tutti gli altri, i dispersi in un territorio che mi permetto di indicare come esplorabile (senza averne già disegnato una mappa, o avendone solo abbozzi) invece no.

Che questi ultimi siano “dopo il paradigma” lo ipotizzo e al momento mi sembra proprio di poterlo sostenere. Che siano in una diversa declinazione del medesimo ambito o paradigma è cosa di cui invece dubito. (In entrambi i casi non ho certezze da vendere, ma ipotesi che vado sondando e che, alla lettura di alcuni autori spesso da me nominati, mi paiono avvalorate). (Ma: insisto: avvalorate nella e dalla lettura dei medesimi).

9 punti

che il mondo sia / fosse più vasto e complesso di quanto noialtri italiani mai potessimo eccetera eccetera, ok, si sapeva.

ma – per esempio – non immaginavo la vastità di contatti di un (piccolo) distributore di riviste e small presses che fa ponte tra berlino e zurigo e riesce a portare materiali in parecchie nazioni: http://www.mottodistribution.com.  (è solo uno dei mille siti che scopro – per mia distrazione – solo ora).

tra i referenti di questo distributore, per dire, c’è section 7 books, ossia http://www.castillocorrales.fr/section7/section7.html, a parigi. (trovo fra i testi distribuiti uno di falke pisano, artista che da tempo vive lì. e trovo saggi di eileen myles, o un post dedicato alla rivista e casa editrice svedese oei, eccetera).

ora.

in rete e su carta e su schermi diversi ultimamente si è parlato assai di distribuzione (e) di piccola editoria o “editoria di qualità”.
editoria piccola in termini di tirature e probabilmente (in italia) di lettori, ma per il resto centrale per la scrittura di ricerca e per l’arte contemporanea.

ho un’impressione (credo condivisibile) e la trascrivo: l’impressione che, in arte, e per l’arte, e in/per alcune scritture, il contesto o somma del “percettibile-come-importante” vada estendendosi straordinariamente anzi assolutamente oltre le nostre capacità di com-prensione, di restituzione cartografica entro un qualsiasi (pur ampio) panopticon, sinossi.
o meglio: sinossi non si dà. (ok: nihil sub sole ecc.)

bene. se la miglior mappatura (sappiamo che borges lo sapeva) è lo specchio, la rete dedica almeno un pugno di pixel a ogni briciola del nostro mondo (intellettuale).

la bulimia che ci agita può placarsi. specie in riferimento alla somma home+abroad. se sommiamo le iniziative (pur rade) itale e quelle estere (infinite), l’overflow ci sommerge.

se si riesce – per esempio col blog du-champ che ho recentemente inventato – a tener d’occhio contemporaneamente quasi 900 blog e siti di scrittura di ricerca, arte, mail-art, visual poetry, googlism, flarf, scrittura asemantica, fotografia, eccetera, è fuori discussione che l’espressione “tener d’occhio” vada perdendo molto del suo valore. too much information.

o no?

ecco: una buffa riflessione e presa d’atto, a questo punto, mi corre l’obbligo di fare: tante info, tanto overflow di pagine e link, un tale super-forno di alta cucina sperimentale, un oceano o più oceani di esempi, a quanto pare, non toccano il nostro paese. il mare non bagna napoli ma nemmeno roma (diciamo ostia?), genova, venezia…

alcune conseguenze o notille derivate vorrei allora trarre, da quanto appena scritto (e da quanto vado mappando su slowforward da anni, in termini di editoria e siti che si occupano di ricerca):

1) in italia il “percettibile-come-importante” è – hélas – disperatamente & esclusivamente legato all’italia medesima, e in sostanza alla grande distribuzione o alla piccola editoria che (quasi sempre) non fa ricerca [attenzione: non fa la ricerca a cui qui ci si riferisce]

2) dell’immenso e vivo e operante e pubblicante+leggibile e letto e sconfinato panopticon e universo suddetto non si ha in italia non dico cognizione, ma neppure distantissima eco di silhouette di sospetto. nulla, zero. nessun sospetto ne hanno soprattutto i lettori, gli autori, gli editori, le facoltà di lettere, i giornali e i giornaletti

3) dai punti 1 e 2 deriva una inadeguatezza stratosferica della cultura italiana tutta, anche la più avvertita e colta, rispetto a quello che si fa (e rispetto a ciò verso cui si presta attenzione) nel mondo. nel mondo della ricerca. (non in quello della “grande editoria mondiale”). da una vita ormai è così. da almeno trent’anni. tanto è vero, che un autore come david markson o un’autrice come leslie scalapino fanno in tempo a morire prima di vedersi pubblicati in italia. succederà lo stesso per bernstein, silliman, hejinian? per i più giovani sondheim, pequeno glazier, bergvall, blau duplessis? (cito volentieri autori usciti presso salt publishing)

4) dai punti 1, 2 e 3 deriva l’urgenza, per la critica e per gli editori e autori italiani che si occupano (soprattutto) di ricerca, di ridurre drasticamente l’attenzione verso gran parte della grande editoria / grande distribuzione, e valutare con assoluta severità la massa di materiali che moltissima piccola editoria (pur “di qualità”) sforna – ahilei – nelle stesse modalità e sulla identica lunghezza d’onda e nei medesimi deludenti precisi percorsi e solchi formali della grande editoria

5) nelle aree della scrittura di ricerca anglofona e francofona, a quanto so, almeno dagli anni novanta una soverchiante presenza di elementi grafici e non testuali è in pieno flooding, sta cioè allagando le nuove testualità. molto più di quanto possa aver fatto il modello o ventaglio di pratiche performative nella poesia negli anni settanta, per dire. non è chiaro cosa questo possa significare non solo sulle lunghe distanze, ma anche in riferimento all’espandersi imminente dell’e-book (e relativo mercato). ma, già che ci siamo, una domanda:

6) esisterà davvero solo e soltanto qualcosa come un “mercato”, per l’e-book? se aggeggi e readers di pdf e txt e documenti vari sono in/per tutte le tasche (anche nella forma grezza del telefonino dotato di scheda sd piena di files), e i materiali si scambiano in rete liberamente, che senso ha “vendere” un testo? o meglio: che senso avrà? attenzione: la domanda non va posta in riferimento al contesto delle nuove & vecchie scritture italiane. abbiamo appena detto in che condizioni versa l’italia. requiescat, se non intende. semmai dobbiamo pensare alla massa dei testi e delle opere (in inglese, soprattutto) che la rete già offre ora, in questo momento, gratis, in copyleft. e dobbiamo anche pensare al plurilinguismo delle generazioni che vengono. alla loro capacità di uscire – se non fisicamente – linguisticamente da questo paese, una buona volta.

7) io credo o forse spero sia decisamente urgente e sentita, per (daccapo) “la critica e gli editori (e autori) italiani”, l’esigenza di rivolgersi ai percorsi anticipati da gammm, da arcipelago, dalla collana felix e in generale dalla camera verde, o da compostxt, e con ciò l’incomprimibile tarantolante pressione a leggere “nioques” e “action poétique” e otoliths o la suddetta “oei”, o la chicago review, piuttosto che il mainstream delle edicole italiane; e che urgente sia tuttodì la foia e gioia di seguire la collana di saggistica (sulla poesia visiva ecc.) del mit, o le novità su ubuweb, o le edizioni questions théoriques, o green integer, o litmus press, e non – e mai! – la narrativa-narrativa-narrativa italiana (che, non si direbbe, ma “è” proprio narrativa, toh, quando la leggi).

8) cosa è stata per la scrittura di ricerca la breve ma generosissima vita di una casa editrice come la nuova foglio? o supernova? editori così esistono ancora, altrove. oltre a salt publishing, segnalo bookworks, o inventaire-invention, ovviamente p.o.l., o le (purtroppo interrotte, credo) edizioni di michele lombardelli e la collana fuoriformato de le lettere. cosa ha rappresentato e rappresenta “il verri”? cos’è, oggi, la attivissima kootenay school of writing?

9) in riferimento al punto 7: se soprattutto per la critica e gli editori italiani (sintetizzabili in C.E.I., conferenza episcopale italiana) non fossero poi davvero urgenti le urgenze fin qui disordinatamente dette, concluderei con la parola: pazienza. e con un giro fuori confine, al largo e alla larga (come sempre).

(replica) _ sul “verri” ora

sul “verri” n.43 che trovate da Feltrinelli ecc. (cfr. qui) esce un mio testo che si intitola Cambio di paradigma.

a quale paradigma si riferisce? a quello di una scrittura solo-lineare e solo-assertiva che ha dominato e domina e dètta regole, non solo nel mainstream ma anche in larga parte delle (degnissime, intendiamoci) esperienze derivate dalle avanguardie storiche di tutto il Novecento.

che si tratti di = che ci sia in giro un paradigma ‘cambiato’ lo dicono segnali da tutto il mondo.

che ci si “debba” (“sempre” / “talvolta”) “attenere” a tale cambiamento (o au contraire al precedente paradigma), invece, è AFFARE E COMPETENZA DELLA PRASSI INDIVIDUALE DI CIASCUNO.

[«ognuno sarà giudicato secondo le sue opere», dice Matteo]

per quel che mi riguarda, tanto per dire, sono autore di testi di paradigma e post-paradigma.

(sempre nell’ottica di quella poetica della raggiera di stili, di cui bla bla bla, troppe volte ho blaterato).

quel che a me interessava e interessa fare, sul “verri” (grazie all’ospitalità della Redazione) e nel contesto di Prosa in prosa (e di issuu/differxhost, gammm, http://issuu.com/letteregrosse, asemic, bina, differx, differx.it,  eccetera eccetera eccetera), era segnalare dei punti di differenza, di distacco, di alterità radicale rispetto ad alcune scritture correnti, all’interno e all’esterno di quella che genericamente definiamo scrittura di ricerca.

9 punti

che il mondo sia / fosse più vasto e complesso di quanto noialtri italiani mai potessimo eccetera eccetera, ok, si sapeva.

ma – per esempio – non immaginavo la vastità di contatti di un (piccolo) distributore di riviste e small presses che fa ponte tra berlino e zurigo e riesce a portare materiali in parecchie nazioni: http://www.mottodistribution.com.  (è solo uno dei mille siti che scopro – per mia distrazione – solo ora).

tra i referenti di questo distributore, per dire, c’è section 7 books, ossia http://www.castillocorrales.fr/section7/section7.html, a parigi. (trovo fra i testi distribuiti uno di falke pisano, artista che da tempo vive lì. e trovo saggi di eileen myles, o un post dedicato alla rivista e casa editrice svedese oei, eccetera).

ora.

in rete e su carta e su schermi diversi ultimamente si è parlato assai di distribuzione (e) di piccola editoria o “editoria di qualità”.
editoria piccola in termini di tirature e probabilmente (in italia) di lettori, ma per il resto centrale per la scrittura di ricerca e per l’arte contemporanea.

ho un’impressione (credo condivisibile) e la trascrivo: l’impressione che, in arte, e per l’arte, e in/per alcune scritture, il contesto o somma del “percettibile-come-importante” vada estendendosi straordinariamente anzi assolutamente oltre le nostre capacità di com-prensione, di restituzione cartografica entro un qualsiasi (pur ampio) panopticon, sinossi.
o meglio: sinossi non si dà. (ok: nihil sub sole ecc.)

bene. se la miglior mappatura (sappiamo che borges lo sapeva) è lo specchio, la rete dedica almeno un pugno di pixel a ogni briciola del nostro mondo (intellettuale).

la bulimia che ci agita può placarsi. specie in riferimento alla somma home+abroad. se sommiamo le iniziative (pur rade) itale e quelle estere (infinite), l’overflow ci sommerge.

se si riesce – per esempio col blog du-champ che ho recentemente inventato – a tener d’occhio contemporaneamente circa 650 blog e siti di scrittura di ricerca, arte, mail-art, visual poetry, googlism, flarf, scrittura asemantica, fotografia, eccetera, è fuori discussione che l’espressione “tener d’occhio” vada perdendo molto del suo valore. too much information.

o no?

ecco: una buffa riflessione e presa d’atto, a questo punto, mi corre l’obbligo di fare: tante info, tanto overflow di pagine e link, un tale super-forno di alta cucina sperimentale, un oceano o più oceani di esempi, a quanto pare, non toccano il nostro paese. il mare non bagna napoli ma nemmeno roma (diciamo ostia?), genova, venezia, per non parlare delle marche.

alcune conseguenze o notille derivate vorrei allora trarre, da quanto appena scritto (e da quanto vado mappando su slowforward da anni, in termini di editoria e siti che si occupano di ricerca):

1) in italia il “percettibile-come-importante” è – hélas – disperatamente & esclusivamente legato all’italia medesima, e in sostanza alla grande distribuzione o alla piccola editoria che (quasi sempre) non fa ricerca [attenzione: non fa la ricerca a cui qui ci si riferisce]

2) dell’immenso e vivo e operante e pubblicante+leggibile e letto e sconfinato panopticon e universo suddetto non si ha in italia non dico cognizione, ma neppure distantissima eco di silhouette di sospetto. nulla, zero. nessun sospetto ne hanno soprattutto i lettori, gli autori, gli editori, le facoltà di lettere, i giornali e i giornaletti

3) dai punti 1 e 2 deriva una inadeguatezza stratosferica della cultura italiana tutta, anche la più avvertita e colta, rispetto a quello che si fa (e rispetto a ciò verso cui si presta attenzione) nel mondo. nel mondo della ricerca. (non in quello della “grande editoria mondiale”). da una vita ormai è così. da almeno trent’anni. tanto è vero, che un autore come david markson o un’autrice come leslie scalapino fanno in tempo a morire prima di vedersi pubblicati in italia. succederà lo stesso per bernstein, silliman, hejinian? per i più giovani sondheim, pequeno glazier, bergvall, blau duplessis? (cito volentieri autori usciti presso salt publishing)

4) dai punti 1, 2 e 3 deriva l’urgenza, per la critica e per gli editori e autori italiani che si occupano (soprattutto) di ricerca, di ridurre drasticamente l’attenzione verso gran parte della grande editoria / grande distribuzione, e valutare con assoluta severità la massa di materiali che moltissima piccola editoria (pur “di qualità”) sforna – ahilei – nelle stesse modalità e sulla identica lunghezza d’onda e nei medesimi deludenti precisi percorsi e solchi formali della grande editoria

5) nelle aree della scrittura di ricerca anglofona e francofona, a quanto so, almeno dagli anni novanta una soverchiante presenza di elementi grafici e non testuali è in pieno flooding, sta cioè allagando le nuove testualità. molto più di quanto possa aver fatto il modello o ventaglio di pratiche performative nella poesia negli anni settanta, per dire. non è chiaro cosa questo possa significare non solo sulle lunghe distanze, ma anche in riferimento all’espandersi imminente dell’e-book (e relativo mercato). ma, già che ci siamo, una domanda:

6) esisterà davvero solo e soltanto qualcosa come un “mercato”, per l’e-book? se aggeggi e readers di pdf e txt e documenti vari sono in/per tutte le tasche (anche nella forma grezza del telefonino dotato di scheda sd piena di files), e i materiali si scambiano in rete liberamente, che senso ha “vendere” un testo? o meglio: che senso avrà? attenzione: la domanda non va posta in riferimento al contesto delle nuove & vecchie scritture italiane. abbiamo appena detto in che condizioni versa l’italia. requiescat. semmai dobbiamo pensare alla massa dei testi e delle opere (in inglese, soprattutto) che la rete già offre ora, in questo momento, gratis, in copyleft. e dobbiamo anche pensare al plurilinguismo delle generazioni che vengono. alla loro capacità di uscire – se non fisicamente – linguisticamente da questo paese, una buona volta.

7) io credo o forse spero sia decisamente urgente e sentita, per (daccapo) “la critica e gli editori (e autori) italiani”, l’esigenza di rivolgersi ai percorsi anticipati da gammm, da arcipelago, dalla collana felix e in generale dalla camera verde, o da compostxt, e con ciò l’incomprimibile tarantolante pressione a leggere “nioques” e “action poétique” e otoliths o la suddetta “oei”, o la chicago review, piuttosto che il mainstream delle edicole italiane; e che urgente sia tuttodì la foia e gioia di seguire la collana di saggistica (sulla poesia visiva ecc.) del mit, o le novità su ubuweb, o le edizioni questions théoriques, o green integer, o litmus press, e non – e mai! – la narrativa-narrativa-narrativa italiana (che, non si direbbe, ma “è” proprio narrativa, toh, quando la leggi).

8) cosa è stata per la scrittura di ricerca la breve ma generosissima vita di una casa editrice come la nuova foglio? o supernova? editori così esistono ancora, altrove. oltre a salt publishing, segnalo bookworks, o inventaire-inventions, ovviamente p.o.l., o le (purtroppo interrotte, credo) edizioni di michele lombardelli e la collana fuoriformato de le lettere. cosa ha rappresentato e rappresenta “il verri”? cos’è, oggi, la attivissima kootenay school of writing?

9) in riferimento al punto 7: se soprattutto per la critica e gli editori italiani (sintetizzabili in C.E.I., conferenza episcopale italiana) non fossero poi davvero urgenti le urgenze fin qui disordinatamente dette, concluderei con la parola: pazienza. e con un giro fuori confine (come sempre).

nel “verri” in giro ora

sul “verri” n.43 che trovate da Feltrinelli ecc. (cfr. qui) esce un mio testo che si intitola Cambio di paradigma.

a quale paradigma si riferisce? a quello di una scrittura solo-lineare e solo-assertiva che ha dominato e domina e dètta regole, non solo nel mainstream ma anche in larga parte delle (degnissime, intendiamoci) esperienze derivate dalle avanguardie storiche di tutto il Novecento.

che si tratti di = che ci sia in giro un paradigma ‘cambiato’ lo dicono segnali da tutto il mondo.

che ci si “debba” (“sempre” / “talvolta”) “attenere” a tale cambiamento (o au contraire al precedente paradigma), invece, è AFFARE E COMPETENZA DELLA PRASSI INDIVIDUALE DI CIASCUNO.

[«ognuno sarà giudicato secondo le sue opere», dice Matteo]

per quel che mi riguarda, tanto per dire, sono autore di testi di paradigma e post-paradigma.

(sempre nell’ottica di quella poetica della raggiera di stili, di cui bla bla bla, troppe volte ho blaterato).

quel che a me interessava e interessa fare, sul “verri” (grazie all’ospitalità della Redazione) e nel contesto di Prosa in prosa (e di issuu/differxhost, gammm, http://issuu.com/letteregrosse, asemic, bina, differx, differx.it,  eccetera eccetera eccetera), era segnalare dei punti di differenza, di distacco, di alterità radicale rispetto ad alcune scritture correnti, all’interno e all’esterno di quella che genericamente definiamo scrittura di ricerca.

Prosa e poesia / l’intervista uscita su “L’Ulisse” n.13

POESIA E PROSA

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ripubblico qui le mie risposte al questionario de “L’Ulisse” n. 13 (uscito ad aprile 2010):
http:// www. lietocolle.info/upload/l_ulisse_13.pdf
[link non più attivo]

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1. Qual è la sua idea di prosa? Come si definisce il suo approccio alla prosa (anche rispetto alla questione dei generi)?

La mia idea di prosa è ovviamente anche un’idea o massa-matassa non solo mia: è di fatto trasmessa, sovrascritta: è una cosa e una casa anche altrui, costantemente. Precisamente per il fatto di appartenermi, è altra, composita, giocoforza differenziale, effusa direi anzi dissipata ossia sprecata in diffrazioni, prassi e diversioni da prassi (da quelle prediffuse, usurate). È cioè una specie di gomma-somma non aritmetica e anzi mosaico o ventaglio di eredità, microlabirinti e ricodifiche, giostre in buona parte e assai volentieri disallineate dall’usuale asse e traccia playback della prosa che si legge nei libri degli editori generalisti.

(Rispetto a questi ultimi trovo, semmai, e spesso, consonanza felice fra prosa scritta mia e flusso parlato casuale, eavesdropping, banalità da bar, eccetera: però, anche lì, è il quid normante del normale a indispettirmi. Il già dato, il precompreso, il predetto, quanto si sa e si vuole già letto dall’ebetudine dello spettatore di pagina o di festa aggiornato che si fa dire da giornali e inserti cos’è che deve scandire, ritenere, immettere in chat).

Quanto a(l) “me” in abito di lettore-lettore talvolta agìto, che cioè si sa e si vuole ingenuo, ben volentieri spendo tempo sulle pagine di Bram Stoker. Per dire. Non avanzo però molto in qua nel presente, se si tratta di cose così. Stili e modi così. Racconto-racconto. Certo, uno vede il gazzettone, la tabula recensoria dei best editoriali, e si domanda: ma quale roba non è così, in scaffale? Un esercito di marchese e contesse e raccontesse fanno le gare di puntualità. Il tè si serve alle cinque spaccate. Chi c’è c’è. (Ci stanno tutti).

Al posto della “figura dell’editor”, a una rimota et aliena omai intellezione bisognerebbe più tosto un auditor. Un udente tacito. Bene, non v’ha. (Bene non v’ha).

E gli autori, che fanno? Gli autori, gestori gestiti, giovani holding, si fanno demoltiplicare dalle x fisse che moltiplicano il mercato. È storia vecchia, di vecchi razzi, vecchi trucchi e gare tra mondi, poli, blocchi. E più gli alfabetieri sono prossimi già per loro VIRTVS allo zero, più certo è che partono avvantaggiati. Alleati naturali dell’attrito mancante, della veloce rotazione-turnazione delle faccette sul blogscaffale.

Insomma. Continua a leggere