Archivi tag: Joseph Beuys

a pescara, dall’8 luglio: “stills of peace” / “la vita è un’altra cosa”, materiali dalla collezione garrera

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a milano: “fluxus, arte per tutti” (dalla collezione luigi bonotto)

da ArteMagazine:

https://artemagazine.it/2022/11/22/museo-novecento-di-milano-fluxus-arte-per-tutti-edizioni-italiane-dalla-collezione-luigi-bonotto/

In mostra sono esposte edizioni di: Eric Andersen, Ay-O, Joseph Beuys, George Brecht, John Cage, Giuseppe Chiari, Philip Corner, Willem De Ridder, Jean Dupuy, Robert Filliou, Albert M. Fine, Henry Flynt, Ken Friedman, Al Hansen, Geoffrey Hendricks, Dick Higgins, Joe Jones, Allan Kaprow, Milan Knizak, Alison Knowles, Jackson Mac Low, George Maciunas, Walter Marchetti, Jonas Mekas, Larry Miller, Charlotte Moorman, Claes Oldenburg, Yoko Ono, Nam June Paik, Ben Patterson, Dieter Roth, Takako Saito, Tomas Schmit, Carolee Schneemann, Mieko Shiomi, Gianni-Emilio Simonetti, Daniel Spoerri, Ben Vautier, Wolf Vostell, Robert Watts, Emmett Williams e altri.

articolo completo e informazioni qui: https://artemagazine.it/2022/11/22/museo-novecento-di-milano-fluxus-arte-per-tutti-edizioni-italiane-dalla-collezione-luigi-bonotto/

luigi bonfante su duchamp, “fountain”

Gli elementi della rivoluzione duchampiana che portano alla realizzazione sia del Grande Vetro che dei readymade sono dunque gli stessi: il rifiuto della pittura, che è fatta con l’occhio e la mano, l’innovazione radicale, lo humour e l’ironia, l’indifferenza estetica, il gioco di parole, il caso. E tutti puntano verso una stessa direzione, paradossale per un artista: mettere in dubbio l’arte; o meglio, «farla finita con l’arte», «privare l’artista della sua aura», «sminuire il suo status all’interno della società». «La parola arte significa fabbricare, fare con le mani […]. Anziché farla, io la ottengo già fatta. […] è un modo per negare la possibilità di definire l’arte.»
L’Orinatoio vuole dunque rendere impossibile definire l’arte. E lo fa mettendo in cortocircuito l’utopia della libertà assoluta d’innovazione: se si elimina qualunque autorità estetica con il motto “niente giuria, niente premi”, s’impedisce sì, nel modo più drastico, che il passato limiti la libertà creativa, ma si legittima anche l’idea che chiunque possa essere artista e qualunque cosa egli proponga possa essere “opera”. Negli anni sessanta l’eredità di Fountain produrrà anche slogan come quello del movimento Fluxus “Tutto è arte e chiunque la può fare”, che troverà forti risonanze nello spirito di quel tempo e in molte esperienze artistiche coeve. Per esempio in Joseph Beuys, che criticherà Duchamp per aver abbandonato l’arte senza aver tratto la logica conclusione del suo gesto, cioè che «ogni essere umano è un artista».
Ma Duchamp era un dandy ironico e un individualista radicale, estimatore dell’Unico di Stirner. Basta pensare al Grande Vetro per capire che la sua produzione, così esoterica, enigmatica e sfuggente, ha ben poco a che fare con l’utopia di Beuys. Del resto, lo dirà esplicitamente: «L’individuo artista esiste, è esistito ed esisterà sempre, ma in quantità molto ristrette».
Anche se la rivoluzione di Duchamp (come quella di molte avanguardie del Novecento a partire dal Dadaismo) ha come conseguenza il dissolvimento del confine tra arte e vita, con Fountain egli non vuol dimostrare che tutto è arte e che quindi tutti possono essere artisti. Il suo primo, evidente intento è la dissacrazione dell’arte, di quell’arte che riteneva troppo “retinica” e troppo legata alla figura demiurgica dell’artista e al gusto. Il gusto è un’abitudine, diceva: «Se si ripete più volte qualcosa, si trasforma in gusto». Per questo si era messo a fare cose che sarebbe stato impossibile o assai difficile rinchiudere in qualche abitudine di pensiero, in qualche significato prestabilito. L’Orinatoio è l’esito più esplicito, caustico e ironico di questa dissacrazione dell’arte. Una dissacrazione che non corrisponde però all’antiarte del Dadaismo, perché l’antiartista, per Duchamp, è come un ateo: crede in negativo. Invece lui è uno scettico ironico, una mente cartesiana e corrosiva che dubita di tutto e non prende niente sul serio, a cominciare dall’arte stessa, che non vuole distruggere, ma appunto dissacrare: toglierle l’aura di superiorità, il carisma spirituale. Per questo ama definirsi “anartista”. A questo punto è evidente che l’opera più influente del Novecento non è un’opera d’arte, innanzitutto perché non rientra nel significato di “arte” elaborato dalla nostra cultura, per il quale bellezza ed emozione estetica sono concetti essenziali. Invece di suscitare emozione estetica, Fountain stimola domande di tipo filosofico: cosa fa di un oggetto un’opera d’arte? È davvero indispensabile che siano la mano, l’occhio e il gusto soggettivo dell’artista? Non potrebbe essere semplicemente il gesto mentale di scegliere qualcosa? (In fondo anche i tubetti di colore, arriverà a dire Duchamp, sono dei readymade scelti dal pittore.) In questo senso, anche se ironia, paradosso e ambiguità rendono inafferrabile il gesto di liberazione del readymade, si potrebbe dire che Fountain non è un’opera d’arte perché è un’opera sull’arte, un oggetto che stimola riflessioni sulla natura e il senso dell’arte stessa.

Luigi Bonfante CATASTROFE UNO. Duchamp e la spora aliena. Fountain, 1917-1963, in Catastrofi d’arte. Storie di opere che hanno diviso il Novecento, Johan & Levi editore, 2019

“territories of waste” @ museum tinguely (basel)

Sandro Ricaldone

TERRITORIES OF WASTE
On the Return of the Repressed
Museum Tinguely – Basel
September 14, 2022–January 8, 2023

Artists: Arman, Helène Aylon, Lothar Baumgarten, Anca Benera & Arnold Estefán, Joseph Beuys, Rudy Burckhardt, Carolina Caycedo, Revital Cohen & Tuur Van Balen, Julien Creuzet, Agnes Denes, Douglas Dunn, Julian Aaron Flavin, Nicolás García Uriburu, Hans Haacke, Eric Hattan, Eloise Hawser, Fabienne Hess, Barbara Klemm, Max Leiß, Diana Lelonek, Jean-Pierre Mirouze, Hira Nabi, Otobong Nkanga, Otto Piene, realities:united, Romy Rüegger, Ed Ruscha, Tita Salina & Irwan Ahmett, Tejal Shah, Mierle Laderman Ukeles, Raul Walch, Pinar Yoldaş.

Curator: Dr. Sandra Beate Reimann

The current planetary crisis has ensured that the proliferation of environmental pollutants has once more become a focus of artistic practice, alongside climate change and mass extinction. The group exhibition Territories of Waste at Museum Tinguely focuses attention on this contemporary artistic engagement and asks where such discussions are taking place today, as well as taking a new look from this perspective at the art of the second half of the 20th century. The group show is intended as an accumulation or gathering of many voices that takes the dynamically mixed quality of waste seriously as a structuring concept. The exhibition spreads out like a landscape and is connected by main themes that run through it like a network.

In the 1960s, the artists of Nouveau Réalisme and Junk Art (including Jean Tinguely) reflected the profound social and economic shift from post-war deprivation to a society based on consuming and throwing away by using trash and scrap metal as materials in their work. Whereas in the 1960s, the rubbish piling up at landfill sites and carelessly disposed of in nature was highly visible, today, in the western parts of the globalized world, it is largely invisible. A sophisticated waste economy relieves us of garbage and dirt, and of the remnants of our consumer lifestyle. Sorted, removed, burned, cleaned, composted, recycled, deposited in disused mines, exported—what we discard does not cease to exist, but it is out of our way.

In contemporary discourse and artistic practice, there is a focus on the hidden and repressed ecological, geological and global conditions of our consumerism. This has been accompanied by increased public awareness of the invisible micro-dimension of waste. The omnipresence of such micro-pollutants in air, soil, water and ice and in living organisms around the world—even in regions where humans have never set foot—has made a lasting impact on the way we think about nature. Today, particular interest is being focussed by artists on the territorial movements of waste within colonial geographies. Alongside the global aspects, geological factors are also being highlighted, a “geospheric” focus that reflects on the ecological dimensions of raw material extraction, especially in mining.

The territorial movements of waste are dealt with along colonial geographies that involve both the exporting of rubbish and the waste generated during raw material extraction in neo-colonial structures of exploitation. One focus here is on electronic communication devices and the metals and rare earths needed for their production.

Waste disposal today is a highly automated industry. In their structure, modern waste management facilities reflect the separation between society and what it discards. Waste and its disposal are supposed to remain as invisible as possible. At the same time, contact with waste products and the physical labour associated with cleaning are closely linked to social hierarchization, exclusion, and even stigmatization. This social dimension, including issues of race and gender, forms a second thematic focus.

Other works in the exhibition deal with the pollution of air, water and the oceans. They render visible the micro-dimension of waste, something that is not immediately apparent, and bid a firm farewell to the still prevalent romantic notion of untouched nature. Our waste is now present throughout the entire ecosphere.

Territories of Waste in the literal sense—devastated terrain, manmade wastelands, war and disaster zones—are a fourth focus. The traces of our industrialized and nuclear age have inscribed themselves into landscapes. In its double meaning of both barren, infertile land but also fallow, unused land, however, the notion of wasteland points to both loss and potential.

In another section, the exhibition goes beyond physical and geographical territories, exploring concepts of waste and cleaning in the digital sphere. What happens to files that we put in the “trash”? It turns out that even when it is deleted, data doesn’t just disappear.

Finally, with the concepts of compost, humus and cohabitation, the show explores the potential of waste for new ways of thinking and living, as well as for new alliances. These works link and traverse the fields of nature and culture, humans and their environment.

Hira Nabi, All That Perishes at the Edge of Land (still), 2019

artecinema 2021: a napoli da oggi, 15 ottobre 2021

still da “La rivoluzione siamo noi. Arte in Italia 1967/1977” (Italia, 2020), regia di Ilaria Freccia

ARTECINEMA 2021
a cura di Laura Trisorio
Teatro San Carlo – Teatro Augusteo – Napoli
15 – 22 ottobre 2021
In programma, in questa 26esima edizione, 24 film – divisi nelle tre sezioni: arte e dintorni, architettura e design, fotografia – all’80% in anteprima nazionale, con alcuni titoli in anteprima mondiale. Tra gli artisti documentati in rassegna: Marina Abramovic, Joseph Beuys, Alighiero Boetti, Christian Boltanski, Albrecht Dürer, Lucio Fontana, Helmut Newton, Pino Pascali, Michael Rakowitz, Eugenio Tibaldi, John Wood & Paul Harrison, gli architetti Alvar Aalto ed Ettore Sottsass.

Infine il film su Man Ray, ripreso nel 1937 durante le vacanze ad Antibes, con gli amici Pablo Picasso, Dora Maar, Paul Eluard, Lee Miller. Durante quell’estate, Man Ray e la sua giovane compagna Ady Fidelin, incontrano infatti un gruppo di amici all’Hôtel Vaste Horizon, nel villaggio di Mougins. Ci sono il poeta Eluard e sua moglie Nusch, Roland Penrose e la sua futura sposa Lee Miller, Picasso e Dora Maar: Man Ray riprende i suoi amici con la telecamera costruendo i piccoli sketch che accompagnano la storia raccontata in questo film di François Lévy-Kuentz, dal titolo Un été à la Garoupe.

(Claudia Giraud)

 

i cento anni di joseph beuys

Nicola Brucoli, qui:
https://www.goethe.de/ins/it/it/kul/art/22205388.html

Il centenario di Joseph Beuys rappresenta un momento di ricordo e attualizzazione del suo pensiero. Diverse iniziative travalicano i confini tedeschi per unire in una grande commemorazione stati europei e internazionali. Non molto spesso, infatti, le teorie e le opere di un nostro predecessore si sposano così bene con l’attualità, disegnando un percorso lineare tra passato e presente >>>

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28 e 29 giugno, rai radio techetè: joseph beuys lo sciamano

RAI Radio Techetè, 28 e 29 giugno:
Joseph Beuys lo sciamano.
Con documenti dell’archivio radio, tra cui una puntata di Mostri sacri, programma di Radio3 con un ritratto di Beuys fatto da Achille Bonito Oliva, e un Wikiradio con Flaminio Gualdoni.

Programma a cura di Francesca Vitale

beuys a milano (dalla collezione bonotto)

È in fase di allestimento la mostra Der Fehler fängt schon an, wenn einer sich anschickt Keilrahmen und Leinwand zu kaufen presso il Teatro OUT OFF di Milano

11 maggio / 19 dicembre 2021
ingresso su prenotazione
Teatro Out Off, Milano

La mostra presenta una selezione di edizioni e poster provenienti dalla Collezione Luigi Bonotto e prende il titolo dal famoso manifesto di Joseph Beuys del 1985: Le cose iniziano ad andare male quando qualcuno va a comprare un telaio e una tela. A cura di Patrizio Peterlini.

https://www.facebook.com/events/294216058875060/

due o tre cose che so sulla prosa in prosa / michele zaffarano. 2021

Jasper Johns, Tre bandiere (1958)

Da
Claudia Crocco, La poesia in prosa in Italia. Dal Novecento a oggi, Carocci 2021:

«In questo libro manterremo una prospettiva più ampia». [sottolineatura mia]

«Questa espressione ricalca il termine “prose en prose” coniato da Jean-Marie Gleizeuno dei principali autori di poesia in prosa francese degli ultimi anni». [sottolineatura mia]

«Ponge è stato tradotto in Italia solo nel 1979 (Il partito preso delle cose, a cura di Jaqueline Risset, Einaudi); la diffusione della sua opera è un fatto recente, al quale ha contribuito l’attività divulgativa di blog come Nazione Indiana e GAMMM (cfr. ad esempio Inglese, 2010b, Inglese, 2012, e Gleize, 2014)». [sottolineature mie]

«Così come Le parti pris des choses (1942) si proponeva di rappresentare gli oggetti che compongono la realtà fisica nel modo più fedele possibile, senza filtrarli attraverso la soggettività dell’autore, la prosa in prosa contemporanea si propone di utilizzare soltanto la lingua parlata (e, dunque, la prosa) per descrivere il mondo». [sottolineatura mia]

Ecc.
E se cercassi di spiegarvi le Tre bandiere di Jasper Johns focalizzandomi sul valore dei contrasti cromatici? E se cercassi di spiegarvi le Pale di Jim Dine parlando della qualità del legno del manico? E se cercassi di farvi comprendere il significato di Vor dem Aufbruch aus Lager I di Joseph Beuys sottolineando gli aspetti grafici delle scritte sulla lavagna? E se cercassi di spiegarvi che cos’è la prosa in prosa in Italia parlandovi della poesia in prosa nel Novecento? E se cercassi di spiegarvi che cos’è un melone partendo dalla mela*?

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* (Mela rigorosamente di origine trentina.)

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