Archivi categoria: testi di mg online:

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Due articoli recenti:
>>Su critica e storiografia _ http://samgharivista.com/2013/04/05/critica-e-storiografia-piu-che-cartografia/
>>Su scritture nuove _ http://blogportbou.wordpress.com/2013/04/08/il-quarto-incluso/

Quattro non recenti:
>>Una notilla sull’asserire _ http://puntocritico.eu/?p=3575
>>Sul “cambio di paradigma” _ http://puntocritico.eu/?p=4660
>>Su Mimesi/Benjamin _ http://puntocritico.eu/?p=4446
>>Su Prosa in prosa in (non)rapporto con le avanguardie _ http://puntocritico.eu/?p=3633

E uno ‘scherzo’ del 2009:
>>http://puntocritico.eu/?p=2717

scritture di ricerca: letture pubbliche eccetera

temo non ci sia modo di spiegarsi se non ostensivamente, in tema di scritture dopo il paradigma.

al momento dunque si fa (si può fare) (anche) così:

si prende un oggetto testuale, o verbovisivo, oppure delle opere grafiche asemantiche, o interventi di carattere installativo, anche performativo, sonoro eccetera, e si passa alla condivisione: si mostra quanto si sta facendo, o si è fatto (magari, per esempio in Francia, negli ultimi trent’anni e più). si mostra quello che c’è.

si fa una lettura, un post, un incontro. (o, al limite, una serie di incontri, come nel caso di EX.IT). si fa un sito, un blog. si organizza un reading.

si mostra al lettore, all’osservatore, quel che c’è da vedere. (volendo vedere).

costui – il lettore – ne chiederà ragione. questa ragione (che tale non è) non potrà essere articolata, concessa, e dall’altra parte recepita, intesa, se il lettore non è lui per primo (in virtù di una serie di esperienze) disposto/intenzionato da una parte ad andare verso il testo, e dall’altra a osservare che già il proprio sguardo è dopo il paradigma. (lo è normalmente, nella vita di tutti i giorni: non c’è “avanguardia” e “ricerca” in tante cose post-paradigma che facciamo, vediamo, sentiamo, leggiamo, scriviamo, pensiamo, quotidianamente. non sono azioni e percezioni di tipo letterario, e allo stesso tempo si tratta di tracce di un modo di essere profondamente diverso dagli ‘standard’ – dalle dominanti – di anni o decenni addietro).

se ci si ostina a guardare il riflesso della finestra e non attraverso la finestra sarà sempre impossibile vedere cosa c’è fuori. (e viceversa, ovviamente: se si guarda soltanto fuori, non si è in grado di usare la finestra anche come non inutile specchio).

al carattere ostensivo del gesto critico sono personalmente persuaso si debba legare strettamente e indissolubilmente – in questa fase storica – il fondamento SU AUTORI NON ITALIANI.

martellanti vecchie letture e riletture di autori canonizzati italiani sono quasi inevitabilmente destinate al fallimento. forse anche in quei (magari nemmeno rari) casi in cui alcuni italiani (‘maestri’) esistano.

anche perché si tratta di letture e riletture ovviamente non svincolabili da uno storicismo che inquadra in uno e in un solo modo le avanguardie e che dunque non può proprio mettere le mani in modo competente e utile nel dopo paradigma, perché questo “dopo” quasi non parla affatto il linguaggio critico (e storicistico) italiano.

al contrario, con chi avrà attraversato – anche per excerpts – gli ultimi venti-trent’anni di scrittura anglofona e francofona (le ricerche di centinaia di autori) si stabilirà inevitabilmente, naturalmente, un dialogo.

si stabilisce: di fatto.

ripetizioni inutili di righe e temini postpuberali sul gruppo 63 o su Palazzeschi o Calvino marcano i ripetitori come non interlocutori (ovvero: come persone non disposte – loro – all’interlocuzione, al dialogo).

nel preciso momento in cui sento parlare di metatestualità neoavanguardista, o di gruppo ’93, o di eredità diretta di Sanguineti, è inevitabile correre a connotare il canale di comunicazione come poco o nulla attendibile. così – e con gioia – si passa ad altro.

(cioè a interlocutori effettivi. a soggetti meno inclini a pavlovianamente salivare beati soltanto al gong delle ultime pagine dei loro manuali di liceo dello scorso millennio).

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alteredscale, issue #3

AlteredScale.com #3

is up:
A highlight is 50 pages of heretofore unpublished poems by Bruce Andrews.
 
Featured Artist Mark Wallace–as extraordinary as he is generous to other artists.
 
Plus: Thylias Moss, Marilyn Crispell, Todd Clouser, Nina McConigley, and on and on.
 
Guest editors: Amelia Gray (fiction), Michael Jacobson (asemic writing), Mary Kasimor & Susan Lewis (poetry), and Vernon Frazer (jazz poetry videos.)
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per costa

da http://puntocritico.eu/?p=4341

Si può forse dire [attenuando: è mia cautelosa opinione sia non implausibile suggerire] che un po’ ovunque, verso la metà degli anni Sessanta, è successo qualcosa nel(la percezione del) linguaggio comune, quotidiano, che ha aperto un fronte pressoché nuovo nella poesia e nella prosa – e non solo nella scrittura di ricerca.

La parcellizzazione e le dissipazioni della (percezione della) solidità del soggetto, che ne facevano qualcosa di problematico o perfino insostenibile per gli autori della prima metà del Novecento, diventano il terreno ‘naturale’ dell’immaginazione nella seconda metà del secolo. (Quella di Chandos è così aria respirata poi da chiunque: letterato o meno).

Proprio mentre – nel secondo dopoguerra – alcuni decenni politicamente accesissimi declinano troppe certezze in termini di potere e sua distribuzione, tanta parte della poesia italiana (o per via di complessità o per via di linearità) mostra di prendere le distanze da ogni atteggiamento didascalico, parenetico. Dismette abiti egoticamente ‘crepuscolari’ ma sa tenere per fermo un “principio di esitazione” (Zublena) che non concede né al quotidiano né all’eccezionale di fissarsi in figura stagliata, e dunque “poetata”, cioè provvista di garanzie già codificate e statiche nella sensibilità ed esperienza di chi legge.

Gli autori – alcuni autori – congegnano e inventano materiali ricchissimi (e forme inedite, svincolate da molti schemi) senza pre-obbligare il lettore a identificarsi col loro sguardo, tantomeno col loro ‘ruolo’. E si rifiutano di proiettare sulla distanza che li separa dal lettore stesso l’ombra di una coesione che sanno (per tutti) inesistente. Se il corpo è un corpo-in-frammenti, l’incertezza dell’ombra è una grafia da reimparare a ogni pagina.

In questo, Corrado Costa ha rappresentato probabilmente una voce anzi la voce più divertita e affilata e persuasiva, nella scrittura italiana di quegli anni. (E dei nostri).

MG

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un fuori sincrono, forse “il”

Rapido accenno allo strepitoso fuori sincrono della nostra letteratura in versi rispetto ad altri segmenti della produzione di senso (tipo: arte contemporanea, tecnologie) su questo pianeta. In questo frangente storico.

Sembra a me che il flarf irriflesso italiano, il materiale poetico kitsch e gioiosamente assertivo che facebook e i blog immettono in rete – specie sotto lo stendardo populista della chiarezza e della “comunicazione” – gareggino con la politica italiana nel mettersi in luce davanti agli storici (e al boato delle risate) che verranno.

Se in Francia, in Olanda, in Svezia, negli USA o in Inghilterra entriamo in un negozio di telefonini o in una galleria d’arte, e facciamo lo stesso in Italia, possiamo avvertire “tra qui e lì” uno scarto di qualche grado di gusto, un gap di qualche mese in avanti o indietro (senza fissità e certezze da storicisti vecchia maniera).

MA se entriamo in libreria lo scarto diventa di trenta-quarant’anni e più.

Ci sono zone della libreria italiana in sincrono con la libreria straniera (i greci, i latini, l’arte, l’architettura, perfino il romanzo), e zone fuori sincrono (la poesia).

Quelle fuori sincrono da noi sono infinitamente imbarazzanti. E – noto – riguardano precisamente il pubblico dei leggenti, perfino la “classe dei colti”.

Gli altri, i lettori occasionali (che pure hanno in tasca un iPhone complessissimo, e magari al cinema sono abituati a trame intricate con effetti 3D, e se vanno al Pompidou o al MoMa non per forza escono urlando di scandalo) sono esclusi anche dall’accedere a questo fuori sincrono. Addirittura a questo.

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cursore

Ci sono elementi per considerare esaurita (nella ricerca, non nel mainstream, anzi) la fase storica che ha ospitato una posizione autoriale asseverante, assertiva (in senso non problematico, non radicalmente dubitante)? In effetti è quello che mi sembra di poter osservare, più che… asseverare.

Ma è detto altrove. È stato detto. Da molti, meglio e più che da me.

Qui semmai una nota personale.

Numerosi autori che stimo molto – specie italiani – e che rientrano pienamente nel cerchio di un modernismo, sembrano / continuano a sembrarmi interessanti senz’altro, se non indispensabili, e non penso certo sia possibile né legittimo metterli sulla fettuccia centimetrata della storia per inchiodarli a una posizione X “arretrata” rispetto a Y, … ma allo stesso tempo devo confessare che mi interessano di più altre esperienze.

Mi sembra insomma che gli (o molti degli) autori “prima del cambio di paradigma” mi chiedano di fare verso di loro un percorso che di suo impone a me lettore troppe tracce-prescrizioni (un percorso che non ha coscienza del proprio esser sovrascritto dal loro ego, umbratile e parcellizzato solo a parole: in verità del tutto adamantino, per come scrive e organizza, per come congegna la pagina).

Non trovo questa sicurezza negli autori “di dopo”. In Costa. In Tarkos. In Bordini. Non a caso questi mi persuadono integralmente.

Le petit bidon, di Tarkos, è sì un pezzo straordinariamente ben performato, in cui la voce ipercosciente dell’autore sa il fatto suo, anche su un fronte attoriale; ma – fra molte altre cose – è del tutto evidente, è addirittura tattile la sensazione della non necessità dei pezzi che comporrebbero il quadro. Tarkos funziona anche se lo prendi a martellate. E la voce è davvero staccata da se stessa, dal sé. Il testo funziona sulla carta, di suo, e anche a pezzi, non intero, comunque. (Recantorium, di Bernstein, frammentato funziona comunque, a perfezione). (Ha e non ha “struttura”). (Retro, di Costa, potrebbe durare trenta minuti, o due: nulla cambierebbe).

Al contrario, nel miglior modernismo, ora mainstream (poi spesso kitsch), tutto si tiene. Gesto conoscitivo complesso e gesto linguistico complesso si integrano, sotto il segno di quella che Giuliano Mesa chiamava “necessità” (in un articolo su “Baldus” nel 1996, poi sul “verri”, nel 2002: Il verso libero e il verso necessario): ma, allo stesso tempo, è proprio la pre-scrizione di questa necessità, e la sovraincisione della lettura altrui, a fare problema (fecondo, io credo); e a disgregarsi, felicemente, nelle scritture nuove, dopo il paradigma.

Per far posto, sostengo, a una differente ombra di necessità. A una diversa silhouette testuale, tagliata non più dalle sole mani dell’autore, secondo un modello che – pur non pregresso – poi imprime la propria necessità; semmai da un imprescrivibile cursore che oscilla tra il leggente e lo scrivente, e che non ha ancora trovato chi sappia disegnarlo, definirlo, dirlo. (Io meno di tutti).

 

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[ from here@ the Chicago Museum of Contemporary Art

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differx net/project _ http://slowforward.wordpress.com/2011/11/01/differx/

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