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“word for / word”, issue #35 is on line

http://www.wordforword.info/vol35/

featuring:

Poetry: Naomi Tarle, Nate Hoil, George Kalamaras, Adam Strauss, Ruby Reding, Andrew Merecicky, Jeff Harrison, Violet Mitchell, Paul Shumaker, Kevin O’Rourke, Jacob Schepers, Danika Stegeman LeMay

Visual Poetry: Edward Kulemin, Mark Young, Sheila Murphy, Diana Magallón, Derek Owens, Francesco Aprile, Jason N. Rodriguez, Emmitt Conklin

Special Feature: Beyond the Wall – A Visual Writing Exhibit, Edited by Tom Hibbard: Introduction, David Chirot, Reed Altemus, Cecil Touchon, Andrew Topel, Dead Sea Scroll, Hieroglyphics, Oriental Logogram, Bill DiMichele, Luc Fierens, Henri Michaux, Agnes Martin, Jim Leftwich, John M. Bennett, De Villo Sloan, Asemic Alphabet, Clarification of Visual Writing’s Connection with “Climate Change”

 

nota su vincenzo ostuni e il suo “faldone”

nota in occasione della presentazione di
Deleuze, o dell’essere chiunque chiunque
(Porto Fluviale, Roma, 30 lug. 2020)

 

Vincenzo Ostuni è – non solo per mia convinzione ma anche per studio e dimostrazione testuale da parte di più critici letterari, in particolare di Luigi Severi – forse l’unico autore contemporaneo che (in tempi post-novecenteschi e per certi aspetti post-poetici) riesce a tenere insieme le modalità della ricerca testuale più stretta, un forte letteralismo, un processo lessicalmente tellurico di interrogazione filosofica costante, e un progetto che lega tutto ciò offrendone i risultati sotto forma di vera e propria opera mondo. (E opera aperta, per le ragioni che si vedranno).

È infatti almeno a partire dall’uscita in volume di un primo segmento del suo progetto / macrotesto, il Faldone, ossia dal 2004, che appare evidente come Ostuni a questo lavori interminabilmente riprendendolo, variandolo, accrescendolo, disturbandone i confini e gli intrecci, sia ad intra che  – proiettato in segmenti futuri – ad extra.

Se è vero che un ventaglio di argomenti ritornanti nel Faldone, per evidenza di contenuti, è da riassumere con termini quali incompiutezza dell’esperienza, incompletezza del linguaggio, e cumulo di nostre incertezze percettive, va poi súbito aggiunto che questo denso e centripeto nucleo tematico diventa anzi è di fondo, per statuto formale, il vortice centrifugo che di libro in libro, di aggiornamento in aggiornamento, sgretola la stessa compibilità dell’opera (determinandone l’apertura), insieme inchiodandola all’esperienza oggettiva (dunque estendendone non senza vertigine i confini al “mondo” stesso, tutto).

MG

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esce “6070”, sugli anni sessanta e settanta, appunto: qualche appunto

space invaders
Circa dieci anni fa ho scritto un testo, “6070”, per spiegare o meglio spiegarmi alcune cose e coordinate, latitudini della percezione, longitudini delle scritture, o viceversa, che mi parevano e mi paiono legate a un decennio particolare, quello che va – precisamente – da metà anni Sessanta a metà Settanta.

Lo scritto non era mai uscito fino ad ora. Certo, è e resta incompleto, criticabile, probabilmente parziale anche nella seconda accezione del termine. E si interrompe bruscamente.

Alla fine ne ho parlato con gli amici di OperaViva, e ora si può leggere qui: https://operavivamagazine.org/6070-2/. Migliori interlocutori non penso avrei potuto avere.

Forse non condivido più l’imp(r)udenza delle mie premesse, ma – aggiungo – resto persuaso degli elementi di fondo, linguistici e politici (e di politica del linguaggio), che osservavo e annotavo.

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phonè, delirio. riascolto

Per l’ennesima volta: da riascoltare, rivedere:
https://youtu.be/zhcnHRMXZ94

In incipit la distinzione Tolomeo/Copernico (e la presa d’atto che nonostante tutto, “in vent’anni”, ancora il sistema dominante, anzi unico, almeno in Italia, è quello tolemaico).
Poi la brevissima introduzione di Maurizio Grande, molto precisa nell’enunciare la separazione e incompatibilità tra Io e soggetto. (Più che chiaramente evidente in La voce di Narciso, Il Saggiatore, 1982: cfr. la nota di M.G. riportata nelle Opere, Bompiani, 1995 e 2008 [3], pp.993-994).

Nel video soprattutto riascoltare da 4′ 35”: tutto.

Qui solo un frammento:
“il soggetto è bambino, quindi onnipotente, è un altro fatto (da non confondersi con l’io), che non rappresenta, non vuole conflittualità a teatro, non vuole dialettica non vuole mediare nulla, non vuole educare, ma soprattutto è capace di diseducare. Ecco, ecco l’indisciplina della poesia a teatro”.

responsabilità in editoria


Torno a segnalare questo video, youtu.be/fXeTQ54-Jcg, e gli ottimi interventi di tutti gli interlocutori, per Corrado Costa e per le sue poesie giovanili pubblicate da Argo (https://www.facebook.com/argoesplora/).

Inoltre, per chi fosse interessato, segnalo e sottolineo che nel video, da 38’ 33’’ a 47’ 36’’, stringo il focus dell’attenzione su alcune scelte editoriali del passato, e sul perché una certa storia della poesia contemporanea è andata (dal punto di vista appunto editoriale/distributivo) in un certo modo e non in un altro.

Non credendo alla Provvidenza, ho ancora idea che a fare la storia siano le scelte circoscritte di persone precise, o gruppi di persone, e che di queste scelte sia opportuno prima o poi che gli attori si prendano la responsabilità. (Serenamente, s’intende, ci mancherebbe). (Anche serenianamente, volendo).

maurizio grande su cb (ma sulla *letteratura*, forse, in generale) (e la poesia…)

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mi riesce difficile pensare si possa dire meglio di così, meglio di questo frammento di Maurizio Grande (su CB ovviamente).

dire così, intendo, anche per la letteratura (poesia ecc.)

parlo o parlerei insomma di una SCRITTURA SENZA SPETTACOLO.
(o, forse, meglio: una scrittura senza lo spettacolo della scrittura).

nessun io, nessun Moi, semmai “il soggetto [dell’inconscio] meno la volontà“.
(più chiaro di così si ri-muore).

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fonte dell’immagine:
https://nuovoteatromadeinitaly.sciami.com/carmelo-bene-biografia-opere/maurizio-grande-automatico-autentico-carmelo-bene-linea-dombra-1995/

gustav sjöberg’s book of poetics, “zu der blühenden allmaterie”: über die natur der poesie

Gustav Sjöberg: „zu der blühenden allmaterie“. über die natur der poesie. Matthes und Seitz Verlag, Berlin 2020

a review here (Frankfurter Allgemeine):
https://zeitung.faz.net/faz/feuilleton/2020-07-07/a9847949cb8d5ef238673a7fc6e2f572/

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Einem klassischen ästhetischen Modell zufolge formt der Künstler eine von ihm vorgefundene Materie, formt also die Natur zu Kunst, gibt der Materie Form. Die Skulptur folgt diesem Modell, aber auch die Poesie wird stets in einer solcher Perspektive gesehen. Denn was unterscheidet ein Gedicht von einem Nicht-Gedicht, die Poesie von dem, was nicht Poesie ist? Auch wenn in der Geschichte verschiedene Versuche, das Wesen der Poesie exakt zu bestimmen, sich nach und nach als unhaltbar herausgestellt haben, bleibt am Ende doch immer eine implizite Vorstellung von menschlicher Tätigkeit – der Gedanke, dass der Dichter auf irgendeine Weise die nicht poetische Materie organisiert und zu Poesie macht. Gustav Sjöberg geht in diesem poetischen Essay in Rückgriff auf Gedanken und Konzepte u. a. von Marsilio Ficino, Giordano Bruno, Dante Alighieri, Ernst Bloch der grundlegenden und auf Aristoteles zurückzuführenden Unterscheidung von Form und Materie nach sowie ihrem noch immer ungebrochenen Einfluss auf Begriffe wie »Kunst« und »Poesie«, die Sjöberg mit diesem Essay aus ihrem gedanklichen Käfig befreit.

(https://www.matthes-seitz-berlin.de/buch/zu-der-bluehenden-allmaterie.html)