da un post di Angela Di Francesca, su fb, che riporta un testo di Lia Haramlik De Feo
Pensavo a Is@aele e al futuro.
Faccio un salto indietro di una trentina d’anni: epoca degli accordi di Oslo, sono in un bar di Tel Aviv e faccio colazione con la mazzetta dei giornali Is@aeliani in lingua inglese. C’è un editoriale del Jerusalem Post molto critico con gli accordi perché, dice, fare crescere la gioventù Is@aeliana in un contesto di pace è un errore gravissimo: verrebbero su spensierati e smidollati come gli europei e incapaci di difendere il loro paese da nemici che ci saranno sempre. Bisogna assolutamente impedirlo.
E’ la mia prima volta in Is@aele e il ragionamento mi lascia perplessa. Talmente perplessa che mi è rimasto impresso, quell’editoriale di un giorno qualunque di trent’anni fa, me lo ricordo ancora.
Is@aele è questa roba qui: uno stato costruito su una premessa esistenziale, fondativa – la sicurezza permanente di una minoranza in un contesto ostile – che genera una logica di uso della forza che ha bisogno di autoalimentarsi e non ha un punto di arrivo. Ogni minaccia eliminata mostra o produce la successiva.
E’ la politica del cosiddetto “mowing the lawn”, tagliare periodicamente le capacità dei nemici sapendo che ricresceranno, perché l’alternativa – un accordo politico vero che risolva le cause del problema – richiederebbe concessioni che nessun governo Is@aeliano ha mai voluto fare. Solo che ogni ciclo di “taglio” lascia il terreno più fertile per la crescita successiva — più distruzione, più rancore, più radicalizzazione, anche più diversificazione dei movimenti di resistenza.