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Da Radio Popolare: la demolizione della sede UNRWA a Gerusalemme Est

Questa mattina le forze di sicurezza israeliane, assistite da membri del governo e del parlamento israeliano (come il ministro di estrema destra Ben Gvir) hanno iniziato a demolire la sede centrale dell’Agenzia Onu per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA) di Gerusalemme est. Si tratta dell’ultimo atto di una serie di attacchi diretti all’Unrwa e al suo lavoro con la popolazione palestinese, sia in Cisgiordania che a Gaza.

Martina Stefanoni ne ha parlato con Roland Friedrich, direttore Unrwa in Cisgiordania, che si trova in Giordania perché Israele ha impedito l’ingresso nel paese al personale internazionale dell’agenzia.

Questa mattina, verso le sette, le forze di polizia israeliane, accompagnate da dipendenti del comune di Gerusalemme e da appaltatori privati, sono entrate nella nostra sede principale, l’edificio principale degli uffici dell’UNRWA a Sheikh Jarrah, nella Gerusalemme Est occupata. Sono entrate con la forza. Hanno costretto le nostre guardie di sicurezza a farsi da parte, hanno confiscato i loro telefoni e poi hanno portato macchinari pesanti, escavatori e così via all’interno del complesso, iniziando a demolire edifici, uffici e magazzini. Le demolizioni sono ancora in corso. E stimiamo che circa due terzi dei locali siano stati demoliti. Si tratta di una violazione grave e senza precedenti del diritto internazionale. Si tratta di una struttura delle Nazioni Unite protetta dal diritto internazionale, tutelata dalla Carta delle Nazioni Unite. E ogni Stato membro è tenuto a rispettare i privilegi e le immunità delle Nazioni Unite. Si tratta di una violazione gravissima e di un incidente senza precedenti.

Avevate ricevuto qualche preavviso su cosa sarebbe successo o è stato improvviso?

Non eravamo stati informati in anticipo dei piani di demolizione del complesso. Avevamo già subito diversi accessi non autorizzati da parte delle forze di polizia israeliane all’inizio di dicembre e a gennaio. Già l’8 dicembre, le forze di polizia israeliane avevano fatto irruzione nel complesso: avevano rubato beni appartenenti all’UNRWA, issato la bandiera israeliana sopra il nostro edificio principale e strappato la bandiera delle Nazioni Unite, gettandola a terra. E negli ultimi due giorni si sono verificati altri accessi non autorizzati da parte della polizia israeliana, ma non siamo stati informati dell’intenzione o del piano di demolizione degli edifici.

In quel complesso, quante persone c’erano e che lavoro svolgevate?

Questo complesso è la sede principale dell’UNRWA in Cisgiordania. L’UNRWA opera qui fin dagli anni ‘50. È affittato dal governo giordano e continuiamo a pagare l’affitto annuale al governo giordano. E lì c’erano le sedi principali dei nostri programmi di istruzione, sanità e microfinanza. Il complesso stesso era rimasto vuoto negli ultimi 12 mesi, perché la situazione era troppo pericolosa per i nostri colleghi palestinesi.

l’intervista completa è su radiopopolare.it

lettera del presidente dell’arci e del presidente delle acli al ‘manifesto’ e ad ‘avvenire’

Cari direttori del Manifesto e di Avvenire,
come presidenti di due associazioni nate e cresciute in culture differenti ci troviamo a scrivere insieme consci della responsabilità di non tacere di fronte alla tragedia che si sta consumando a Gaza e in Cisgiordania.
Non intervenire nel momento in cui la diplomazia e anche solo l’umanità stanno naufragando equivale a un disimpegno morale che ci renderebbe colpevoli. Mentre l’attenzione dei media internazionali si concentra sulle mosse del presidente statunitense – tra trattative con la Russia e passerelle interne – l’espansione delle colonie israeliane illegali di Gerusalemme est prosegue indisturbata. In particolare il progetto del corridoio E1, avviato negli anni Novanta e rilanciato più volte come cardine delle politiche di occupazione israeliane sulla città e sull’intera Cisgiordania.
A queste decisioni si sommano le operazioni militari nella Striscia e l’uso sistematico della fame e della sete come strumenti di guerra contro la popolazione civile palestinese.
Ogni volta che ci siamo recati in Cisgiordania, l’enorme colonia di Ma’ale Adumim appariva più estesa, meglio collegata a Gerusalemme, con infrastrutture sempre più imponenti. In questi anni è stato portato avanti un piano progressivo e sistematico che l’attuale governo israeliano intende completare.
Le colonie non sono solo insediamenti abitativi, ma un vero e proprio sistema di controllo fatto di strade e infrastrutture interdette ai palestinesi e riservate agli israeliani. Un regime di apartheid compiuto, che priva un intero popolo di libertà di movimento, di dignità e di futuro. La Cisgiordania tagliata in due dal nuovo insediamento significherebbe l’impossibilità di collegare Betlemme e Ramallah, la cancellazione di uno Stato palestinese con continuità territoriale, l’azzeramento dello status quo di Gerusalemme che dovrebbe essere la base di qualunque accordo di pace.
Intanto la città vive mesi drammatici: strade deserte, attività commerciali chiuse, turismo azzerato e dunque meno testimoni capaci di raccontare il processo di giudaizzazione in corso. Proseguono le demolizioni di case nei quartieri di Silwan e Sheikh Jarrah: è stata abbattuta perfino la tenda del Comitato al-Bustan, simbolo della resistenza civile che tante volte abbiamo incontrato. Non siamo di fronte a novità. Lo abbiamo denunciato per anni, spesso in solitudine insieme a poche organizzazioni della società civile internazionale: era chiaro dove si voleva arrivare e quali fossero le intenzioni del governo israeliano.
Oggi, davanti all’evidenza di una Cisgiordania spezzata e di una Gerusalemme snaturata, fingere che esista ancora una trattativa credibile è un’ipocrisia. E a questo quadro si aggiunge Gaza, con bombardamenti incessanti e migliaia di vittime civili che smentiscono ogni retorica sulla sicurezza. Non è autodifesa nata dopo la tragedia del 7 ottobre, non è strategia di sicurezza: è punizione collettiva, occupazione militare, violenza sistematica contro un popolo che da decenni subisce espulsioni, assedi e massacri.
Il governo italiano, continuando a sostenere Israele senza condizioni, si rende complice di questa catastrofe. Israele oggi va sanzionata non più e non meno della Russia di Putin. Dire che non è ancora il tempo del riconoscimento politico della Palestina equivale a nascondere la testa sotto la sabbia e non riconoscere la dignità a un popolo che sta soffrendo pur di continuare a respirare sulla propria terra.
È tempo di un cambio di rotta netto e immediato: chiedere la fine degli insediamenti, la cessazione delle operazioni militari a Gaza, il rispetto del diritto internazionale e delle risoluzioni Onu, il riconoscimento pieno dello Stato di Palestina.
Come Arci e Acli non ci rassegniamo al silenzio e non accettiamo la logica dei fatti compiuti. Alziamo la voce e continueremo a farlo, perché crediamo che pace e giustizia siano inseparabili e che il futuro del popolo palestinese e di quello israeliano non possa che passare dalla fine dell’occupazione e dall’uguaglianza dei diritti.

*Presidente delle Acli, Emiliano Manfredonia
**Presidente Arci, Walter Massa