… Mi permetta però di farle un solenne richiamo, se non le spiace. Non si lasci incantare né trascinare da me. Ho visto casi di persone che volevano diventare «discepoli» di qualcuno, e che avevano certo tanto talento quanto il «maestro», ma che ne sono usciti inariditi. E questa è una cosa terribile. Lavorare su di me comporta due grandi inconvenienti: primo, non la aiuterà nella sua carriera universitaria, il che forse non è l’essenziale, ma è comunque rilevante; e secondo, la cosa più importante: l’opera filosofica e poetica che l’attende non deve rischiare di rimanere ancorata alla mia.
Gilles Deleuze, Lettera a Arnaud Villani, dicembre 1981.
in Lettere e altri testi. Dal 1 luglio in tutte le librerie.
Video integrale della presentazione TicTalk di “Sommario dei luoghi comuni” (ed. Aragno), di Michele Zaffarano, con Antonio Loreto, Luigi Severi, Paolo Zublena, e il coordinamento di Antonio Syxty
<< Va da sé che il proliferare delle strutture editoriali autonome, il moltiplicarsi delle modalità d’intervento pubblico, la cultura delle reti (al posto del funzionamento di gruppo), il fatto di impadronirsi di tutti gli strumenti della comunicazione contemporanea e di usarli in maniera diretta o differita, in maniera deviata ecc., fa tutto parte d’una risposta politica di fronte alla pressione del contesto. Ci costruiamo le nostre proprie capanne >>.
Jean-Marie Gleize, da Opacità critica
(2012, tr. it.: Michele Zaffarano, per gammm, 2012)
Credo che un testo come Opacità critica, di Jean-Marie Gleize, sia da considerare tutt’ora come uno strumento di base non solo per una prassi di ricerca letteraria, ma anche semplicemente per capire di cosa si parla quando si parla di ricerca in Francia. (E in Italia).
<< Se ora pensiamo alle cosiddette produzioni sperimentali o di ricerca, produzioni che, per principio, coincidono solo pochissimo o addirittura per niente con le definizioni che le istituzioni letterarie tendono a inculcare e a imporre, possiamo dire che si collocano in uno spazio che è un “punto morto”. Resta da sapere quello che possiamo fare di questa posizione >> (J.-M.G.) _
Il mondo nasconde le magie
il mondo nasconde le stregonerie
il mondo nasconde le promesse
il mondo nasconde le importanze delle promesse
il mondo nasconde le voci delle parole
il mondo nasconde le magie delle parole
il mondo è sopramesso dalle emozioni
il mondo è sopramesso dalle altrui immaginazioni TicTalk 28 giugno ore 21:00 Sommario dei luoghi comuni
(Nino Aragno, 2019, collana ‘i domani’)
di e con Michele Zaffarano
e Antonio Loreto, Luigi Severi, Paolo Zublena.
Incontri a cura di Antonio Syxty ed Emanuele Kraushaar
Già distribuzione il n. 76 del “verri”, monografico su Carlo Bordini >>>
MA, in attesa di riceverlo, ricordo il n. 75 riproducendo qui di séguito l’indice, evidenziando del tutto narcisisticamente (ma fuori di scherzo: per amor di ricerca) ce qu’on dit au poète à propos de recherche.
Leggo questo articolo su Lay0ut Magazine e rifletto: fino a un anno (che non so precisare), è esistito in rete Lost in translation (link da tempo disattivato: https://tashian.com/multibabel/), un traduttore in più lingue che usava in modo automatico il servizio BabelFish (servizio [anche] di Yahoo). Lost in translation è stato l’esercizio (e il divertimento) testuale di tutti quelli che nel mondo (mica troppi a dire il vero) tra fine anni ’90 e prima metà degli anni Zero facevano googlism. (Facevamo).
Parecchi anni dopo (BabelFish e Lost in translation non c’erano più), anche Italo Testa pubblicò un lavoro creativo di traduzione multipla, sul “verri”.
D’altro canto, l’esperimento suggerito in tempi non sospetti da Montale, e ripreso da Lay0ut, aveva avuto una realizzazione su un numero della rivista di letterature comparate di Armando Gnisci, “I Quaderni di Gaia” (quando ancora probabilmente ero in redazione). Ma parliamo dei primi anni Novanta, penso, per cui ho dimenticato tutto. Una poesia era stata tradotta in più lingue e ripresentata nella lingua originale alla fine del processo. Con quale risultato? Affé, pure questo l’ho scordato. Che disastro: lost translation, di fatto. Peace.
Leggo o ascolto, in queste settimane ma ormai da qualche anno, da parte di giovani o giovanissimi autori, testi non ironici connotati dalla più assoluta non coscienza dell’esistenza di cliché retorici e lessicali non resuscitabili se non — appunto — in forma ironica.
Rimango ovviamente di sasso, e i sassi si possono o scagliare o usare per qualche costruzione. Provo per un’ennesima volta la seconda strada.
L’invocazione o rivendicazione (che appartiene da che mondo è mondo a tutte le [ogni volta] nuove generazioni) è quella del diritto all’uso di tutto, di tutte le forme, le tradizioni, i vocaboli, i metri, i generi & degeneri. Ossia insomma tutte le cose che chiunque in prima battuta ha desiderato rivendicare all’altezza dei propri tredici-quattordici anni. Perfino con qualche carica elettrico-ormonale sensata. In fondo certe retoriche hanno centinaia di anni di storia, c’è di che emozionarsi.
Farò dunque la parte del laido Laio castrante, qualche momento prima di incontrare il mio destino, dicendo alle maestranze della fanciullezza che si tratta di errore, in una percentuale prossima a 100 su 100. Sono bellissimi i progetti di grondaie che fanno salire l’acqua, ma quando piove ti servono le altre, sennò si ingolfa il tetto e ti crolla casa.
Lessico, quindi, per prima cosa. Cosa si può fare? Accostarsi alla littéralité cercando di capire che non è il magazzino delle banalità. Evitare l’aulico, il dannunziano, ma pure l’anti-dannunzianesimo montaliano, ormai (e il “se” montaliano, per dire: ma qui siamo già alla sintassi). Tenere a debita distanza debiti e iperbati, inversioni, anafore persuasissime di colpire al cuore. Bon. Almeno questi passi, i primi dopo il girello e il sonaglino.
Per il resto, ogni ghibellino faccia la sua arte, e ogni guelfo pure. Ma per favore partendo dal minimo tollerabile.
quando si parla di postpoésie ci si può innanzitutto porre all’esterno del rigido circo dei generi letterari; e inoltre risulta del tutto legittimo parlare di qualcosa che implica e assume non soltanto altri abiti, forme, inflessioni, dimensioni, profili, ma infine identità: altri nomi. e idiomi. (si può e forse si deve dire che la dimensione idiomatica qui sopravanza tutte le altre).
quali sono questi altri nomi? questi oggetti verbali non identificati?
(non dico “nuovi”, dico “altri”). (anche se in Italia tutto sembra voler manifestarsi come nuovo, perché perfino la DC ha fatto in tempo a morire ma le forme dell’assertività letteraria ancora reggono).
epiphanies (James Joyce 1900-1904), tender buttons (Gertrude Stein 1914), tropismes (Nathalie Sarraute 1939), notes (Marcel Duchamp, pubbl. post. 1980), nioques (Francis Ponge 1983, Jean-Marie Gleize), proêmes (Ponge), textes pour rien (Samuel Beckett), antéfixes o dépôts de savoir & de technique (Denis Roche), descrizioni in atto (Roberto Roversi), verbotetture (Arrigo Lora Totino 1966), bricolages (Renato Pedio), domande a risposta multipla (John Ashbery; e cfr. Alejandro Zambra, nel nostro secolo), mobiles o boomerangs (Michel Butor), visas (Vittorio Reta), postkarten (Edoardo Sanguineti 1978), sentences (Robert Grenier 1978), subtotals (Gregory Burnham), films (Corrado Costa), schizografie (Gian Paolo Roffi), drafts (Rachel Blau DuPlessis), esercizi ed epigrammi (Elio Pagliarani), frisbees (Giulia Niccolai), anachronismes (Christophe Tarkos), remarques (Nathalie Quintane), ricognizioni (Riccardo Cavallo), anatre di ghiaccio (Mariano Bàino), lettere nere (Andrea Raos), linee (Florinda Fusco), ossidiane e endoglosse e microtensori e “installances” (Marco Giovenale 2001, 2004, 2010, 2010), tracce (Gherardo Bortolotti 2005), prati (Andrea Inglese), diphasic rumors (Jon Leon 2008), united automations (Roberto Cavallera 2012), paragrafi (Michele Zaffarano 2014), incidents (Luc Bénazet 2018), sentences (Cia Rinne 2019), defixiones (Daniele Poletti), avventure minime (Alessandro Broggi), développements (Jérôme Game), conglomerati (Andrea Zanzotto), saturazioni (Simona Menicocci), nughette (Leonardo Canella), sinapsi (Marilina Ciaco), dottrine (Pasquale Polidori), disordini (Fiammetta Cirilli), spostamenti (Carlo Sperduti), spore (Antonio F. Perozzi). E aggiungerei le frecce di Milli Graffi.
senza contare le infinite modalità (perlopiù elencative) messe su pagina da Perec (le cartoline e le passeggiate raccolte nell’Infra-ordinaire, o le stringhe di Je me souviens). durante una conversazione, tempo fa Luigi Magno ha suggerito di pensare alle stesse cancellature di Isgrò come a dispositivi di questo tipo, oltretutto in forma di ponte fra la scrittura e l’arte. per tacere, in tal senso, delle innumerevoli soluzioni disseminate nel tempo da Emilio Villa: “cause”, “variazioni”, “madrigali”, “attributi”, “phrenodiae”, “méditations courtes”, “videogrammi”, “letanie”, “sibille”, “trous”, “labirinti”, “tarocchi”, … (tutte forme disperse come, già nel 1949, “i sassi nel Tevere”).
Nioques n’est pas une revue de poésie, comme son titre l’indique. C’est une revue de poésie après la poésie. Ce titre est l’un des mots que Francis Ponge utilisait pour désigner ces textes qu’il écrivait en dehors de toute intention esthétique, et de toute espèce de préoccupation poétique ; On rappelle ici ce qu’il écrivait dans Méthodes en 1948 : « Le jour où l’on voudra bien admettre comme sincère et vraie la déclaration que je fais à tout bout de champ que je ne me veux pas poète, que j’utilise le magma poétique mais pour m’en débarrasser (…) on me fera plaisir, on s’épargnera bien des discussions oiseuses à mon sujet, etc. »