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I Paesi Bassi vietano l’importazione dei prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati

da un post de “L’Espresso” su fb (21 lug. 2026):

I Paesi Bassi vietano l’importazione dei prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati. Seguono l’esempio di Irlanda, Belgio e Spagna e si muovono prima di un’Unione europea spaccata al proprio interno — come spesso accade — tra veti e controveti. Il divieto scatterà dal prossimo 22 settembre e, come si legge in un comunicato del ministero degli Esteri, si applicherà “all’importazione, all’acquisto e alla vendita di merci provenienti da insediamenti israeliani illegali situati nei territori palestinesi”.
“Con le misure proposte i Paesi Bassi ribadiscono il loro impegno a rispettare l’obbligo giuridico internazionale di non contribuire a questa situazione illegale”, ha spiegato il ministero. Israele occupa la Cisgiordania dal 1967: oltre 500mila coloni vivono in questo territorio, esclusa Gerusalemme Est, insieme a circa tre milioni di palestinesi. Tutti gli insediamenti sono considerati illegali dal diritto internazionale.
Il divieto — un decreto sanzionatorio temporaneo della durata di tre anni, annunciato a maggio dal governo del premier Rob Jetten — colpisce solo i beni degli insediamenti e del Golan siriano, lasciando intatto il commercio ordinario con Israele. Il nodo pratico, segnalato dallo stesso Consiglio di Stato olandese, è la tracciabilità: distinguere alla dogana un dattero coltivato in Cisgiordania da uno prodotto entro i confini israeliani resta complicato.
A pesare sulla decisione è anche l’inchiesta Importing Occupation, firmata dall’organizzazione legale Global Echo. Analizzando quasi seimila spedizioni agricole partite da Israele verso l’Europa tra il 2017 e il 2026, il centro ha rilevato che una consegna su cinque diretta nell’Ue conteneva merce coltivata negli insediamenti, quasi sempre venduta con l’etichetta “Prodotto di Israele”. I Paesi Bassi ne assorbono da soli circa un terzo, il volume più alto del continente, e da lì quasi la metà prosegue verso altri Stati membri: Amsterdam è, di fatto, la principale porta d’ingresso di questi prodotti nel mercato comunitario.

l3 artist3 boicottano il Maxxi, opponendosi a ogni appoggio allo stato genocida


tutte le informazioni qui: https://www.instagram.com/p/DWn_9W4DEmB/

una mail da ‘ultima generazione’, sul boicottaggio dei consumi, l’11 ottobre

ricevo da ultima generazione e volentieri condivido:
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Sabato 11 Ottobre in tutta Italia abbiamo segnato il via al boicottaggio dei supermercati. Ci siamo ritrovati per celebrare a Roma, Torino, Milano e Bologna. Tra tavoli imbanditi, musica, chiacchiere e cibo condiviso, abbiamo respirato la possibilità concreta di un altro modo di vivere. Chi ha portato cibo, chi il tempo di ascoltare e chi la voce per tracciare una visione. In queste piazze abbiamo ritrovato la forza del mutuo aiuto, la gioia dello stare insieme e la consapevolezza che ogni gesto può essere politico.

Abbiamo riscoperto che boicottare non significa solo rinunciare. Significa ripensare le relazioni tra di noi ma soprattutto con chi produce, è un atto collettivo di liberazione e costruzione. Con noi infatti c’erano alcune delle realtà che hanno aderito al boicottaggio. Perché non siamo da soli in questo boicottaggio: oltre alle 65.000 persone che boicottano, in questo cammino ci accompagnano realtà che si occupano di agricoltura alternativa, di sovranità alimentare e di economia solidale.

Boicottare il consumo significa rompere l’automatismo che ci lega a un sistema che devasta il pianeta, sfrutta le persone e distrugge il senso di comunità. Ogni euro speso alimenta un modello che mette il profitto prima della vita.
Tutti questi gruppi sono entrati in azione perché non ne possono più. Mentre i grandi supermercati si espandono e fanno profitti record, tanti braccianti continuano a lavorare in condizioni disumane, centinaia di piccole aziende agricole chiudono ogni anno e la gente fatica a riempire il carrello.

Queste alleanze rafforzano la nostra capacità di mettere pressione sul governo affinché si attivi ad aiutare la popolazione invece di privilegiare le lobby delle armi e dell’agroalimentare.

Boicottare non è un gesto individuale: è una scelta collettiva che cresce solo se la si pratica insieme, sostenendosi a vicenda, resistendo allo stesso tempo all’isolamento e alla solitudine.

Riusciremo a farlo crescere, sabato dopo sabato, e diventerà uno strumento di pressione fortissimo: un segnale chiaro a chi governa e alle aziende che vogliamo un cambiamento reale.

Nel frattempo, grazie per aver deciso di farne parte e boicotta anche sabato prossimo.

P.S.: qui l’elenco completo delle associazioni che aderiscono al nostro boicottaggio.

izrahell si guarda la pancia

israele autocentrato anche (e proprio) mentre commette genocidio

a journalist about the economic tsunami hitting izrahell

il video che segue va visto, è istruttivissimo: 

https://www.instagram.com/reel/DOlrA03D3DL/

uno “tsunami” per l’economia israeliana, dicono nel video.

MA CRIBBIO, È IL MINIMO!
per uno Stato genocida, il boicottaggio è il minimo delle risposte.

siete sulla strada verso la cancellazione di due milioni di esseri umani che da quasi un secolo trattate come spazzatura, e il mondo dovrebbe comprare la vostra merce?

n.b.: in tutto il video la parola genocidio appare una sola volta. quel che si ricava dalle immagini è che la preoccupazione delle aziende, dei giornalisti e dei commercianti israeliani non è per le CAUSE del boicottaggio (ossia per i Palestinesi ammazzati e la Palestina a ferro e fuoco) ma per l’economia sionista. l’economia dell’entità statale occupante, coloniale e genocida.

come a dire: i nazisti bruciano un campo di concentramento con i prigionieri dentro, ma la loro principale preoccupazione è che la gente che vede tutto questo non compra più le margherite coltivate nella zona d’interesse.


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