Archivi tag: Onu

Firmare per sostenere la risoluzione ONU avanzata da Vanuatu sulle politiche contro il cambiamento climatico

Trump prende di mira l’isola di Vanuatu perché sta cercando di proteggerci dalla catastrofe climatica. Questa piccola nazione insulare del Pacifico sta promuovendo all’ONU una risoluzione storica globale sul clima, che sarà votata tra pochi giorni, ma gli USA remano contro. Se riusciremo a superare l’opposizione di Trump, potremo raggiungere una svolta epocale nella lotta per un futuro più sicuro e vivibile per tutti. Firma ora per far sentire la nostra voce direttamente alle Nazioni Unite a New York: https://secure.avaaz.org/campaign/it/vanuatu_climate_resolution_2026_loc/

intervenire per rallentare e fermare la crisi climatica

Trump è di nuovo all’attacco contro l’azione per il clima!

In tutto il mondo, moltissime comunità stanno subendo le conseguenze di un clima impazzito, dalle alluvioni agli incendi. L’arcipelago di Vanuatu rischia addirittura di scomparire sott’acqua se non smettiamo di bruciare combustibili fossili.

L’isola ha quindi portato il caso alla Corte internazionale di Giustizia, che ha stabilito che i governi hanno la responsabilità legale di contrastare il cambiamento climatico. Ora l’ONU sta per adottare una risoluzione che trasformerebbe la sentenza della Corte in azioni concrete a livello globale.

Il voto è previsto tra pochi giorni [in effetti già domani!], ma Trump sta facendo enormi pressioni per far naufragare il piano. Il peso della mobilitazione pubblica potrebbe fare la differenzahttps://secure.avaaz.org/campaign/it/vanuatu_climate_resolution_2026_loc/

Sospese le sanzioni contro Francesca Albanese

e aggiungo io: come sempre, non si deve certo allo scandaloso governo ytalyano, servetto dell’amerika e dello stato genocida, se giustizia finalmente arriva per la relatrice ONU, che ha l’unico torto di documentare una verità sotto gli occhi di tutti.

Da Radio Popolare: la demolizione della sede UNRWA a Gerusalemme Est

Questa mattina le forze di sicurezza israeliane, assistite da membri del governo e del parlamento israeliano (come il ministro di estrema destra Ben Gvir) hanno iniziato a demolire la sede centrale dell’Agenzia Onu per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA) di Gerusalemme est. Si tratta dell’ultimo atto di una serie di attacchi diretti all’Unrwa e al suo lavoro con la popolazione palestinese, sia in Cisgiordania che a Gaza.

Martina Stefanoni ne ha parlato con Roland Friedrich, direttore Unrwa in Cisgiordania, che si trova in Giordania perché Israele ha impedito l’ingresso nel paese al personale internazionale dell’agenzia.

Questa mattina, verso le sette, le forze di polizia israeliane, accompagnate da dipendenti del comune di Gerusalemme e da appaltatori privati, sono entrate nella nostra sede principale, l’edificio principale degli uffici dell’UNRWA a Sheikh Jarrah, nella Gerusalemme Est occupata. Sono entrate con la forza. Hanno costretto le nostre guardie di sicurezza a farsi da parte, hanno confiscato i loro telefoni e poi hanno portato macchinari pesanti, escavatori e così via all’interno del complesso, iniziando a demolire edifici, uffici e magazzini. Le demolizioni sono ancora in corso. E stimiamo che circa due terzi dei locali siano stati demoliti. Si tratta di una violazione grave e senza precedenti del diritto internazionale. Si tratta di una struttura delle Nazioni Unite protetta dal diritto internazionale, tutelata dalla Carta delle Nazioni Unite. E ogni Stato membro è tenuto a rispettare i privilegi e le immunità delle Nazioni Unite. Si tratta di una violazione gravissima e di un incidente senza precedenti.

Avevate ricevuto qualche preavviso su cosa sarebbe successo o è stato improvviso?

Non eravamo stati informati in anticipo dei piani di demolizione del complesso. Avevamo già subito diversi accessi non autorizzati da parte delle forze di polizia israeliane all’inizio di dicembre e a gennaio. Già l’8 dicembre, le forze di polizia israeliane avevano fatto irruzione nel complesso: avevano rubato beni appartenenti all’UNRWA, issato la bandiera israeliana sopra il nostro edificio principale e strappato la bandiera delle Nazioni Unite, gettandola a terra. E negli ultimi due giorni si sono verificati altri accessi non autorizzati da parte della polizia israeliana, ma non siamo stati informati dell’intenzione o del piano di demolizione degli edifici.

In quel complesso, quante persone c’erano e che lavoro svolgevate?

Questo complesso è la sede principale dell’UNRWA in Cisgiordania. L’UNRWA opera qui fin dagli anni ‘50. È affittato dal governo giordano e continuiamo a pagare l’affitto annuale al governo giordano. E lì c’erano le sedi principali dei nostri programmi di istruzione, sanità e microfinanza. Il complesso stesso era rimasto vuoto negli ultimi 12 mesi, perché la situazione era troppo pericolosa per i nostri colleghi palestinesi.

l’intervista completa è su radiopopolare.it

Dichiarazione letta in aula da Anan Yaeesh, prigioniero palestinese detenuto nelle carceri italiane su mandato israeliano

Desidero iniziare con i miei saluti alla Corte e a tutti i presenti.
Esiste sempre la legge, ma anche lo spirito della legge; pertanto, vorrei chiedere all’Onorevole Giudice di concedermi il minimo diritto umano nei confronti del mio Paese, osservando un minuto di silenzio per le anime dei bambini, delle donne e dei martiri della Palestina.

Innanzitutto, desidero affermare la mia fiducia nel sistema giudiziario italiano e riconoscerne la legittimità. Tuttavia, mi oppongo all’essere processato in Italia, in quanto sono palestinese e non ho commesso alcun reato né in Italia né in qualsiasi altro paese. Il mio fascicolo, come resistente palestinese, è conosciuto dalle autorità di sicurezza italiane, e ho ottenuto il permesso di soggiorno in Italia e la protezione speciale dopo che la mia richiesta di asilo era stata respinta dal Tribunale di Foggia.

Pertanto, signor Presidente, considero il mio arresto e il mio processo qui illegittimi, poiché l’arresto stesso, sin dal primo momento, è stato compiuto in contrasto con il diritto internazionale umanitario, con lo statuto delle Nazioni Unite, con la Convenzione di Ginevra e con i due protocolli aggiuntivi, e tutto ciò che ne è derivato è anch’esso illegale; ciò che si fonda sull’illegittimità, infatti, è anch’esso illegittimo.

Se riconoscete la legittimità dello Stato di Palestina, allora la richiesta di estradizione avanzata nel gennaio dello scorso anno nei miei confronti avrebbe dovuto essere presentata attraverso il governo del mio Paese. Se, invece, considerate la Palestina come un territorio illegalmente occupato da una potenza coloniale, allora la resistenza è un diritto legittimo e non dovreste arrestarmi qui per tale motivo.
Continua a leggere

l’intervista a Chris Sidoti

torno a segnalare questa intervista, che trovo fondamentale: https://differx.noblogs.org/2025/09/21/radiopop-interv-chris-sidoti-inchiesta-genocidio/https://www.radiopopolare.it/un-giorno-netanyahu-sara-costretto-a-rispondere-delle-sue-azioni/

#Gaza #genocidio #Palestina #Palestine #genocide #warcrimes #sionismo #zionism #starvingpeople #starvingcivilians #iof #idf #colonialism #sionisti #izrahell #israelterroriststate #invasion #israelcriminalstate #israelestatocriminale #children #bambini #massacri #deportazione #concentramento #famearmadiguerra #ChrisSidoti #ValeriaSchroter #RadioPopolare #intervista #inchiesta #onu #uno #un

Su Radio Popolare: intervista di Valeria Schroter a Chris Sidoti, della Commissione per l’inchiesta sui territori palestinesi occupati

Il 16 settembre è stato pubblicato il rapporto della Commissione internazionale indipendente delle Nazioni Unite per l’inchiesta sui territori palestinesi occupati, che – non diversamente da numerosi altri rapporti di altre istituzioni ed agenzie indipendenti – ha chiaramente definito genocidio quanto è accaduto e sta accadendo in Palestina a opera dello Stato di israele.

Valeria Schroter, per Radio Popolare, ha intervistato uno dei membri della Commissione, Chris Sidoti, che spiega chiaramente metodi, fonti, risultati e obiettivi del rapporto. La lettura dell’intervista (uscita su RP il 18 settembre) è vivamente consigliata: https://www.radiopopolare.it/un-giorno-netanyahu-sara-costretto-a-rispondere-delle-sue-azioni/

frammento iniziale dell'intervista di Radio Popolare a Chris Sidoti

https://www.radiopopolare.it/un-giorno-netanyahu-sara-costretto-a-rispondere-delle-sue-azioni/

#Gaza #genocide #genocidio #Palestine #Palestina #warcrimes #sionismo #zionism #starvingpeople #starvingcivilians #iof #idf #colonialism #sionisti #izrahell #israelterroriststate #invasion #israelcriminalstate #israelestatocriminale #children #bambini #massacri #deportazione #concentramento #famearmadiguerra #ChrisSidoti #ValeriaSchroter #RadioPopolare #intervista #inchiesta #onu #uno #un

lettera del presidente dell’arci e del presidente delle acli al ‘manifesto’ e ad ‘avvenire’

Cari direttori del Manifesto e di Avvenire,
come presidenti di due associazioni nate e cresciute in culture differenti ci troviamo a scrivere insieme consci della responsabilità di non tacere di fronte alla tragedia che si sta consumando a Gaza e in Cisgiordania.
Non intervenire nel momento in cui la diplomazia e anche solo l’umanità stanno naufragando equivale a un disimpegno morale che ci renderebbe colpevoli. Mentre l’attenzione dei media internazionali si concentra sulle mosse del presidente statunitense – tra trattative con la Russia e passerelle interne – l’espansione delle colonie israeliane illegali di Gerusalemme est prosegue indisturbata. In particolare il progetto del corridoio E1, avviato negli anni Novanta e rilanciato più volte come cardine delle politiche di occupazione israeliane sulla città e sull’intera Cisgiordania.
A queste decisioni si sommano le operazioni militari nella Striscia e l’uso sistematico della fame e della sete come strumenti di guerra contro la popolazione civile palestinese.
Ogni volta che ci siamo recati in Cisgiordania, l’enorme colonia di Ma’ale Adumim appariva più estesa, meglio collegata a Gerusalemme, con infrastrutture sempre più imponenti. In questi anni è stato portato avanti un piano progressivo e sistematico che l’attuale governo israeliano intende completare.
Le colonie non sono solo insediamenti abitativi, ma un vero e proprio sistema di controllo fatto di strade e infrastrutture interdette ai palestinesi e riservate agli israeliani. Un regime di apartheid compiuto, che priva un intero popolo di libertà di movimento, di dignità e di futuro. La Cisgiordania tagliata in due dal nuovo insediamento significherebbe l’impossibilità di collegare Betlemme e Ramallah, la cancellazione di uno Stato palestinese con continuità territoriale, l’azzeramento dello status quo di Gerusalemme che dovrebbe essere la base di qualunque accordo di pace.
Intanto la città vive mesi drammatici: strade deserte, attività commerciali chiuse, turismo azzerato e dunque meno testimoni capaci di raccontare il processo di giudaizzazione in corso. Proseguono le demolizioni di case nei quartieri di Silwan e Sheikh Jarrah: è stata abbattuta perfino la tenda del Comitato al-Bustan, simbolo della resistenza civile che tante volte abbiamo incontrato. Non siamo di fronte a novità. Lo abbiamo denunciato per anni, spesso in solitudine insieme a poche organizzazioni della società civile internazionale: era chiaro dove si voleva arrivare e quali fossero le intenzioni del governo israeliano.
Oggi, davanti all’evidenza di una Cisgiordania spezzata e di una Gerusalemme snaturata, fingere che esista ancora una trattativa credibile è un’ipocrisia. E a questo quadro si aggiunge Gaza, con bombardamenti incessanti e migliaia di vittime civili che smentiscono ogni retorica sulla sicurezza. Non è autodifesa nata dopo la tragedia del 7 ottobre, non è strategia di sicurezza: è punizione collettiva, occupazione militare, violenza sistematica contro un popolo che da decenni subisce espulsioni, assedi e massacri.
Il governo italiano, continuando a sostenere Israele senza condizioni, si rende complice di questa catastrofe. Israele oggi va sanzionata non più e non meno della Russia di Putin. Dire che non è ancora il tempo del riconoscimento politico della Palestina equivale a nascondere la testa sotto la sabbia e non riconoscere la dignità a un popolo che sta soffrendo pur di continuare a respirare sulla propria terra.
È tempo di un cambio di rotta netto e immediato: chiedere la fine degli insediamenti, la cessazione delle operazioni militari a Gaza, il rispetto del diritto internazionale e delle risoluzioni Onu, il riconoscimento pieno dello Stato di Palestina.
Come Arci e Acli non ci rassegniamo al silenzio e non accettiamo la logica dei fatti compiuti. Alziamo la voce e continueremo a farlo, perché crediamo che pace e giustizia siano inseparabili e che il futuro del popolo palestinese e di quello israeliano non possa che passare dalla fine dell’occupazione e dall’uguaglianza dei diritti.

*Presidente delle Acli, Emiliano Manfredonia
**Presidente Arci, Walter Massa

Francesca Albanese risponde ad alcune insinuazioni sioniste relative al suo lavoro

PROMEMORIA: l’assemblea dell’ONU approva la risoluzione per il riconoscimento dello Stato di Palestina come membro ONU

_
https://it.euronews.com/2024/05/10/lassemblea-onu-approva-risoluzione-per-riconoscere-lo-stato-palestinese

Quindi, per chiarire quello che è già palese, israele non sta attaccando solo un’entità geografica, un popolo, già vittima di apartheid, un popolo chiuso (sempre da israele) in un campo di concentramento a Gaza e in un sistema razzista oppressivo di assedio minaccia uccisioni e furto da parte dei coloni in Cisgiordania (per non parlare di Gerusalemme est), ma sta anche e proprio minacciando, affamando, bombardando, attaccando in tutti i modi una realtà che da decenni si vede ignorata la reale concreta e più che legittima richiesta di riconoscimento come Stato sovrano, e che è sulla strada per diventare effettivo membro Onu.

Continua a leggere

il consiglio per i diritti umani delle nazioni unite chiede di fermare (la vendita di armi a) israele

dal sito di “Internazionale”:
https://www.internazionale.it/ultime-notizie/2024/04/05/armi-israele-consiglio-per-i-diritti-umani

[…]
Il documento chiede che Israele “ponga fine alla sua occupazione” dei territori palestinesi occupati dal 1967, compresa Gerusalemme Est. Si chiede inoltre che Israele “revochi immediatamente il blocco sulla Striscia di Gaza e tutte le altre forme di punizione collettiva”.

Questa risoluzione invita inoltre “tutti gli stati a cessare la vendita, il trasferimento e la consegna di armi, munizioni e altro equipaggiamento militare a Israele. Al fine di prevenire ulteriori violazioni del diritto umanitario internazionale e violazioni e abusi dei diritti umani”.

La bozza “condanna l’uso da parte di Israele di armi esplosive ad ampio raggio nelle aree popolate di Gaza” e l’uso dell’intelligenza artificiale “per assistere nei processi decisionali militari che potrebbero contribuire a compiere crimini internazionali”.

La settimana scorsa il Consiglio di sicurezza dell’Onu a New York ha adottato una risoluzione che chiede il cessate il fuoco, grazie all’astensione di Washington, il più stretto alleato di Israele. Tuttavia, questo non ha ancora avuto effetti sul campo.

Il progetto di risoluzione non nomina Hamas, ma condanna gli attacchi missilistici contro le aree civili israeliane.

Il progetto di risoluzione modificato inoltre “condanna gli attacchi contro i civili, compreso quello del 7 ottobre 2023, e chiede il rilascio immediato di tutti gli ostaggi, delle persone detenute arbitrariamente e delle vittime di sparizioni forzate, nonché la garanzia di accesso immediato all’azione umanitaria per gli ostaggi e i detenuti”.

______________________________

“Dovete tutti svegliarvi e porre fine a questo genocidio trasmesso in diretta televisiva in tutto il mondo e che uccide migliaia di palestinesi innocenti”, ha detto il rappresentante palestinese Ibrahim Mohammad Khraishi.