Un echeggiare violento. Trent’anni con Amelia Rosselli
Da mercoledì 11 a venerdì 13
https://www.uniroma1.it/it/notizia/un-echeggiare-violento-trentanni-con-amelia-rosselli
i ventenni del 1961 e quelli del 1971 (eccetera)
se un mutamento radicale di percezione del letterario riguarda quegli autori (o alcuni degli autori) che avevano venti-trent’anni o poco più nel 1961, forse il loro operare in senso sperimentale non ha però trovato il tempo o il modo o una massa critica fitta di strutture opportune (non le ha “maturate”/”materiate”) utili a trasmettere il testimone dell’evidenza (del cambiamento) a chi arrivava ventenne/trentenne alla scrittura nel 1971.
è anche così che si è avuto un 1971 regressivo, per tanti aspetti (il caso di Bellezza e di Invettive e licenze è tanto deprimente quanto esemplare, e inaugura un decennio che sarebbe finito con il disastro noto come La parola innamorata).
oltretutto, dal chiudersi dei Settanta in poi, una delle “missioni” che l’editoria sedicente maggiore e alcune riviste si sono autoassegnate è stata quella di accompagnare e accrescere nei lettori l’insofferenza e l’incomprensione verso l’atto stesso della sperimentazione; e radicalizzare la lotta a qualsiasi struttura e persona che si muovesse in direzioni anche solo analoghe a quelle dei “ventenni o trentenni del 1961”. (e, questo, proprio perché di quelle direzioni si riconosceva ampiamente la legittimità).
in tutto ciò, tuttavia, l’oste con cui il mainstream non fa i conti è l’esistenza (e resistenza) della storia documentata (quando non vissuta direttamente) o introiettata, o rivissuta; e delle conseguentemente sintoniche esperienze testuali.
se al mainstream, per affossare la sperimentazione, non è stato comunque sufficiente un trentennio come quello 1978-2008, direi che la sperimentazione ha una buona scorza, assai coriacea. che non a caso intreccia ragioni politiche e ragioni di percezione dei mutamenti (e mutamenti di percezione).
[da una notilla del 2022]
Rula Jebreal: “Ecco chi era Epstein”
Frammento audio estratto dall’intervista di Alessandro Di Battista a Rula Jebreal: https://www.facebook.com/reel/2003446550527453
#epstein #epsteinfiles #israele #ricatti #pedofili #stupri #mossad #trump
intellettuali e rapporti col fascismo
in due o tre corsi di letteratura, quando li tenevo prima del covid alla Upter, una parte considerevole delle introduzioni al clima sociale-politico-culturale degli anni Venti-Quaranta lo dedicavo regolarmente ai rapporti più o meno stretti di tantissimi intellettuali col fascismo e …
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Un appunto/scheda su “àkusma – forme della poesia contemporanea”
L’immacolatissimo genocida
se non volete vedere la bandierona dello stato genocida sventolare (come evidentissimamente fa) su epstein, sulla sua storia e le sue infamie, e quindi sui potenti di mezzo mondo, guardatevi serenamente il documentario in 4 puntate a lui dedicato. sta su Netflix, è del 2020, e il nome dello stato genocida non viene pronunciato nemmeno una singola volta. nemmeno in relazione al padre della maxwell. prodigio. a volte il bianchetto mentale, gli omissis e lo strabismo fanno veramente miracoli.
Brion Gysin’s work, 1979

[Untitled] Calligraphic work by Brion Gysin.
In: Ins and Outs, Winter/Spring 1979 (“Poetry Special: Crippled Warlords”)
Via: https://www.theprocessed.com/2025/03/ins-and-outs-winterspring-1979-poetry.html
thx to Erik Daniel
Stuff I published almost 20 years ago / roba pubblicata quasi 20 anni fa
sixteen original lines never drawn by bruce chatwin in his legendary notebook / differx. 2009
Marco Giovenale – the shape of the field
(thanks to Jim Leftwich)
0547
unreco[r]ded d[e]ad rex
stand / see
(collab differx/Leftwich)
2006_july_a_draft
an immortal text I wrote in 2007 and published in a first version of the blog ‘The Flux I Share’: Continua a leggere
Pod al popolo, #089: un nuovo scaffale per le scritture eslege & transgeneriche
Lo penso e lo scrivo da un bel po’: inutile allargare all’infinito la scatola (e lo scaffale) “Poesia”, bisogna cambiare sguardo. Del resto vediamo benissimo che regolarmente, almeno nelle librerie generaliste, quello spazio ospita giocoforza libri del tutto riconoscibili, per la loro natura prevedibile tradizionale e talvolta monocorde in termini di retorica stilistica metrica versificazione. Mentre tutto quello che esce dal genere poesia, ed è tantissimo ormai, c’entra assai poco, direi davvero nulla, con quei ripiani. Anzi, dialoga molto più volentieri e felicemente con (p. es.) lo scaffale di arte, o con quello di musica, o cinema. A questo punto perché non pensare a uno scaffale transgenerico, composito, che ospiti proprio tutte quelle scritture che del tutto evidentemente sono portatrici di vettori di differenza che puntano fuori dai gusci noti? Me lo domando in Pod al popolo. Podcast irregolare: https://slowforward.net/2026/02/06/pod-al-popolo-089-un-nuovo-scaffale-per-le-scritture-eslege-transgeneriche/
Con la Palestina nel cuore: per l’installazione di un’opera, per la memoria del genocidio
Lavinia Marchetti: “Anatomia del diniego. 20 strategie mentali per negare (consciamente o inconsciamente) un genocidio”
nel costante tentativo di spostare dai social generalisti ai blog e al fediverso le informazioni che contano e gli articoli di valore, riporto qui integralmente un importante testo di
Lavinia Marchetti
ANATOMIA DEL DINIEGO: 20 STRATEGIE MENTALI PER NEGARE (CONSCIAMENTE O INCONSCIAMENTE) UN GENOCIDIO
1. La Verneinung Istituzionale (Negazione Freudiana)
Il soggetto enuncia il trauma nell’atto stesso di ripudiarlo. Dire “non è un genocidio” permette di evocare l’orrore senza assumersene il peso morale. Come il paziente che dice “quella donna nel sogno non è mia madre”, il negazionista nomina il crimine solo per esorcizzarlo, trasformando la parola in uno scudo anziché in una diagnosi. Basta mettere il NON assieme alla parola che si ripudia, nominandola la si esorcizza e la si nega (Es. Liliana Segre, Mieli, Mentana e altri migliaia)
2. Inversione dell’Onere dell’Indignazione
La colpa viene traslata dal carnefice all’osservatore. Chi denuncia il massacro viene accusato di “faziosità” o “odio ontologico”. La vittima scompare, sostituita dall’offesa che il testimone recherebbe alla sensibilità dell’accusato. L’analisi dei fatti viene così degradata a sintomo di un pregiudizio morale. (Es. attaccare sul personale Francesca Albanese senza attaccare i dati incontrovertibili che porta)
3. Eufemizzazione Progressiva (Degradazione Semantica)
Si opera una “bonifica” del linguaggio. Attraverso una scala discendente, il genocidio diventa massacro, poi conflitto, poi operazione di sicurezza, fino a giungere alla rassicurante “crisi umanitaria”. Sostituendo il nome del crimine con quello della sua conseguenza, si cancella l’agente e la sua intenzionalità.
4. Scotomizzazione Cognitiva dell’Immagine
Davanti all’evidenza visiva del corpo martoriato, la mente attiva un riflesso di rigetto. L’immagine non è più prova, ma “fabbricazione”. Il dolore dell’altro viene declassato a “Pallywood” o messinscena, trasformando l’empatia in cinismo epistemologico: “vedo, dunque dubito”.
5. Astrazione Tecno-Militare (De-identificazione)
L’essere umano viene dissolto nel gergo balistico. I bambini diventano “effetti collaterali”, le case “obiettivi sensibili”, le generazioni meri “target demografici”. Questo lessico asettico agisce come un antidolorifico: non si uccidono persone, si neutralizzano minacce. È la vittoria della geometria sulla carne.
6. Feticismo Documentale e Positivismo Giuridico
Si esige una “pistola fumante” che il diritto internazionale non richiede (come l’ordine scritto di sterminio). Ignorando che l’intento genocidario si deduce dalla sistematicità delle azioni, il negazionista si rifugia nel cavillo, sospendendo il giudizio etico in attesa di una firma che non arriverà mai. Nessuno scrive: facciamo un genocidio contro i palestinesi, anche se i ministri israeliani ci sono andati vicinissimi.
7. Procrastinazione Strategica del Giudizio
L’invocazione di “indagini indipendenti” e “tempi della giustizia” diventa un’arma per proteggere il massacro in corso. La verità viene proiettata in un futuro remoto, rendendola irrilevante per il presente. Il diritto, nato per proteggere, viene usato per garantire il tempo necessario allo sterminio.
8. Teoria della Simulazione Vittimaria
È il culmine della crudeltà: la vittima è accusata di auto-infliggersi il dolore per scopi propagandistici. Ogni grido è letto come una sceneggiatura. In questa cornice, il testimone non è solo inattendibile, è complice di una truffa globale ai danni della verità.
9. Ironia Diplomatica e Disprezzo d’Élite
Il diniego scende dall’alto sotto forma di sufficienza. I leader definiscono le accuse “oltraggiose” o “prive di fondamento” senza mai entrare nel merito dei fatti. L’istituzione deride le argomentazioni e le minimizza. La realtà viene espulsa dal dibattito attraverso il filtro del decoro diplomatico.
10. Sequestro della Memoria (Eccezionalismo Storico)
Si cristallizza il concetto di genocidio in un unico evento passato (la Shoah), rendendolo una categoria sacra e irripetibile. Qualsiasi altro sterminio viene considerato un’imitazione sbiadita o una bestemmia analogica. Il passato, invece di insegnare a riconoscere il presente, viene usato per nasconderlo.

